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Chi ha paura muore ogni giorno
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Ayala, Giuseppe <1945- >

Chi ha paura muore ogni giorno

Milano : Mondadori, 2008

Abstract: Sono passati quindici anni dalla terribile estate che, con i due attentati di Punta Raisi e di via d'Amelio, segnò forse il momento più drammatico della lotta contro la mafia in Sicilia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino restano due simboli, non solo dell'antimafia, ma anche di uno Stato italiano che, grazie a loro, seppe ritrovare una serietà e un'onestà senza compromessi. Ma per Giuseppe Ayala, che di entrambi fu grande amico, oltre che collega, i due magistrati siciliani sono anche il ricordo commosso di dieci anni di vita professionale e privata, e un rabbioso e mai sopito rimpianto. Ayala rappresentò in aula la pubblica accusa nel primo maxi-processo, sostenendo le tesi di Falcone e del pool antimafia di fronte ai boss e ai loro avvocati, interrogando i primi pentiti (tra cui Tommaso Buscetta), ottenendo una strepitosa serie di condanne che fecero epoca. E fu vicino ai due magistrati in prima linea quando, dopo questi primi, grandi successi, la reazione degli ambienti politico-mediatici vicini a Cosa Nostra, la diffidenza del Csm e l'indifferenza di molti iniziarono a danneggiarli, isolarli. Per la prima volta, Ayala racconta la sua verità, non solo su Falcone e Borsellino, che in queste pagine ci vengono restituiti alla loro appassionata e ironica umanità, ma anche su quegli anni, sulle vittorie e i fallimenti della lotta alla mafia, sui ritardi e le complicità dello Stato, sulle colpe e i silenzi di una Sicilia che, forse, non è molto cambiata da allora.

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Utente 10581
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"23 maggio - 19 luglio 1992"
L'appuntamento era fissato per il primo pomeriggio di venerdì 22 maggio all'aeroporto di Ciampino. Falcone, come spesso accadeva, mi avrebbe dato un passaggio per Palermo sul volo di Stato. In mattinata mi telefonò per avvertirmi di un cambiamento di programma. Francesca non si sarebbe liberata dal lavoro in tempo. Il decollo era spostato di ventiquattr'ore. "Giovanni, arrivare a Palermo sabato sera per ripartire lunedì mattina mi fa pensare che è meglio che io rimanga a Roma. Ti ringrazio, ci vediamo la settimana prossima". Alle 17.59 di quel sabato cinquecento chili di tritolo fecero scempio di cinque vite e della dignità del nostro Paese. Avrei dovuto esserci. Il "nonnulla" che aveva salvato Ninni Cassarà rimase al mio fianco. Gli debbo la vita.
Domenica 19 luglio, tornato dal mare, stavo riposando. Intorno alle sei del pomeriggio sentii un boato che mi fece saltare dal letto. Mi affacciai, ma non notai nulla di particlare. Dopo qualche minuto vidi un'enorme nube nera superare i dieci piani del palazzo di fronte a casa mia. Scesi in strada. La scorta mi seguì. Dopo duecento metri i nostri occhi furono costretti a una visione che a qualunque essere umano andrebbe risparmiata. E che non descrivo. Inciampai in un tronco di uomo bruciato. Era quello che restava di Paolo Borsellino. Fui il primo a vederlo in quello stato. Sarò l'ultimo a dimenticarlo".
Un libro scritto dal "di dentro" che ti fa rivivere quegli anni, con tutti i successi ottenuti, ma anche con tutte le difficoltà del caso. Tanto oggi come allora la macchina del fango non smette mai di funzionare colpendo proprio tutte quelle persone che, con il maxiprocesso, hanno dato una bella lezione alla mafia. Come in altri libri letti, quello che ha dovuto subire Falcone è disdicevole! Che se ne dica!

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