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Rosy
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Carati, Alessandra

Rosy

Mondadori, 27/02/2024

Abstract: Il romanzo nato dall'incontro fra l'autrice finalista al Premio Strega e Rosa Bazzi. Nel primo pomeriggio dell'8 gennaio 2007, Rosa Bazzi e Olindo Romano lasciano Erba sui sedili di una volante dei Carabinieri. Pensano che gli agenti li stiano portando in salvo dai giornalisti che, dall'alba, assediano la loro casa. In meno di un'ora si trovano dentro il carcere di Como, dove comincia una detenzione destinata a diventare ergastolo, condannati per aver ucciso quattro vicini di casa e averne ferito gravemente un quinto - uno dei più grandi casi di cronaca recente, conosciuto come la strage di Erba. Alessandra Carati incontra Rosa Bazzi per la prima volta all'inizio del 2019. Tra luglio e febbraio dell'anno seguente, le fa visita in carcere ogni settimana in sessioni che durano ore. "Mi sfogo con te come con il prete" le dice Rosa Bazzi, e la travolge con discorsi contraddittori, inattendibili, al limite della comprensibilità. La costringe al suo caos. L'autrice credeva che conoscerla di persona le avrebbe permesso di separare i fatti dai detti; invece la vicinanza ha offuscato il quadro. Nel tentativo di capire, cerca lo sguardo di chi negli ultimi diciassette anni ci ha avuto a che fare: la psicologa del carcere, gli avvocati, e poi il cappellano, il marito Olindo attraverso le lettere che le scrive. Scopre così un'infanzia negletta, il lavoro ancora bambina a servizio delle famiglie dell'erbese, il matrimonio a vent'anni e la dipendenza da Olindo, il faticoso adattamento al carcere. Solo allora torna da Rosa. Lei però non è conforme a nessun racconto che ne è stato fatto, continua a resistere come un disturbo indecifrabile. È proprio in quel momento, nella rinuncia a ogni immagine di lei - e nella fatale domanda su dove si sono formate quelle immagini, a quali condizioni, con quali conseguenze - che affiora, come in una polaroid, Rosy.

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Utente 10581
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Questo è uno di quei libri che divori, perché se è vero che per la legge si viene assolti o condannati “sopra ogni ragionevole dubbio”, allora qualcuno mi deve spiegare per cosa sono stati condannati, visto che tutte le prove, contro di loro, sono state smontate. La sensazione che si sia voluto in qualche modo adattare la confessione, seppur contraddittoria, di Rosa e Olindo, a quanto accaduto è tanta.
Per quanto riguarda tutta la fase processuale e degli interrogatori, sono tante le parti sottolineate, a partire dalla relazione del RIS.
“Nonostante gli sforzi profusi non è stata trovata nessuna traccia delle vittime a casa dei coniugi e nessuna traccia dei coniugi sulla scena del crimine.” […]
“Anche il resto della formazione del fascicolo è una lotta. La procura ha disposto ed effettuato duemila novantanove intercettazioni ambientali e telefoniche, nessuna di queste è stata trascritta e la metà ha una qualità audio così bassa o è talmente danneggiata da essere al limite della compresibilità”.
“Il colonnello, responsabile dell’intera operazione, è sentito in aula il 27 marzo. Evidenzia la presenza sulla scena del crimine di due impronte di scarpe che non appartengono né ai coniugi né ai soccorritori; e, sul muro del corridoio, di un’impronta palmare di sangue appartenente a un soggetto rimasto sconosciuto alle indagini”.
Per quanto riguarda invece la testimonianza dell’unico testimone oculare pare si senta un “è stato Olindo”.
“La corte d’Appello di Milano, due anni dopo, accerterà e stabilirà che l’audio è stato involontariamente manipolato. Si è scambiato “è stato l’Olindo” con “stava uscendo”. Il testimone non ha mai nominato l’imputato subito dopo il risveglio dal coma”.
Che Rosa e Olindo siano due persone fragili e suggestionabili, lo si capisce nella parte che riguarda gli interrogatori dove alla fatica di esprimersi di Rosa, si aggiungono i suggerimenti degli inquirenti. Leggendo il libro sembra che tutti quelli che hanno interrogato Rosa, rielaborino quello che lei dica, facendo adattare la confessione a quanto accaduto.
“Sono interrogati da quattro magistrati, in presenza del maresciallo dei carabinieri; prima lui, poi lei. A entrambi si dice che:
- Sono state trovate tracce di sangue di una vittima e del sopralluogo dell’auto (è stata rinvenuta un’unica traccia, non visibile a occhio nudo).
- ci sono macchi di sangue su un pigiama e un paio di jeans sequestrati la notte stessa dalla loro lavatrice (non è mai stata trovata nessuna macchia);
- è certo che la strage sia stata compiuta da due persone e i magistrati sanno che quelle due persone sono loro.
A entrambi non si dice che:
- non è stato trovato DNA delle vittime a casa loro, né DNA loro sul luogo della strage;
- il testimone, dopo il risveglio dal come, per due settimane ha indicato come suo aggressore una persona diversa da Olindo.
A entrambi è prospettata la certezza dell’ergastolo, in qualsiasi tribunale d’Italia e la separazione per sempre.
Ognuno dei due, per conto proprio, resiste all’urto e si dichiara innocente.
E potrei andare avanti ancora e ancora. Attenzione però. Questo non è un libro che vuole puntare il dito contro nessuno, bensì racconta in maniera oggettiva i fatti.
L’ultima parte riguarda Rosa e non puoi provare tenerezza per questa donna molto fragile.
“Rosa soffre di una disabilità intellettiva lieve (ritardo mentale nella vecchia denominazione). […] A questa disabilità gli psichiatri riconducono l’incapacità di leggere e scrivere, di riferire la propria data di nascita, di distinguere destra e sinistra, di comprendere la relazione di causa-effetto, difficoltà a cogliere le conseguenze penali delle proprie dichiarazioni; compiacenza, suggestionabilità; vulnerabilità. Da qui il rapporto simbiotico con Olindo. Da qui, la facilità a subire manipolazione e abusi”.
Finisci il libro e avverti un senso di sgomento, incredulità per quanto hai letto, perché se da una parte fatichi a credere alla loro colpevolezza, dall’altra fai altrettanto fatica a credere ad uno Stato che sbaglia così clamorosamente.
Spero che, con la riapertura del caso, si possa far luce su tutti quei punti oscuri dell’indagine.

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