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Medea
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Wolf, Christa

Medea

Roma : E/O, 2011

Abstract: Nel romanzo di Christa Wolf, Medea è una donna forte e libera, una maga depositaria di un sapere del corpo e della terra. È questo secondo sguardo che le fa scoprire un orribile segreto nascosto nel sottosuolo del palazzo reale di Corinto. Medea dovrà pagare per aver svelato il crimine su cui si fonda il potere. Non saprà né vorrà difendersi perché - dopo aver abbandonato la natia Colchide, anch'essa macchiata di sangue innocente - non ha più radici né ideali che la sostengano. Dopo dieci anni da Cassandra, Christa Wolf torna al romanzo con Medea, ricorrendo come in quella felice occasione alla riscrittura radicale del mito. La figura di Medea ci è stata consegnata da Euripide soprattutto come la madre che ha ucciso i propri figli, la violenza irrazionale contrapposta alla razionalità patriarcale della civiltà greca. Christa Wolf ribalta questa versione con una vera e propria indagine riallacciandosi alle fonti antecedenti Euripide.

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La Medea di Christa Wolf si riallaccia ad una tradizione minoritaria e anti euclidea e ce la descrive vittima di un potere nutrito di rabbia e livore, che le addebita colpe e atrocità mai commesse di cui altri sono colpevoli.
Nel romanzo si rifà ad un mito pre-ellenico, in cui uomini e déi erano vittime di una sete di potere inarrestabile e insaziabile. Le voci dei protagonisti di una tragedia cupa e truce si alternano e ognuno ci offre la sua prospettiva: Giasone, suo sposo, Agameda, sua allieva e infida accusatrice, Acamante, astronomo e mente occulta del potere reale, Leuco, astronomo e impotente testimone di un a tragedia annunciata e Glauce, disperata figlia del re di Corinto e della regina Merope.
La Medea della Wolf lascia la selvaggia terra della Colchide e con Giasone, che lei ha aiutato nella conquista del Vello d'oro, prende il mare a bordo della nave Argo insieme a un manipolo di fedelissimi.
Dopo varie peripezie approdano a Corinto, ricca ed opulenta quanto fragile ed insidiosa. La società dell'evoluta Corinto, il suo apparato regale, i depositari delle antiche sapienze astronomiche e la sua prosperosa economia nascondono infatti un orribile misfatto, un imperdonabile crimine: il sacrificio umano di una bambina, la principessa Ifinoe.
In questo panorama si innesta Medea, una donna indomita e selvaggia che non ha mai perso il contatto con la sua anima né con la sua natura viscerale e istintiva, una donna che non teme di sfidare gli déi quando le loro pretese si fanno disumane.
Medea, seguendo il filo dipanato dal suo istinto che non si è fatto obnubilare dai fasti della corona, scopre la verità. Scopre i resti della piccola Ifinoe. La verità emergerà dai suoi gesti, dai suoi sguardi e dalle sue attenzioni verso il debole, il fragile e l'annientato, come la giovane Glauce.
Sarà questo l'inizio della sua fine, la macchina dei potenti si attiva aiutata e dai suoi nemici: Presbo e Adameda. Tutto si organizza ad arte per metterla a tacere e con un sapiente gioco di manipolazioni vengono create prove, costruite testimnonianze e aizzate folle.
Crimini e poteri le vengono attribuiti mentre lei continua pervicacemente, ostinatamente, beffardamente, incoscientemente e insolentemente sulla strada della verità.
Cerca, scava, chiede, indaga e cura come è nella sua natura. La paura di morire lapidata non riesce a fermarla, anzi la rende beffarda e per questo potente.
La Wolf narra questa civiltà sconfinata al limitare del tempo con la potenza evocatrice di un bardo in un profluvio di parole inarrestabili come l'impeto dell'onda di un fiume.
Il lettore la segue, corre dietro a suoni, percepisce odori ora acri ora soavi, ode suoni ora cullanti ora terribili, e poi sussurri, grida, mutismi eloquenti e sguardi penetranti come lame.
L'antichità e il mito scivolano davanti agli occhi eppure sembra che non siano passati millenni, talvolta tutto sembra reale, troppo reale, tutto appare così vicino, troppo vicino, tanto prossimo da non riuscire a sopportare l'odore del sangue che scorre, le urla di vittime, le ferite delle ingiustizie.
Medea capelli di lana, pelle bruna e occhi grigio-verdi striati. Medea che ipnotizza con lo sguardo dorato e le sopracciglia unite, verrà riconosciuta colpevole di tutti quei misfatti che ancora oggi paga grazie ad un immaginario collettivo nutrito dalla menzogna dei codardi che l'hanno voluta capace di uccidere suo fratello Apsirto prima, e dei suoi figli poi.
La Wolf, così come Carcino di Agrigento e Robert Graves, cercherà di renderle giustizia, cercherà, come la stessa Medea aveva fatto a Corinto, di far emergere una verità che le renda un'integrità perduta.
Ciononostante nulla potrà cancellare la condanna a cui sarà sottoposta per millenni e che ancora sta scontando: l'esilio e la lapidazione dei suoi due gemelli: Medeo e Ferete.
Medea, sarai per tutti e per sempre la selvaggia, la strega, l'assassina, l'infanticida a dispetto della verità.
Oh, Medea pagherai la tua incoscienza, la tua temerarietà col dolore. Sarà un dolore che non conoscerà il lenimento del tempo e ogni giorno sarà come il primo giorno, la ferita sanguinerà di sangue vivo come pelle appena incisa, come arto appena reciso, come lama appena affondata.
Ti addormenterai con l'illusione di un sonno d'oblìo e nel sogno rivivrai l'incubo che ti accompagna nelle ore di veglia. Ogni alba sarà presaga di disperazione e non ci sarà alito di vento che ti potrà allontanare dall'abisso. Vivrai nell'illusione di un domani pietoso che non arriverà mai.
La tua voce ha attraversato, inudita, i millenni e il tuo ricordo ancora ci turba. Maliarda e spaventevole ci incuti il terrore di essere annichiliti dal tuo sguardo, di essere incatenati dal potere della tua mente.
Euripide è riuscito ad esautorare il tuo potere, ma chi non ti ha temuta ti ha potuto guardare negli occhi, ha potuto ascoltare la tua voce, ha potuto raccogliere la tua disperazione e ha cercato di lenire il tuo strazio.
Nel 1957 Christa Wolf ti ha consegnato a noi con una prospettiva nuova. Salpiamo con te verso un viaggio che, comunque vada, non ci lascerà mai più come eravamo.

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