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Utente 55727
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LO STRANIERO - Albert Camus
Albert Camus ci regala questo capolavoro del Novecento con uno stile essenziale, con una scrittura scarna, fluida e apparentemente semplice, la stessa semplicità di un'etoile che nel gesto netto e nel volteggio pulito cela lo sforzo, la tensione muscolare, la sofferenza dei tendini, l'adrenalina della paura e della prova.
Sotto il cielo di Algeri, terso e abbacinante come uno specchio, fra gli aliti della brezza marina si consuma la tragedia di un uomo che, sospeso fra cielo e terra, obnubilato da una caldo torrido e feroce, uccide. Uccide senza un motivo, e senza un perché darà un nuovo corso alla sua vita mediocre, cambierà il segno della sua indifferenza e del suo pavido senso di colpa, dalla sua anaffettività per essere lanciato nel panorama sconosciuto di un irremissibile peccato, nella ruota karmica dell'eterna espiazione.
Meursault è il protagonista e già nell'etimo del suo nome c'è il preludio di un destino segnato da una predestinazione, dall'ombra della morte se non addirittura dell'omicidio (meurtre).
Meursault è un uomo senza passioni e senza sogni. Come ogni essere umano, avverte un inspiegabile eppur presente senso di colpa per eventi assolutamente al di fuori del suo potere decisionale: la morte di sua madre, i giorni di congedi dal lavoro richiesti, la sua indifferenza al funerale.
Ma quel senso di colpa strisciante e inafferrabile, a cui non sa dare una connotazione è, in realtà, legato alla consapevolezza della sua anaffettività, al suo sentirsi responsabile per non riuscire a sentire niente per nessuno.
Anche le sue relazioni sociali sono senza spessore, fatte di incontri che non arrivano mai ad una vera condivisione. Maria e Raymond sono casuali compagni di vita che potrebbero essere sostiuiti con chiunque altro.
Così trascorre la prima parte dell'opera: fra un bagno in mare e incombenze in ufficio, fra bevute e domeniche passate alla finestra.
Diciotto giorni scanditi da frasi brevi, lapidarie e monotone che si susseguono come gocce di un'improvvisa pioggia estiva, che lambiscono lussureggianti macchie latifoglie, come i rintocchi di un flebile orologio di sottofondo.
Vediamo la realtà dagli occhi di Meursault, la percepiamo dalle sue descrizioni che sono tanto più precise e puntuali quanto più distante è il suo cuore, il suo sentire. Ogni tanto qualche lirismo denso e destabilizzante, come un bagliore di un improvviso risveglio notturno, poi di nuovo l'oblio del cuore.
Lo scorrere di episodi, aneddoti, gesti, espressioni e parole ci rendono l'essenza di un mondo che rotea attorno all'indifferenza di un uomo malato di alienazione.
Lentamente, come una sfera che procede su un piano inclinato, la vicenda si avvicina ad un climax che segnerà il cambio di rotta, nella sua vita e nel ritmo del romanzo stesso.
Nella seconda parte, che copre un arco di tempo di undici mesi, la tensione gradualmente aumenta, il tutto alla luce di un sole che veglia, vigila, controlla, fissa col suo occhio spietato e inappellabile la vita di chi si affanna sotto di lui, sul palcoscenico del mondo come una marionette ignare e proterve.
"Quatre coups brefs que je frappais sur la porte du malheur", è così che Meursault finisce per trasformare quel senso di colpa in delitto, in frattura definitiva: un filo che si spezza nel patto di alleanza con l'Infinito.
Eppure quel gesto segnerà proprio il varco attraverso cui potrà contattare la sua solitudine, la sua estraneità al mondo e, a suo modo, il suo sentire, forse per la prima volta nella vita.
"There is a crack in everything, that's how the light gets in" (L. Cohen)

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