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La rabbia e l'orgoglio
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Fallaci, Oriana

La rabbia e l'orgoglio

[Milano] : BUR Rizzoli, 2015

Abstract: Con La rabbia e l'orgoglio (2001), Oriana Fallaci rompe un silenzio durato dieci anni, dalla pubblicazione di Insciallah, epico romanzo sulla missione occidentale di pace nella Beirut dilaniata dallo scontro tra cristiani e musulmani e dalle faide con Israele. Dieci anni in cui la Fallaci sceglie di vivere ritirata nella sua casa newyorchese, come in esilio, a combattere il cancro. Ma non smette mai di lavorare al testo narrativo dedicato alla sua famiglia, quello che lei chiama il-mio-bambino, pubblicato postumo nel 2008, Un cappello pieno di ciliege. L'undici settembre le impone di tornare con furia alla macchina da scrivere per dar voce a quelle idee che ha sempre coltivato nelle interviste, nei reportage, nei romanzi, ma che ha poi imprigionato dentro il cuore e dentro il cervello dicendosi tanto-la-gente-non-vuole-ascoltare. Il risultato è un articolo sul Corriere della Sera del 29 settembre 2001, un sermone lo definisce lei stessa, accolto con enorme clamore in Italia e all'estero. Esce in forma di libro nella versione originaria e integrale, preceduto da una prefazione in cui la Fallaci affronta alle radici la questione del terrorismo islamico e parla di sé, del suo isolamento, delle sue scelte rigorose e spietate. La risposta è esplosiva, le polemiche feroci. Mentre i critici si dividono, l'adesione dei lettori, in tutto il mondo, è unanime di fronte alla passione che anima queste pagine. Prefazione di Ferruccio De Bortoli.

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Utente 10581
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Cara Oriana,
chissà se da lassù riesce a leggere questa mia recensione. Se nel libro "Un cappello pieno di ciliegie" ho avuto la percezione di una Oriana piena di dolcezza mentre raccontava la storia della sua famiglia, in questo vedo un'Oriana arrabbiatissima. Ne ha per tutti, Papa compreso e non a torto direi. Nel libro si chiede chi da i soldi a tutte queste persone che affrontano un viaggio in cerca di una vita migliore. Le rispondo io. Nell'immaginario collettivo, la parola profugo viene abbinata a povero, ma non è così. Tra tutti quei profughi che ho conosciuto nel centro di accoglienza dove facevo la volontaria, c'erano professori, musicisti, commercianti. Persone che hanno investito tutti i loro averi per avere una vita migliore, lontano dalla guerra. Concordo invece con tutto quello che scrive e tutte le domande che si pone. Chissà cosa direbbe oggi alla luce di tutte quelle cose che sono successe e che stanno ancora succedendo dopo l'11 settembre. Chissà soprattutto cosa penserà di queste mie parole, ma sono certa che da lassù, ovunque lei sia un sorriso le sarà spuntato.
Lei lo aveva previsto, ma se non è stata ascoltata allora, se tutte le copie del suo libro non sono riusciti a smuovere le coscienze dei più, mi chiedo cosa succederà domani!

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