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ARCHIVIO COMMENTI AI LIBRI LETTI

Trama: La sera di Capodanno Miho e Maho ricevono la paghetta dalla nonna che sentenzia: “Il modo in cui spenderete i soldi può decidere della vostra vita”. Miho è una spendacciona, va a vivere da sola, mentre, al contrario Maho, risparmiatrice compra un borsellino e sul taccuino per la contabilità domestica registra tutte le spese giornaliere, assicurando al marito e alla figlia Saho una esistenza tranquilla.
Pregi: saga al femminile sull’indipendenza economica della donna. Unico personaggio riuscito la nonna Kotoko che a 73 anni trova ancora la gioia di lavorare procrastinando con allegria la sua dipartita.
Difetti: Romanzo di nessun valore letterario, poco convincente, noioso e scritto con stile non scorrevole. Sembra un saggio di economia aziendale, dove si parla solo di pensione per la vecchiaia, assicurazione sulla vita, azioni e titoli di Borsa, di riduzione delle spese fisse, di bollette e mutui da pagare, dell’elogio sperticato del risparmio e dell’attaccamento al dio denaro. Ogni personaggio si rapporta agli altri motivato solo dal possesso dei soldi. I nomi quasi simili per assonanze confondono il lettore. Esempio: Tokomo e Kotoko

Lettura scorrevole e piacevole di un'autrice esordiente che ha riscosso successo in Giappone e ha tentato almeno in Europa un'operazione commerciale a cominciare dal titolo del romanzo stravolto e copertina annessa. Il romanzo è un po' troppo monotematico , tutto ruota intorno all'economia domestica; trovo interessante il tema della centralità del lavoro che permette l'indipendenza economica delle donne: le protagoniste ne comprendono l'importanza nel corso delle loro vite. Un racconto di varie generazioni a partire dalla nonna Kotomo alle nipoti Miho e Maho. Tutte hanno degli obiettivi, tranne Tomoko (la nuora di Kotomo) un po' frustrata dalla vita familiare e dal marito assente, che però dopo l'esperienza dolorosa del tumore si ritaglia il suo piccolo spazio di autonomia. La lettura mi ha permesso di avvicinarmi con leggerezza alla cultura, alle tradizioni culinarie e non del Giappone (centrale il culto del té e della teiera) e alla storia economica del Giappone: lo schema di contabilità domestica di nuovo in auge dal periodo della Bolla (decennio 1990-2000 di deflazione), dopo aver salvato l'economia familiare durante la seconda guerra mondiale. Dal racconto viene fuori il maschilismo strisciante della società giapponese, nel mondo del lavoro : Matchie la collega di Miho dopo essere stata licenziata viene coperta di ingiurie dai colleghi; nella vita familiare: lo stesso primo fidanzato di Miho è comprensivo nei confronti dei colleghi di Miho; il marito di Tomoko è poco collaborativo e partecipe alla vita familiare, anche se alla fine del romanzo si rivelerà diverso. Ho amato la figura della nonna, custode delle tradizioni, ma anche aperta alla modernità, intraprendente, amante della natura e dedita al giardinaggio, capace di ascoltare e guidare gli altri personaggi, decisa e incurante del giudizio degli altri. Il finale mi ha spiazzato: genitori e nonna trovano una soluzione al problema finanziario del nuovo fidanzato di Miho, mostrando verso di lei un atteggiamento paternalista; Miho non si ribella, accetta di essere affidata al suo fidanzato Shohei, confermando ancora una volta la subalternità rispetto all'uomo.

Parto dal sottotitolo del romanzo :"un segreto di famiglia che si tramanda da donna in donna. Perché l'indipendenza economica è la strada per la libertà" Lo sappiamo benissimo noi donne italiane e forse lo hanno sempre saputo le nostre nonne; la globalizzazione è arrivata anche in Giappone. Per me questo romanzo è un vademecum di economia domestica, sicuramente è piaciuto alle donne orientali che avevano bisogno di questi consigli. La nonna del romanzo è un'efficace influencerper figli e nipoti, comunque mi aspettavo qualcosa di diverso. La scrittrice scrive bene, il racconto non fa una piega, ma ciò che descrive è la lista di tutti i problemi del quotidiano che non interessano molto. Il tutto diventa molto arido e non lascia spazio alla fantasia. Il Giappone immerso nel più chiuso feudalesimo, dopo la seconda guerra mondiale ha accettato tutti i meccanismi economici e produttivi dell'Occidente, diventando in pochi decenni una delle maggiori potenze industriali nel mondo. Questo ha determinato una trasformazione di valori e di vita che in parte ha cancellato le loro tradizioni. Fortunatamente non ha cambiato del tutto gli aspetti della vita giapponese.

