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L'ISOLA DI ARTURO
Si è già detto: romanzo di formazione. Il passaggio di un giovanissimo adolescente dall'infanzia all'età adulta, un passaggio elaborato e laborioso recitato su un palcoscenico meraviglioso e mitico: l'isola di Procida.
L'isola si stende morbida e indolente sulle acque oscure e misteriose di un mare indifferente e potentissimo, lambita da flutti, ora cantilenanti, ora minacciosi. È viva e pulsante "come un delfino", selvaggia e a tratti terribile.
Mai, salvo verso la fine, prima del sorprendente epilogo, il lettore viene accompagnato nel cuore dell'isola, all'interno della fortezza antica. Nel momento in cui Arturo si addentra nel labirinto di vie, sottopassi, erte e spianate, si avverte un brulichìo di presenze, il cui sentore arriva vago e indistinto. Si odono rumori, voci, richiami e sembra di attraversare un panorama surreale e metafisico.
Un alone di mistero e di improbabilità avvolge tutta la vita di Arturo che viene introdotto nel mare della vita grazie alla morte di sua madre, e la sua vicenda assume i contorni del racconto mitologico. Viene allevato con latte di capra dal balio Silvestro e cresce in una quasi totale e assoluta solitudine sopravvivendo in una natura impervia e inospitale.
Si potrebbe obiettare che tutto risulti poco credibile o affatto convincente, ma l'obiettivo della Morante non è un resoconto realistico. La veridicità dei luoghi, le loro connotazioni morfologiche e la precisione topografica fanno solo da contrappunto allo scandaglio psicologico di un'anima: vero scopo dell'autrice.
La vicenda copre un arco di tempo di circa due anni e, con ogni probabilità, si tratta degli ultimi anni della seconda guerra mondiale. Tuttavia la collocazione temporale è vaga e anch'essa sembra più mitica che reale.
Protagonista assoluto e voce narrante del romanzo è Arturo, un adolescente che passa con disinvoltura da misogine e bieche dichiarazioni a lirici afflati con l'Universo e con le sue leggi insondabili.
In balia dei marosi emotivi, annaspa fra subitanee e talvolta contrapposte emozioni. Ora amante appassionato eppur pudico, ora volgare protervo e scostante, ora selvaggio e ferino abitatore di anfratti, ora anima dolce e idilliaca capace di avventurarsi in declamazioni oratorie e in voli pindarici della fantasia.
Quello che lo anima è un indomito istinto vitale che lo fa rimanere aggrappato all'esistenza al di là di ogni pronostico, ma ciò che lo arde e lo pervade è l'amore appassionato e mai ricambiato per suo padre.
Come ogni bambino e ogni adolescente la figura paterna è idealizzata e innalzata al pari di un eroe invincibile e ineguagliabile: passa il tempo in attesa di ogni suo ritorno e struggendosi per ogni sua partenza. Malgrado l'indifferenza, la rudezza dei modi, malgrado la sua distanza affettiva, malgrado le umiliazioni subite, le derisioni a cui viene esposto e la deprivazione di ogni manifestazione di affetto, il suo amore rimane granitico, incrollabile, questuante. Ogni volta che la realtà lo colpisce con lo schiaffo del rifiuto e dell'abbandono, Arturo distoglie lo sguardo. Si aggrappa alla sua fede incrollabile e si prostra in adorazione come difronte a un Dio tragico e indifferente, che lo ignora pur conoscendolo profondamente.
Quando alla fine anche l'ultimo velo cade, Arturo beve il calice amaro della rinuncia definitiva più per orgoglio che per consapevolezza. Suo padre, Wilhelm Gerace, bellissimo sangue misto per metà teutonico e per metà partenopeo, è in realtà la patetica "parodia" di un uomo mosso solo dalle sue viscere, che poco ha a che fare con la nobiltà e la superiorità che gli ha voluto attribuire il figlio, è una rinuncia dolorosa e insanabile ma che non potrà far altro che accettare.
Grande assente del romanzo è la madre di Arturo, e con lei mancherà per sempre l'unico amore certo della vita. Giovanissima muore nel darlo alla luce lasciandogli in eredità uno struggimento e una nostalgia imperituri. Anche lei entra in un'aura mitica e la sua unica foto viene conservata e protetta come una reliquia.
Nel romanzo figure ed entità, per aspetti diversi, sembrano sostituirla. La Casa dei Guaglioni, vecchia dimora patrizia, come un enorme grembo lo protegge e gli regala una sicurezza e una sponda salvifica nella condizione di abbandono in cui si trova.
In parte la funzione materna viene svolta da Nuziatella, la sua giovanissima matrigna che ha imparato dalle donne della sua famiglia l'arte dell'accoglienza del cuore, del calore e dell'accudimento. Lo accudisce, lo sostiene e lo consola come farebbe una madre. Lo culla con le parole raccontandogli della sua casa dove, in una miseria inconsapevole e in un'atmosfera gonfia di odori e sapori, si può entrare nell'onda calda di una famiglia che conosce solo il codice del cuore.
Anche l'isola di Procida è per lui come una madre. Il legame che lo unisce alla sua terra è viscerale e, alla fine, il dolore nel lasciarla gli parrà insostenibile. La quotidianità è scandita dall'avvicendarsi ritmato di usi e rituali. Il tempo della trasformazione, invece, scorre sotterraneo e apparentemente immutabile, ma alla fine Arturo salperà verso la vita.
La Morante avvince e convince con arte stilistica, crudezza ed empatia al tempo stesso. Offre un quadro pittorico vivido e realistico di un luogo che diventa il luogo di un'anima, in cui ogni elemento è se stesso e la metafora di un simbolo.
L'isola di Arturo è sia Procida sia l'isola che non c'è, fluttuante su quel tempo crudele che è l'infanzia quando si affaccia all'adolescenza, bellissima solo nei ricordi.

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