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Finché morte non sopraggiunga
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Oz, Amos

Finché morte non sopraggiunga

Milano : Feltrinelli, 2018

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Mille anni di distanza tra le storie di questi due romanzi brevi, lontane nel tempo ma unite nel narrare la tragedia della terra d'Israele, con la prosa magistrale di Amos Oz. Il punto in comune è la ricerca di dare un senso da un lato alla vita, dall'altro alla morte. Si respira angoscia ma con un barlume di speranza.

#VeneziaGdLLeggereeAmare
Amore tardivo
L’attacco, scarno, dimesso ma molto incisivo, mi ha fatto tornare alla memoria quello fulminante del romanzo del Sottosuolo di Dostoevskij: sono brutto, sono malato, sono cattivo (poi variamente infiorato a seconda delle traduzioni).
Analogamente prosegue poi come una sorta di monologo, incentrato fondamentalmente su una paranoia, un nucleo delirante persecutorio, la convinzione che lo stato sovietico stia operando surrettiziamente per l’annientamento di Israele. Questo naturalmente non ha nulla a che vedere con il fatto che l’URSS possa agire effettivamente in tal senso, è l’assenza di elementi concreti su cui fondare tale condizione che lo definisce come delirio.
Il racconto è frammentato, non c’è un vero filo della narrazione, anche perché mancano gli accadimenti, sono pensieri giustapposti, non consequenziali, il cui unico legante è l’allarme, l’angoscia persecutoria.
C’è quindi uno scarto fra la forma, cioè la scrittura, raffinata, molto elegante (quanto c’entra la traduzione?) con il contenuto narrativo che sembra slegato, incapace di coagulare, di raccogliere unitariamente i rivoli del racconto; usando ancora categorie psichiatriche verrebbe da dire che l’io narrante non riesce a costruire un delirio strutturato, che riesca a spiegare quanto sta accadendo, ponendo così un limite, un contenimento all’angoscia, alla sensazione di catastrofe imminente. Sembrerebbe una paranoia che implode, che rimane confinata entro l’individuo, ma che è in certa misura contagiosa o condivisa, seppur declinata su registri diversi, come dimostra l’altro delirio, quello di contaminazione e di rovina, di Ljuba. L’unico elemento di scarico dell’angoscia sono fantasie megalomaniche, la grande armata ebraica che rade al suolo l’intero est Europa. Solo nelle ultime righe c’è una sorta di resa all’incomprensione, all’età, alla malattia e in ultima analisi alla morte, che sembra portare un po’ di quiete.
Il libro è stato pubblicato nel ’70. Non so quanto questa atmosfera fosse legata alla situazione stessa di Israele in quegli anni, gli anni, dopo l’entusiasmo degli inizi, del consolidamento e dell’espansione, del dopo guerra dei 6 giorni, dell’essere diventata uno dei teatri della guerra fredda.

2° racconto Finchè morte non sopraggiunga
E’ un racconto più lineare, segue le vicende sino all’estinzione di una sgangherata masnada intenzionata a partecipare alla crociata. Il racconto si sviluppa in parte sul registro storico, ma in parte ha anche i caratteri del racconto gotico.
Anche qui domina la paranoia, una paranoia speculare a quella del primo racconto, la paranoia dell’ebreo capace di inquinare, di deviare i valori più profondi della cristianità, sino ad insinuarsi dentro gli stessi cristiani, a diventare in un certo senso la rappresentazione della devianza, del peccato, che è dentro ciascun cristiano.
Qui la paranoia non rimane confinata entro l’individuo, dà luogo a comportamenti collettivi, a riti di purificazione ai nostri occhi crudeli, ma che hanno anche fondamento nella realtà storica, dei fatti.
Fatti che si sono ripetuti nel corso dei secoli e non solo nei confronti degli ebrei, penso ad esempio alla caccia agli indiani d’America, ai loro scalpi da parte di masnade di sbandati, come crudamente raccontato in Meridiano di sangue di Cormac McCarty.
In un certo senso il nucleo di questo racconto, l’antisemitismo diffuso, spontaneo, spicciolo, pregiudiziale di cui è disseminata la storia d’Europa, fornisce la motivazione, la giustificazione alla paura, alla paranoia del protagonista del primo racconto, quasi sopravvivesse negli ebrei una memoria atavica delle diffidenze, delle persecuzioni e delle crudeltà subite. Aspetto peraltro smentito dai fatti storici se si considera l’incredulità, la non percezione completa del pericolo mostrata all’approssimarsi delle leggi razziali e dell’olocausto.
Fatico ad esprimere un giudizio preciso di apprezzamento o meno. Non è sicuramente una lettura rilassante o edificante, fa percepire l’ansia dei protagonisti, anche se vista dall’esterno e a posteriori pare sproporzionata, frutto appunto di paranoia. Mi verrebbe da dire che è una lettura scomoda, che costringe a chiedersi, al di là della contingenza del gruppo di lettura, perché la si legge.
Claudio S.