Tematiche: Feroce accusa contro il patriarcato, visione cruda dei villaggi nigeriani con la descrizione meticolosa della loro povertà. Denuncia di abusi, ingiustizie, illeciti, corruzioni, schiavismo, crudeltà, ma anche solidarietà, importanza dell’educazione e dell’istruzione, basilari trampolini di lancio per conseguire la libertà e affermare la propria individualità come essere umano.
Trama: A Ikati, un villaggio della Nigeria, il destino delle donne è segnato fin dalla nascita. Nell’infanzia si occupano della casa, frequentano la scuola solo per imparare a leggere e a scrivere, a 14/15 anni sono vendute come oggetti, in cambio di merci (un sacco di riso, capre e polli) al migliore offerente. Solo Adunni è diversa e cerca di ribellarsi. Ragazza intelligente, ambiziosa, determinata, ama studiare, conoscere parole nuove, imparare l’inglese coltivando il sogno di diventare maestra, per affrancarsi dalla miseria, ma il suo sogno s’infrange quando il padre le comunica che per pagare l’affitto e i debiti, la darà in sposa a Morufu, un vecchio tassista ossessionato dal volere un figlio maschio, un uomo che ha già due mogli, Labake madre di una femmina e Kahdija che gli ha dato altre tre femmine. Adunni, dopo aver subito stupri e violenze dal marito, fugge a Lagos alle dipendenze come serva di una ricca imprenditrice, Big Adam, donna perfida e crudele, che la vessa e la picchia, subendo anche le molestie del marito Big Daddy. Adunni trova due amici: Kofi, il cuoco ghanese che la consiglia e la protegge e Tia Dada, ambientalista britannica, che le insegna la lingua inglese. Adunni si riscatta dalle sue umili origini e con volontà e applicazione vince una borsa di studio e diventerà maestra, ripromettendosi di costruire una scuola a Ikati per insegnare alle bambine nigeriane della futura generazione.
Difetti: Romanzo di faticosa lettura per la lingua volutamente scorretta (Broken English) imposta al pubblico dall’autrice per evidenziare come Adunni, da analfabeta, a poco a poco riuscirà, imparando parole nuove a comprendere l’inglese e a emanciparsi. Eccessiva insistenza sullo sfarzo dei ricchi (tovaglie dal pizzo d’oro

Il romanzo, seppure pura fiction, è frutto di un lavoro di documentazione da parte dell'autrice sulle condizioni di discriminazione, sottomissione e sfruttamento delle ragazze nigeriane del Nord e del Sud-ovest in particolare. Il tema principale dell'istruzione nel processo di crescita della protagonista , percorre tutta la narrazione: Adunni, costretta a lasciare la scuola per volontà del padre, è decisa a realizzare i suoi obiettivi: studiare, diventare insegnante, aprire scuole per le ragazze nel suo villaggio e solo dopo costruire una famiglia. Adunni scoprirà - attraverso la biblioteca della casa dove si ritrova a fare la domestica - la storia del suo paese, imparerà l'inglese e potrà dopo tante sofferenze accedere ad una borsa di studio. L'autrice ci fa conoscere questo immenso e contraddittorio Paese attraverso storie narrate e pillole di cultura, storia sociale e politica, tradizioni, superstizioni, ingiustizie, che troviamo in apertura di vari paragrafi del romanzo Anche la costruzione dello stile del romanzo è legata al tema dell'istruzione: la lingua parlata da Adunni, nella prima parte del racconto è sgrammaticata, scorretta, ostica; diversa da quella parlata da altri personaggi e da lei stessa nella seconda parte del romanzo, decisamente più scorrevole, quando inizierà a studiare da autodidatta e con l'aiuto di Ms Tia. Adunni è una ragazza sveglia, intelligente, determinata, semplice ma acuta; nel corso del romanzo incontra altre coetanee e donne che segneranno la sua vita: tra queste il fantasma di Rebecca, che l'ha preceduta nella casa di Big Madam ed è sparita, non sa come e perché, ma è cosciente che potrà capitarle la stessa sorte. L'autrice ci trasmette la consapevolezza dell'importanza dell'educazione scolastica nel processo di crescita e indipendenza delle donne. Mi ha colpito la sincerità e il coraggio di Adunni spinta fino a mettere in discussione la confessione della severa padrona Big Madam sulla sorte di Rebecca, che rimasta incinta dal marito della signora è stata allontanata o fatta sparire da uno di loro.

La storia narrata nel libro si svolge in Nigeria, nel villaggio di Ikati e nella popolosa città di Laos. Racconta le vicende di Adunni, orfana di una madre molto amata che la mandava a scuola e aveva instillato in lei il desiderio di istruirsi, per" avere una voce forte, una voce che la sentono tutti". Ma a 14 anni è "venduta " dal padre come sposa a un uomo molto più anziano di lei che ha già due mogli e quattro figlie. La morte della seconda moglie costringe Adunni a fuggire e viene " venduta" nuovamente a una ricca, violenta, dispotica, cattiva signora a Laos dove lavora molto, viene picchiata sistematicamente e insidiata dal di lei marito, uomo viscido, ubriacone e lussurioso. Adunni non si arrende, spera in un futuro migliore, coltiva la sua autostima e il sogno di diventare maestra, per uscire dalla povertà, per affrancarsi dai ricchi corrotti e vanesi, per liberarsi dal dominio indiscusso dei maschi davanti a cui bisogna mettersi in ginocchio e non parlare, per aiutare chi non ha voce. Studia da sola e di nascosto nella Biblioteca "un paradiso di libri e di istruzione " nella grande villa dove tutto scintilla e le sembra d'oro. È aiutata dal cuoco che la iscrive a un concorso per domestiche con la possibilità di vincere una borsa di studio e da miss Tia, la moglie del medico, donna istruita, buona, sensibile e dalla mentalità aperta e progressista. Infine Adunni riesce nel suo intento. Ho letto con interesse il libro che dà un 'idea della Nigeria, un Paese ricco, popoloso, con grandi differenze e discriminazioni sociali, dove persistono superstizioni e credenze deplorevoli, dove impera il maschilismo e "le donne soffrono per tutto più degli uomini ". Mi ha disturbato il linguaggio sgrammaticato e sintatticamente scorretto, sia pure usato di proposito dall'autrice per e

