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La ragazza di Bube
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Cassola, Carlo <1917-1987> - Cassola, Carlo <1917-1987>

La ragazza di Bube

Milano : Mondadori, 2016

Abstract: Mara è una giovane di Monteguidi, piccolo paese della Val d'Elsa, che all'indomani della Liberazione conosce il partigiano Bube, eroe della Resistenza, e se ne innamora. Questi, tornato alla vita civile imbottito di precetti di violenza e vendetta, ha commesso un delitto e, dopo un periodo alla macchia, viene catturato e condannato a quattordici anni di carcere. Mara, maturata proprio grazie alla forza del sentimento per Bube e divenuta ormai donna, decide di aspettare l'amato con animo fedele e ostinato. Con questo romanzo - pubblicato nel 1960 e seguito nel 1963 da una celebre versione cinematografica interpretata da Claudia Cardinale - Cassola si aggiudica il premio Strega e raggiunge il successo anche internazionale. La ragazza di Bube segna una profonda cesura nella narrativa italiana del dopoguerra: benché ispirato a una vicenda realmente accaduta, il romanzo si arricchisce di elementi psicologici e lirici superando le istanze neorealiste, tanto per il linguaggio quanto per il rifiuto dei dogmatismi ideologici. Il romanzo sostiene infatti Cassola viene prima di ogni interpretazione della realtà, è la ricerca continua della verità degli uomini.

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NON E' LIALA
E stato uno dei libri icona della mia adolescenza, parte di un poker d’assi che comprendeva Cent’anni di solitudine, Lo straniero e il giovane Holden. I primi due hanno superato brillantemente l’esame rilettura e l’ultimo è in lista d’attesa nella nuova traduzione,
Dei quattro, questo è quello che mi dava più pensiero, non per gli anni (decenni!) intercorsi dalla prima lettura (questo vale anche per gli altri tre), quanto per il particolare destino del suo autore, sul quale è caduto, come è noto, l’anatema del gruppo ’63 che lo ha tacciato sprezzantemente di essere una ‘Liala’. La stessa condanna, anche se con meno veemenza, è stata pronunciata anche contro Bassani (a sua volta da rileggere…). Cassola, si sa, ha profondamente sofferto per questa sentenza sommaria e senza appello, che lo ha colpito nel profondo, avvelenandogli la vita. Riletto oggi, cercando di lasciare da parte il peso di questa lunga e brutta polemica, questo mi è parso ancora un gran bel libro. E ne sono felice, non tanto per la riconferma della mia valutazione adolescenziale, che certo non valeva granché, ma perché mi sono convinta di quanto ingiusto e inutilmente spregiativo sia stato il giudizio di chi ha ridotto al silenzio Cassola in questo modo. Del resto, quali capolavori immortali ci hanno consegnato i famosi componenti del gruppo ’63? Forse i romanzi di Umberto Eco? (fine intellettuale certamente, ma grande romanziere proprio no!)
Questo è invece un bel romanzo, soprattutto nella prima parte nella quale sono magnificamente tratteggiate le figure di Bube e Mara. Bube è ‘l’altro’ partigiano, ‘altro’ rispetto al Johnny di Fenoglio o ai ‘piccoli maestri’ di Meneghello. La differenza non è tanto regionale quanto di formazione e di atteggiamento. Bube è ‘altro’ perché non è un intellettuale, ma soprattutto perché a differenza degli altri suoi ‘fratelli’ letterari non è maturato attraverso l’esperienza partigiana e si è invece avvitato, in parte anche suo malgrado, in una spirale di violenza che ha finito per travolgerlo. C’è stato indubbiamente anche questo nella lotta partigiana e Cassola ha colto con molta finezza questo aspetto. Bube paga cara la sua superficialità e la sua colpevole leggerezza, più da balordo di paese che da adulto politicamente e umanamente maturo, e la paga anche la sua ragazza, Mara, una sedicenne sveglia, consapevole della propria femminilità e destinata a maturare in fretta. Tanto è fragile Bube, arrogante e timidissimo al tempo stesso, tanto è solare e forte Mara, che non si fa travolgere e resta, pur con umani tentennamenti, al suo fianco. Un bel personaggio.
La parte migliore del romanzo è la prima, fino a quando Bube resta sulla scena prima della fuga. Sullo sfondo c’è l’Italia, (la Toscana) dell’immediato dopoguerra, poverissima e semplice, un’Italia perduta con i suoi personaggi di paese, vivaci ma non macchiette. La narrazione, con linguaggio molto toscaneggiante, è tutta giocata sui dialoghi che hanno una freschezza e un’immediatezza davvero pregevoli.

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