Ringrazio la biblioteca per questo spazio che ci ha offerto. Per chi ama discutere dei libri che legge è uno spazio significativo. Insieme a Santo, Pia e Grazia, gli unici di cui avevamo i riferimenti, abbiamo costituito un piccolo gruppo di lettura che ha commentato Oz e che poi è andato avanti: abbiamo letto insieme altri 2 libri. Ci siamo tenuti in contatto sia con mail che con whatsApp

Finchè morte non sopraggiunga.

La cosa che ho apprezzato è lo stile con cui è scritto, il modo in cui le parole si susseguono l’una all’altra tanto che in alcuni punti perdi il senso del racconto. Questo è ciò che mi ha fatto arrivare alla fine di entrambi i racconti nonostante il disagio, la tristezza, l’ansia, il pessimismo generato dalla storia intrisa in entrambi racconti da un pessimismo totalizzante. Non sono entrata in sintonia con entrambi i personaggi, tutto il racconto è intriso del senso di tragedia che incombe sul popolo d’Israele e da quel delirio non riesce a uscire o comunque non ne vuole uscire e i due racconti sembrano non partire mai.
Mi ha colpito e fatto riflettere perché legato al tempo che stiamo vivendo, (in questo periodo ci si saluta solo a distanza), ciò che Oz scrive a pag.35 sull’importanza del contatto fisico …”Ho anche pensato che come c’è il diritto di respirare o di esprimere un’opinione, bisognerebbe stabilire anche il diritto per tutti i cittadini di toccare in punta di dita…”

Vi mando le mie riflessioni sul libro “Finchè morte non sopraggiunga” di Amos Oz che il 25 marzo scorso ho già condiviso con Grazia, Santo e Anna: purtroppo non avevamo i contatti per raggiungere tutti i partecipanti del gdl.
Mi chiedo se per il futuro, nel caso permanessero le difficoltà di questo periodo, potremmo pensare di vedere come realizzare (via zoom? altro?) incontri che valorizzino quella che per me è una delle specificità dei gdl: e cioè la interazione tra i partecipanti. Mi sembra che chi partecipa a un gdl, più che fare “recensioni”, si scambia soprattutto riflessioni e pensieri.
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Di Amos Oz avevo letto anni fa “Una storia di amore e di tenebra” che mi era piaciuto molto. Avevo quindi grandi aspettative su questo libro.
Ma la lettura di “Finché morte non sopraggiunga” è stata difficile, poco stimolante, avevo continuamente voglia di smettere, di non continuare. Sono arrivata alla fine quasi solo per senso del dovere. Ho trovato il testo, forse anche per il momento che stiamo vivendo, molto deprimente. Ma di un deprimente che non mi ha portato a niente, che non mi ha stimolato particolari emozioni o pensieri.
Ho trovato “Amore tardivo” pesante: mi è sembrato che il declino del protagonista sia raccontato in modo a tratti ripetitivo, spesso noioso, irritante. L’ho letto con una sensazione quasi di fastidio.
Il secondo racconto mi è sembrato più vivace, almeno nella scrittura. Ma in certe pagine, per esempio a pag. 115, si parla di “tristezza tossica.. tristezza oscura e disperata che al confronto la morte si presentava come una possibilità piena di grazia…tacita follia… sogno malefico… l’essenza dell’anima si avvizziva… l’odore dolciastro di una carogna o l’odore putrido di un cadavere in decomposizione …. tristezza tossica, tristezza oscura e disperata che al confronto la morte si presentava come una possibilità piena di grazia”.
No grazie, è un po’ troppo.
L’unico squarcio di luce, forse bello perché viene da un buio quasi totale, è a pag. 140 quando il Conte ricorda la prima moglie Annamaria: finalmente un po’ di aria, di vita, di speranza.
Nel libro ho trovato anche cose interessanti: il senso di tragedia che incombe sul popolo d'Israele e la ricerca, angosciosa e tormentata, del senso del mondo e di se stessi. Ma, ma … c’è qualcosa che non mi ha convinto.
Arrivata all’ultima pagina, mi è rimasto un senso di fastidio nei riguardi dei protagonisti e di estraneità nei confronti delle loro vicissitudini. Le storie delle vite di Shagra e del Conte, di cui vengono sottolineate la malinconia e la solitudine, mi ha lasciato un senso di malessere.
Sarà perché sono intrise di un senso di minaccia continuo, di un qualcosa di cupo che incombe sulla testa dei due poveretti che sembrano non avere altre chances, altre vie di uscita.
Terminato “Finchè morte non sopraggiunga”, che complessivamente non mi è piaciuto, mi sono chiesta cosa cerco quando leggo un libro (al di là del piacere puro e semplice della lettura).
Certo, una corrispondenza di amorosi sensi. Ma non sempre, non solo: mi sono piaciuti anche libri di autori lontani da per me per storia e sensibilità. Lo so, che come con le persone, anche coi libri non sempre avviene un colpo di fulmine o anche un semplice incontro.
Ma allora, se questo non succede, bisognerebbe o “scavare” di più o forse lasciare il libro a metà.
Mi piacerebbe sapere da voi cosa pensate di queste mie ultime righe.