Tematiche: Rappresentazione della borghesia romana con i suoi difetti, ipocrisie, superficialità e menzogne. I protagonisti sono di fronte alla vita, ma inetti e incapaci di agire, subiscono passivamente gli accadimenti, senza parteciparvi. Senso di prigionia che Carla e Michele provano, e l’incapacità di uscire dalla situazione in cui si trovano, di staccarsi da Leo e dal suo ambiente mondano, falso e ipocrita che a loro è venuto a noia. L’indifferenza impedisce a Michele di credere nelle proprie azioni. Carla si rifugia nelle illusioni pensando che l’avventura con Leo rinnovi la sua vita. Mancanza di assunzione di responsabilità, apatia morale, indifferenza verso la società ma anche indifferenza verso sé stessi, presa di coscienza della propria inettitudine. Sfiducia di Moravia nei confronti dell’uomo. Manca la redenzione. I cinque personaggi sono immaturi appartengono a una classe sociale in decadenza. Leo si comporta da padrone a Villa Ardengo, convinto che i debiti spingeranno la vedova a passargli la proprietà. Mariagrazia è gelosa di Lisa, la prima amante di Leo. Lisa corteggia Michele per ritrovare in lui la passione della giovinezza. Disgusto opaco di Michele e di Carla per Leo, ma consapevole disgusto anche di sé stessi. Indifferenti i 5 personaggi ma in modo diverso. I tre adulti in senso morale, i giovani in senso psicologico. La loro vita non cambia e non cambierà mai. Michele, perché la foresta della vita lo circondava da tutte le parti e nessun lume splendeva nella lontananza. Carla rassegnata: Lo sposerò, cosa avverrebbe di me se non lo sposassi? Che cosa diventerei?
Trama: La famiglia Ardengo caduta in miseria, è costretta a vendere la casa di proprietà per pagare i debiti a Leo, il creditore, prima amante di Mariagrazia, poi seduce la figlia Clara. L’altro figlio di Mariagrazia, Michele diventa l’amante di Lisa, l’amica del cuore di Mariagrazia. Alla fine tutti sono sconfitti dalla vita per la loro incapacità di amare, sopraffatti dall’indifferenza che li accomuna nei confronti del mondo circostante in cui non riescono a inserirsi per la loro noia manifesta e palese inettitudine.
Conclusione: romanzo enigmatico di difficile interpretazione per lo sdoppiamento dei personaggi: può una persona avere due individualità separate? Carla donna adulta e al contempo ingenua fanciulla, Michele, codardo fanciullo e al contempo uomo deciso a uccidere l’odiato Leo, senza però riuscirci per mancanza di sensibilità e di goffaggine (la pistola scarica). Velata satira di Moravia alla borghesia fascista.

Leggere Moravia, seppure dell'età giovanile è stata un'opportunità per conoscere una grande figura del Novecento italiano, complessa e poliedrica, sicuramente di grande interesse. Ho trovato questo romanzo un po' cupo, senza via di redenzione per i personaggi. E' il magnifico ritratto all'interno della borghesia decadente, ambientato nei primi anni del fascismo, dove sesso e denaro rappresentano i fondamenti di giudizio della realtà. L'oscura consapevolezza dei personaggi, in particolare di Michele e Carla, non prevede autocoscienza e per questo non si risolve; essi restano interiormente divisi. Michele è chiuso , ingenuo, desideroso di sincerità e fede irraggiungibili, cosciente di ciò è disperato, rassegnato, impotente; incapace di provare nel profondo emozioni sincere e di esprimerle in forma compiuta, scisso tra quello che dovrebbe dire o fare e che per viltà e debolezza non riesce a realizzare; egli resiste alla falsità del mondo con "l'indifferenza", uno schermo protettivo tra lui e il mondo corrotto (la nobiltà dell'impartecipazione), uno strumento di difesa dagli altri x inadeguatezza, insicurezza , poca autostima e sfiducia nel prossimo. La sua rivolta rimane nelle intenzioni. I suoi tentativi di ribellione verso Leo falliscono ripetutamente perché non riesce ad odiarlo anzi, anche se non lo stima lo invidia perché è un vincente: prima l'insulto a cui seguono le scuse, poi lo schiaffo, infine il colpo di pistola mancato; "non siamo capaci di essere sinceri..., siamo tutti uguali, scegliamo sempre la peggiore maniera di agire". La sorella Carla è insofferente dell'ambiente in cui vive, delle falsità, gelosie, intrighi, della sua vita familiare; è desiderosa di cambiare vita, andar via ma senza sapere cosa vuole veramente, cade in balia di Leo, vede in lui l'unica via verso la nuova vita, ma anche la rovina. E' puerile, ma determinata, a volte stupida, altre astuta. prova rabbia per la gelosia della madre nei confronti dell'amante Leo (verso Lisa, sua amica) ; ma pensa "non serve protestare, meglio farci l'abitudine". Ho apprezzato qualche barlume di autenticità e prese di posizione sia in Michele che Carla: quando Leo suggerisce a Michele di approfittare di Lisa - che lo corteggia e vede in lui la purezza e l'innocenza perdute - Michele confessa di non amarla e prende le distanze da Leo (cap.VII) o quando immagina e descrive la sua donna ideale, molto diversa da Lisa (inizio cap. VIII); Carla quando finge di avere una lettera di un altro uomo nell'incavo del seno (è il messaggio di Leo) , ci prende gusto a mentire, ma manifesta anche i suoi desideri di donna, il suo profilo di ragazzo ideale (fine cap.VIII), molto diverso dalla figura di Leo, che incurante dei sentimenti altrui, opportunista, agisce solo per soddisfare i propri istinti. " E' mai possibile che questa sia la nuova vita? si domanda la mattina dopo aver passato la notte con Leo. Ho trovato molto riuscito il racconto dei 3 personaggi in auto mentre si recano al ballo (cap. VII) e l'estraneità che prova Michele verso i suoi familiari.

