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Furore
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Steinbeck, John <1902-1968>

Furore

[Milano] : Bompiani, 2013

Abstract: Pietra miliare della letteratura americana, Furore è un romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l'anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell'opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell'odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un'intera nazione. L'impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria come un marchio d'infamia. Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell'uomo contro l'ingiustizia, Furore è forse il più americano dei classici americani, da leggere oggi in tutta la sua bellezza.

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Non so oggi, ma per alcune generazioni i romanzi di Steinbeck sono stati una classica lettura giovanile che a suo tempo ho mancato. Ho iniziato a colmare questa lacuna con 'Furore' attratta anche dalla nuova edizione, integrale e ritradotta, incensata sul 'domenicale' del Sole24Ore.
Letto oggi il romanzo regge, eccome. Il tema della mancanza di lavoro è, purtroppo, attualissimo e il grande affresco delle tensioni sociali che ne derivano è dipinto da S. con toni vividi e con grande potenza drammatica. Il racconto, insomma, conserva intatta la sua forza dirompente nonostante qualche sdolcinatura e qualche eccesso di retorica ‘buonista’.
Quello che proprio non va è la traduzione. Se è certamente lodevole l’iniziativa di un’edizione integrale e senza censure, sulle scelte di traduzione c’è molto da eccepire, non tanto nelle parti descrittive, quanto nel dialogato, che ha grande parte nel romanzo. Restituire il registro ‘basso', ossia il parlato gergale dell’Oklahoma è certamente impresa improba se non impossibile. Ma perché farlo - tanto per esemplificare - con espressioni come “mi credevo che…”, con la sistematica eliminazione di tutti i congiuntivi o, ancora, con l’inserimento, fuori luogo e fastidiosissimo, di ripetuti toscanismi? Il risultato è, a mio modo di vedere, indisponente, a dire poco. Il confronto, che ho fatto ripetutamente, con la precedente traduzione (purtroppo non integrale), nella collana curata da Vittorini, è impietoso.
Continuerò a leggere Steinbeck, ma se questi sono i criteri della nuova edizione, mi rivolgerò, senza esitazione alla precedente.
Il romanzo merita senza dubbio, ma il traduttore ne ha fatto, purtroppo, un discreto scempio.

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