#VeneziaGdLLeggereeAmare
AMORE TARDIVO
Si tratta di un vecchio al termine della sua vita.
Sta sognando? Sta vaneggiando?
La descrizione della vecchiaia fin dalle prime pagine è molto cruda; lui stesso è disgustato di sé, del suo corpo distrutto.
E’ un conferenziere, quindi usa le parole con facilità, ma nessuno lo sta ad ascoltare, anche perché l’argomento è sempre quello, una vera ossessione: la persecuzione del suo popolo.
Ma se gli altri non ascoltano lui, lui non ascolta gli altri.
Se ne sta isolato come “un marinaio su una zattera in mezzo al mare” guardando “sconfinati orizzonti di silenzio” pagg. 11 e 12. A pag. 26 cambia in spazi sconfinati, immensi.
E quando non ricorre alla categoria spazio, ecco il suo sgomento dovuto al “ silenzio del vento e l’odore delle tenebre” mentre si sposta “da un’oscurità all’altra”.
I responsabili della Segreteria culturale lo vogliono allontanare dal ruolo di conferenziere; ma lui deve dire ancora “due o tre cosette” mentre comincia a prendere confidenza con la morte.
E’ tutta la vita che aspetta la luce, una “combinazione abbagliante”; non è possibile “che tu sia nato e che tu muoia senza aver vissuto neanche una folgorazione…. che tu abbia trascorso tutti i giorni della tua vita sempre soltanto con un vago sogno dentro di te…” pag. 16
E più avanti, a pag. 39, leggiamo: “Ma è davvero possibile che uno viva e vada avanti così, senza scopo, sino a quando in un momento qualunque finisce di vivere e muore, come se niente fosse?”
Non riuscirà a consegnare al compagno Dayan il biglietto con le tre righe su cui lavora da tempo.
Ormai deve rassegnarsi e accettare un impiego all’Ufficio culturale. Dove continuerà a lavorare con le parole. Farà traduzioni.
Ma chiederà una stanza e una scrivania perché ogni tanto alzerà la testa dai fogli per guardare l’orizzonte del mare perché “Quando un giorno scoprirò delle lunghe navi grigie laggiù, in fondo all’orizzonte del mare, sarò il primo a dare l’allarme”.
Non si può proprio dire che la sua vita non avesse uno scopo e che non fosse improntata a un sentimento d’amore, parola che riesce finalmente a esprimere.
Non si può nemmeno dire che Oz non sappia usare le parole.
Vi sono alcune espressioni che parlano alla nostra immaginazione, come dei quadri o scene di film; una per tutte: Fra le mani delle vecchie compagne danzano i ferri da maglia…”
Certi ossimori sono geniali: la morte come”prevedibilissimo colpo di scena” pag. 12 e “la neve nera” che cada “soffice e minacciosa”.
Infine leggiamo la pag. 40; enucleando alcune espressioni del brano e mettendole insieme come versi, ne risulterebbe una poesia. Io ci ho provato.
O L G A
Sipari di malinconia
Ultimi bagliori del crepuscolo
Neve grigia nella morbida luce del tramonto
I boschi bianchi
Come un a carezza sul pendio delle candide colline
L’odore del vento
Il suo viso incorniciato nel fazzoletto
Le sue lacrime
La sua risata calda e bassa
Fra le lacrime
Olga