Scritto negli anni 'venti, ambientato in una Roma fredda, uggiosa, desolata, il libro racconta una storia che si svolge in tre giorni, interpretata da soli cinque personaggi visti nello scorrere della vita quotidiana, una vita abitudinaria, mediocre, senza scopo, senza slanci e ideali, monotona, dominata dalla noia e dall'indifferenza verso tutti e verso tutto. Questi personaggi sono i rappresentanti di una società borghese romana che si preoccupa di ben apparire, ma in realtà è meschina, corrotta, immorale, subisce e si abbandona alla corrente della vita. Mariagrazia è una mamma puerile, sensuale, gelosa, patetica nel voler apparire ciò che non è. Carla ,la figlia, si dà all'amante della madre con tristezza, paura, disgusto, pur di poter cambiare vita Lisa vive situazioni false, artificiose, eccitata dalle sue fantasie. Leo è l'uomo di affari che accumula ricchezze; il lussurioso, l'amante ora dell'una, ora dell'altra donna del gruppo. Michele, fratello di Carla, è solo, miserabile, angosciato per ciò che pensa dovrebbe fare, mentre si comporta completamente all'opposto, "Avrebbe voluto essere sdegnato, pieno di rancore, d' inestinguibile odio (nei confronti di Leo); soffriva invece di essere a tal punto indifferente . , , non credeva all'onore e al dovere: pensieri dolorosi, spietati, inutili . . . non esistevano per lui più fede sincerità, tragicità, tutto gli appariva pietoso, ridicolo, falso . . . bisognava fingere." Michele è lo spettatore di ciò che accade in quanto è indifferente a tutto. Nel libro è descritto un sensualismo gratuito, senza sentimento che ripugna. Sono continuamente riportati le fantasie, i pensieri dei personaggi che contraddicono l'agire pigro, apatico, goffo. Lo stile narrativo è scorrevole, scarno, è stato definito "cronachistico". Ho letto il libro volentieri, ma non è stato di mio gradimento in quanto ripetitivo e senza azione.

Il romanzo mi è piaciuto moltissimo, anche se il tema trattato non è dei miei preferiti. Ho notato una scrittura piacevole e scorrevole; notevole la bravura di questo scrittore che fa muovere i suoi attori nel groviglio delle vicende umane, con una leggerezza e futilità notevoli, ma lui stesso ci avverte: Siamo nel mondo della borghesia "dove le azioni non sono sorrette da alcuna fede o sincerità". I personaggi sono 5 ma la vera protagonista è Carla: a 24 anni vorrebbe cambiare vita, ha un desiderio di rivolta contro la madre e le convenzioni ipocrite del suo ambiente. Leo, amante della madre Mariagrazia tiene d'occhi Carla da tempo, cerca di sedurla e ci riesce, anche perché Carla vede in lui l'occasione che aspettava. il fratello Michele scopre la tresca e vorrebbe uccidere Leo; compra una pistola e va a casa di Leo, ma dimentica di caricarla. L'uscita di Carla dalla camera da letto chiarisce tutto.: Leo si offre di sposare Carla che accetta anche se non lo ama: è ricco, le assicurerà una vita agiata e sicura (ha fatto bene i suoi calcoli da perfetta borghese). In quella famiglia borghese, senza valori, ho notato che ognuno di loro in fondo all'anima cercava disperatamente l'amore vero, quello spontaneo e semplice che sognava anche Lisa.

Tematiche: Coraggio delle donne, capacità di abnegazione di contadine umili ma forti e pronte a sacrificarsi per aiutare i soldati al fronte, vivono solo nel presente perché la guerra ha tolto loro il futuro, partecipazione femminile al conflitto, compassione per il nemico visto come un essere umano e non come dispensatore di morte. Ben riuscita l’amicizia tra Agata e Lucia che prima di morire salva Agata urlando: Io lo sapevo, portate anche me davanti al tribunale militare di guerra. Riconciliazione finale tra Austria e Italia quando ragazzi austriaci scendono a soccorrere i terremotati friulani.
Pregi: Stile fluido e scorrevole senza sbavature. Delicata la storia dell’amore platonico fra il capitano Colmar ed Agata. Capacità della Tuti di immaginare la vita di Ismar sotto il disciplinato Impero austriaco e sua bravura nel narrare con imparzialità la guerra italo-austriaca comprendendo le motivazioni sociali e politiche delle due nazioni senza mai parteggiare per l’una o l’altra parte

Questo libro mi ha fatto conoscere una realtà sconosciuta della prima Guerra Mondiale, quella delle "portatrici": più di duemila donne che, con coraggio, abnegazione, resilienza misero a rischio la propria vita per portare beni di prima necessità ai soldati al fronte sulle montagne della Carnia; trasportarono persino salme di caduti a valle e li seppellirono! Una storia vera, fatta di personaggi forti, generosi, credibili che fa pensare alla guerra "sempre e solo come a una disgrazia", che mi ha coinvolta e commossa: ha lasciato dolore e lutto nella mia famiglia: mio suocero era invalido della "Grande Guerra" e il padre di mia madre, a soli 32 anni, vi perse la vita.

Il libro mi è piaciuto nel complesso, anche se l'autrice in alcuni punti usa un modo di scrivere un po' ostico. L'idea cardine è quella di ricordare queste giovani donne che salivano quasi tutti i giorni le montagne dove c'era il fronte, a rischio e pericolo della propria vita. Le portatrici carniche sono rimaste nel cuore dei friulani. Dopo 80 anni lo Stato italiano ha riconosciuto il valore militare di una donna Maria Plozner Mentil, (una sola?) consegnando ai parenti la medagli d'oro alla memoria. L'autrice si è documentata e ha consultato molti libri e persone; la storia di Agata e Ismar è un po' rocambolesca, specie all'inizio; la lettera del Comando austriaco ad Agata mi ha fatto piangere.

Romanzo meritevole per aver fatto conoscere al grande pubblico la storia delle Portatrici delle Alpi Carniche, il loro coraggio, la fatica e sofferenze patite durante la Prima Guerra mondiale sulla linea del fronte. Seppure non rientra nella definizione di romanzo storico, alcuni personaggi a cominciare da Lucia (Maria Plozner Mentil, madre di 4 figli, anima del gruppo delle Portatrici, ammazzata da un cecchino nel 1916) al comandante Colman e alcuni eventi narrati si ispirano a persone e a fatti reali. Non mi hanno convinto molto alcuni passaggi poco realistici come il rapporto amichevole e paritario che si crea tra Agata e Il comandante Colman o il Dott.Janes, così come trovo incredibile (anche se vero) che una volta ucciso Colman venga elogiato e celebrato dagli austriaci per il suo valore, attraverso una lettera indirizzata ad una Portatrice. La storia è narrata da Agata, un bel personaggio ( figlia di un artigiano analfabeta in fin di vita e di una maestra già defunta),coraggiosa, determinata, instancabile, di poche parole ma sempre efficaci, la più istruita del gruppo, che diventa la portavoce delle Portatrici con i militari del fronte. Agata è consapevole dell'assurdità e insensatezza della guerra anche se sostiene il fronte italiano; nutre dubbi su concetti come l'onore e la gerarchia, mal sopporta gli inni alla guerra (La guerra è disgrazia!) e la retorica della guerra raccontata come avanzata trionfale di eroi. Si sente vicina ai soldati italiani al fronte , ma non meno ai soldati nemici, i diavoli bianchi. Trovo efficace l'apparizione di Ismar, soldato austriaco che si ritrova sul confine italiano, attraverso il suo personaggio l'autrice racconta il punto di vista del nemico, sull'esercito italiano, sulla guerra, i suoi sensi di colpa per aver ucciso, i suoi sogni. Questo racconto di una guerra avvenuta più di un secolo fa non può non riportarci alle guerre attuali; stessi meccanismi, stessa irrazionalità, stessi effetti collaterali sulla popolazione: "fame, febbri, privazioni".

Trama: Il romanzo è suddiviso in tre parti: Reliquie, Latif, Silenzi. Nelle prime due Saleh Omar e Latif Mahmud raccontano la propria versione della stessa storia, entrambi incapaci di perdonarsi reciprocamente. In “Silenzi” si confrontano e ricostruiscono un passato comune.Filo conduttore è La casa della discordia, di cui si contendono la proprietà. Omar si impossessa della casa di Rajab a seguito di un accordo d’affari andato a male. Dopo l’Indipendenza dall’Inghilterra, il nuovo governo assegna la casa a Rajab e Omar finisce in prigione.
Storia di una vendetta famigliare e di una tardiva ma assennata riconciliazione.
Tematiche: Tempo dell’esilio e della memoria. Viaggio nel passato – sradicamento dei rifugiati nel divario tra culture e continenti, disorientamento, disperazione e sconforto dell’esule. Incapacità di staccarsi dalla vita precedente (per la quale si prova nostalgia) per abbracciare quella nuova nella realtà occidentale.
Pregi: Stile impeccabile, acuta analisi dell’emigrazione e dell’esilio. Resa bene la contrapposizione tra il mondo orientale e quello occidentale. Apprezzabili le citazioni letterarie di romanzi famosi. Rivelazione delle tradizioni musulmane sconosciute a noi europei, tipo: pregano 5 volte al giorno.
Difetti: Eccessiva insistenza sulla alternante proprietà della casa. Inverosimile che Elleke narri la sua vita ai migranti, data la notoria riservatezza dei tedeschi. Improbabile che le banche concedano un mutuo senza accertarsi che la casa sia libera da ipoteche. Premesso che in Inghilterra gli uomini vanno in pensione a 65 anni, è poco credibile che Kevin Edelman (uomo navigato e smaliziato essendo anche un lui un rifugiato dalla Romania) non nutra sospetti sulla richiesta di asilo di un rifugiato 65enne, già alla soglia della vecchiaia, privo di denaro, senza lavoro, senza protezione, senza conoscere l’inglese!
Conclusione: Il dialogo come unica alternativa all’odio che si tramanda da generazione a generazione. Romanzo notevole, ma non certo meritevole del Nobel.