Finché morte non sopraggiunga
Questo racconto sembra più “facile”.
La storia incuriosisce e ti invita a continuare la lettura; ti chiedi come finirà questa specie di armata Brancaleone che vuole raggiungere la Terra Santa.
La natura è protagonista: l’autunno soprattutto, la stagione in cui il Conte Guillome de Touron parte col suo seguito.
Ha schierato tutti i pellegrini ….cominciando dai cavalieri e arrivando fino ai servi, alla feccia e alle donne (pag.118) (notare il posizionamento delle donne in questa fila, ma è perché siamo nel Medioevo!) .
L’autunno dicevo di cui Oz ci offre delle descrizioni magistrali confermandosi un artista della parola.
E poi il giorno che scorre con il sole che segue gli spostamenti di Guillaume sino a che “non sfiorava il retro del suo elmo”.
Infine l’inverno con la sua violenza, le indomabili forze della natura che “nel loro corso selvaggio cancellavano e distruggevano tutto ciò che aveva una punta…”
E la tempesta e “quelle forze brutali esplose per sottomettere tutta la terra …decisamente ostili a croce, campanili, lancia, cavallo e uomo”.
E’ la natura che ci fa comprendere come siamo piccoli e miserabili con i nostri sospetti, il nostro odio e i nostri fanatismi, le nostre crudeltà (certe pagine di torture mi è bastato leggerle, non ci voglio tornare).
“Nessuno più dubitava della presenza di un ebreo nascosto nella spedizione” pag. 115
“ C’era fra loro un suonatore di flauto…il sospetto cadde su costui.” Pag. 103
“C’è in mezzo a noi una presenza straniera. Ogni notte, tutti noi invochiamo il nome del Salvatore, ma c’è uno fra noi che invoca menzogna… Un nemico del Salvatore si nasconde fra noi, un lupo in mezzo al gregge del Signore” pag, 117
Anche qui si insegue uno scopo, una ossessione anche se a volte si presenta “una strana incertezza…Gerusalemme esisteva davvero su questa terra o non era altro che un’idea sottile e astratta che chi si ostina a cercare nel mondo della realtà non potrà che perderla?” pag. 114.
E’ il racconto di un viaggio, un viaggio come metafora della vita e a pag. 137 infatti l’autore ce lo dice espressamente:
“L a terra, gli uomini, la neve, i tormenti, la morte, è tutto solo una metafora… “
L’ultima parola del racconto è “pace”; si commenta da sola.

Chissà cosa avrà motivato un trentenne Oz a tirare fuori chissà da dove questo Shraga, dal fisico disfatto, ossessionato da un ipotetico complotto bolscevico atto a sterminare il popolo ebraico, che goffamente tenta di recuperare un
vecchio amore, per poi affidarsi a una composta rassegnazione!?
E che dire del nobile de Touron che nel 1095
parte con piccola truppa incerottata per le terre sante da Avignone, e per imbarcarsi, invece di andare verso il mare, che è a sud, va a S. Etienne, esattamente a nord e poi nel cuore della Svizzera, a Grenoble?! Dopo aver trucidato qualche ipotetico ebreo per estirpare l'origine del male, causa di carestie e malanimo, scopre che questo male è dentro di lui e si trafigge con la spada.
Concordo con Claudio che siamo in presenza di soggetti paranoici, le cui vicende strampalate travalicano la verosimiglianza. E allora qui bisogna trovare una diversa chiave di lettura, ma quale?
La scrittura e la traduzione sono davvero eccelenti, ma non basta una stoffa di ottima qualità perché un sarto confezioni un abito decente.
Questii racconti, usciti in Italia in occasione della morte di Oz, non gli rendono giustizia.

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