All’inizio della lettura ho apprezzato il romanzo con riserva, solo verso la fine e ad una sommaria rilettura ha suscitato in me molte riflessioni ed emozioni. L'autore ci racconta due storie di vita intrecciate e attraverso di esse svela le contraddizioni della Storia, del passato e del presente. il primo protagonista Saleh a 65 anni, si trova costretto a andar via da Zanzibar e richiedere asilo in Inghilterra, il Paese colonizzatore da fine '800 fino agli anni ‘60 del Novecento, che ha sfruttato le risorse naturali dell’isola, ha introdotto la sua cultura, la sua lingua, la sua religione, i suoi insegnamenti scolastici, riscrivendo in parte la storia di Zanzibar. Lo stesso Paese che nel '94 considera Saleh improduttivo e un peso. Lo scrittore ci porta a scoprire della sua terra la cultura, le tradizioni, la religione vissuta sia come momento di rifugio dalla realtà che nei suoi dogmatismi e eccessi; i suoi profumi, la sua multiculturalità dovuta alla posizione cruciale per i commerci con i paesi arabi ed asiatici, al passaggio di turisti diretti in Sudafrica, oltre che all’ approdo temporaneo degli inglesi. Ci parla della condizione delle donne regolata dalle leggi del Corano, ma anche di donne "ribelli "che le violano, di omosessualità diffusa e uomini senza scrupoli. La Storia si interseca con le storie di Saleh e Latif, arrivato alla fine degli anni ‘60 dalla stessa isola e del loro incontro in Inghilterra, salvifico per entrambi. I rancori, le invidie, le ostilità, le cattiverie, le meschinità si sciolgono nel dialogo, nel confronto, nell'accettazione dell'altro, nella "gentilezza". Il primo può finalmente liberarsi di un fardello e provare gratitudine verso chi l’aiuta a ricominciare e comprensione per chi vive situazioni di fuga ed esilio; il secondo può finalmente colmare i vuoti di memoria e dovuti all’ allontanamento. per ricongiungersi idealmente alla sua famiglia, alla sua terra. Mole immagini poetiche attraversano il romanzo e colpiscono emotivamente.

Il tema trattato è quanto mai attuale: il rifugiato politico e anche se l’argomento non è tra i miei preferiti, ho letto il romanzo fino alla fine. L’autore ha un modo di scrivere che confonde chi legge, per decifrare tutti I personaggi che entrano nella vicenda ci vorrebbe un computer! Quando l’autore tratta l’argomento sulle donne si dilunga all’inverosimile e questo annoia molto. Sulle coste italiane sbarcano, quasi tutti I giorni, fiumi di immigrati che chiedono asilo. I motivi sono molteplici, non solo per questioni politiche, ma dove vanno a finire tutte queste persone?, tanti muoiono annegati in mare e tanti altri riescono ad integrarsi facendo i lavori più umili e tanti altri, compresi I bambini e le donne scompaiono nel nulla. E’ giusto che l’autore abbia acceso I riflettori su questo argomento; dovremmo interrogarci tutti e questo Premio Nobel è meritatissimo. A pag.378 uno dei protagonisti definisce la casa dove è cresciuto “casa di odio”; ma tutto il libro è pervaso di odio, intrighi, tradimenti, vendette, compresi i “nostri educatori coloniali”, cioè gli inglesi. Zanzibar è l’isoletta dove è nato il nostro autore; ma cosa c’è di speciale nell’isola da attirare la mano lunga degli inglesi? C’è molto oltre al bel clima: arachidi, noci di cocco, cereali, tabacco, té, caffé, cacao, canna da zucchero, chiodi di garofano, cannella, noce moscata, pepe, agrumi e nel sottosuolo: oro, stagno, piombo, diamanti, rame, titanio, carbone. Non è poco, gli Inglesi però offrivano cultura, scuole e tanto altro. L’autore parte da una reliquia (un pezzo di incenso) e a ritroso racconta tutte le vicende della sua vita in quella comunità musulmana. Cita il Profeta, le pratiche religiose, tutti I predatori venuti dall’Europa. Le ultime pagine ”Silenzi” sono esplicative, forse sciolgono tutti i nodi della matassa e finalmente vediamo e capiamo meglio tutto il romanzo, che penso in parte sia autobiografico. Sapere di più sui rifugiati arricchisce la nostra conoscenza e ci obbliga ad una più attenta riflessione sul problema; non si puà girare la faccia da un’altra parte.

Trama: Saga di una famiglia cinese produttrice di vino narrata in tre generazioni intrecciata con la storia cinese del Novecento, dal 1939 al 1972 fino alla soglia della Rivoluzione Culturale di Mao. L’autore con salti temporali che affaticano il lettore ci descrive un affresco della vita cinese in cui alle vicissitudini familiari si alternano le lotte interne (partito Nazionalista contro il partito Comunista): Un romanzo dove tutti gli aspetti della esistenza sono rappresentati: amore e odio, violenza e sopraffazione, crudeltà, stupri, guerra civile e guerra Cino-Giapponese.
Eventi: Storia d’amore di YU Zahnao e della bella quindicenne Dai Fenlian; la distruzione del villaggio con solo sei superstiti; la guerriglia contro i giapponesi; Distruzione delle 12 botteghe di sandali di paglia.
Conclusione: Romanzo complesso e avvincente meritorio del premio Nobel, ma io preferisco la Cina narrata da Pearl Buck, Nobel 1938, autrice della “La buona terra” e di altri romanzi sulla Cina.

Leggendo Sorgo rosso mi sono chiesta spesso il perché di un romanzo così lungo con tante descrizioni che seppure riguardano contesti diversi sono ripetitive: sui combattimenti, sul funerale, sulla natura: è forse anche questa ricchezza di immagini che contribuisce a renderlo un romanzo epico? La naturalezza con cui l'autore descrive scene crudeli tra uomini, uomini ed animali, questi ultimi nei confronti delle vittime cinesi e giapponesi della guerra è impressionante; è pur vero che la crudeltà esisteva ed esiste purtroppo, che le descrizioni probabilmente nascono anche da esperienze vissute direttamente (l'origine stessa del romanzo sembra legata all'esperienza del padre del narratore); è il narratore che racconta di suo padre, sua madre, dei suoi nonni e interviene qua e là con i suoi ricordi, le sue riflessioni. Personaggi complessi e dalle mille sfaccettature: il nonno Yu è un bandito crudele, vendicativo ma capace di provare sentimenti (prova rimorso per aver ucciso il monaco, compagno della madre, mentre quando uccide gli Shan, padre e figlio (sposo non scelto di Dai) non prova alcun rimorso; tradisce l'amata nonna Dai ma di fronte al suo sorriso prima di morire si sente punito crudelmente dalla vita. La nonna Dai è una donna forte, sveglia, intraprendente, che a 16 anni si ribella alle tradizioni arcaiche e con la consapevolezza che la vita è breve è pronta a rischiarla senza temere nulla: dopo una vita di cucito e piedi fasciati, sceglie di vivere anche mentendo e rinnegando i propri genitori; ama i piaceri della vita ma sa nche prendersi la responsabilità di guidare una distilleria fatta di uomini. La guerra è protagonista del romanzo, anzi le guerre: fratricide, contro i giapponesi, contro i collaborazionisti; l'assurdità delle guerre, sempre disumane. La natura è l'altra protagonista: il fiume, i campi di sorgo, gli animali, i cieli descritti con trasporto dall'autore. Attraverso il romanzo scopriamo un pezzo di storia della Cina e le sue contraddizioni. Mi piace citare un brano tratto dalla lunga invocazione della nonna al Cielo poco prima di morire: Amo la felicità, amo la forza, amo la bellezza, il mio corpo mi appartiene, sono padrona di me stessa, non ho paura di sbagliare, non ho paura della punizione, non ho paura di entrare nei diciotto gironi del tuo inferno...ma non voglio morire, voglio vivere, voglio vedere ancora un po' di mondo, Cielo.

Ho letto con molto interesse questo romanzo scritto dall’autore cinese Mo Yan, mi ha fatto ricordare di quando avevo 16 anni e avevo scoperto la pittura cinese. Ci sarebbe molto da dire, quasi 500 pagine sono troppe per me, mi limirterò a scrivere ciò che più mi ha colpito. Mi sembra che l’autore ha voluto trasmetterci come messaggio: tutto il dolore e l’orrore che la guerra comporta: la perdita di tutti I valori della vita, civili e umani. Qui non ci sono eroi, sono tutti spinti dall’odio comune, i cadaveri a terra nutrono I cani che non si curano di quale fazione essi siano. Il romanzo ha avuto molto successo in Patria e all’estero e l’autore ha ricevuto il premio Nobel, meritatissimo. Non è un libro da tenere sul comodino, però può indurre a riflettere sulla guerra; Mo Yan ci descrive una delle tante aggressioni militari subite dalla Cina ad opera dei “diavoli giapponesi”. Il suo linguaggio è a volte un po’ triviale, ma rende bene. L’autore ci parla di Gaomi, teatro degli scontri sono le sponde del fiume Moshui; tutta la zona circostante è coltivata a sorgo rosso con il quale si fa il vino e tante altre cose, esso è testimone di tutti gli eventi che accadono sul territorio. L’autore alterna alle azioni di guerra pagine di assoluta poesia; il sorgo rosso diventa di tanti colori, la luna anche e così il sole; si dilunga sulle atrocità di una guerra crudele e ingiusta, ma ne esistono di buone? No. L’ esiguo esercito cinese era supportato da bande improvvisate, ma unite contro un nemico comune: i “diavoli giapponesi” Oltre alla guerra, magistralmente descritta, si intrecciano le vicende familiari di alcuni personaggi del posto, si conoscono così le tradizioni locali di un grande popolo. Mi ha commosso l’episodio della mamma del narratore calata nel pozzo asciutto col fratellino di 4 annai, per sfuggire ai soldato giapponesi; dopo giorni di attesa infine vengono estratti dal pozzo, ma il bambino era già morto. Lo stupro di Lian’er, la seconda nonna del narratore mi ha fatto piangere. E’ una vera opera d’arte.

Epoca: 1975-1990
Ambiente: Madrid e Oxford
Trama: Berta e Tomas si conoscono fin da bambini e, nonostante Berta fosse stata deflorata da un matador Esteban Yanes (che rincontrerà molti anni dopo obeso e calvo), sposa Tomas, dal quale ha due figli. Storia di un amore imperfetto intramezzato da frequenti assenze di Tomas e da lunghe attese di Berta. Si amano e si desiderano ma non riescono a vivere la quotidianità del rapporto di coppia. La relazione si regge su un precario e fragile equilibrio, altalenante fra lealtà e risentimento. Venuti meno gli affetti e crollate le certezze, alla fine Berta decide di rimanere a fianco del marito, accetta la solitudine e il divieto di fare domande (perché sapere la Verità fa paura) accetta di arrovellarsi in silenzio. Incarna il coraggio o meglio la condanna di saper aspettare. Nella vita reale è sempre la donna la più forte, che sa soffrire in silenzio e perdonare
Tematiche: riflessione sulla condizione umana (interrogativi su vita, morte, amore, paura), ambiguità, perdita identità personale, avvicendamento di lealtà e risentimenti, di sotterfugi e di menzogne. Vita famigliare sempre in bilico tra lealtà e infedeltà, intrecciata con i risvolti storico-politici (guerra civile spagnola, terrorismo irlandese). Due vite in sospeso, che non si capiscono ed esauriscono la loro interiorità fino a perdersi
Pregi: stile elegante e raffinato. Profondo scandaglio dell’animo umano
Conclusione: Ci illudiamo di essere liberi, ma la nostra è soltanto una libertà parziale, soggetta a fattori occasionali, a condizioni ambientali. Subiamo gli eventi esterni che ci accadono e l’epoca in cui nasciamo e moriamo. Soffriamo il peso dell’esistenza e ci illudiamo che la nostra vita possa lasciare un’impronta sul mondo
Nota: Se volete approfondire la conoscenza della guerra civile spagnola (1936-1939) consiglio la lettura di due romanzi “L’impostore” di Javier Cercas e “I grandi cimiteri sotto la luna”, il più celebre atto d’accusa sulla guerra civile spagnola, di Georges Bernanos

Sullo sfondo degli eventi storici dell'ultimo trentennio del '900 ( post-franchismo in Spagna - era pre-thatcheriana in Inghilterra - questione irlandese - guerra delle Falkland e del Vietnam ), il libro narra una storia di spionaggio cui è costretto, con l'inganno, uno dei due protagonisti: l'abile, il colto, il multilingue TOMAS, il quale trascorre così, per circa venti anni, una "vita itinerante, logora,. . . clandestina, e finta, e vicaria, e usurpata, e ingannevole, e confinata. . ." In parallelo si svolge la vita della moglie BERTA ISLA: una vita fatta di solitudine, estenuanti attese, paure, congetture, introspezioni, riflessioni personali, considerazioni psicologiche. . . spesso ripetitive e prolisse. Il romanzo, costruito come una specie di thriller, è interessante, ben scritto; fa riflettere sull'importanza della fiducia nei rapporti sociali, sul fatto che non si conoscono mai abbastanza le persone, anche le più intime e vicine, sull'aleatorietà delle scelte di vita che crediamo di fare, sulle responsabilità, negli avvenimenti pubblici, del popolo "spesso meschino e vigliacco, e insensato. . . con un milione di teste, come dire senza testa." L'ho trovato però inutilmente lungo.

Il romanzo ha suscitato in me emozioni contrastanti: le prime decine di pagine un po’ respingenti, mi sono trovata di fronte ad una spy story che non riusciva a coinvolgermi, non mi convinceva la trama iniziale, non vedevo il nesso tra l’omicidio di Janet di cui poteva essere accusato Tomas il protagonista e la sua scelta a suo dire obbligata, di aderire allo spionaggio. La parte centrale invece, narrata in prima persona da Berta, mi ha coinvolto abbastanza: la storia della sua vita con e senza il marito Tomas, le sue paure, le sue lunghe attese, le sue riflessioni. i brevi periodi convivenza con il marito, le minacce subite dagli irlandesi Kindelan e la presa di coscienza del vero lavoro svolto da Tomas, la decisione di studiare e documentarsi sulla storia e le attività dei servizi segreti per controbattere le deboli argomentazioni del marito e conoscere pezzi di verità. Lo sfondo storico della Spagna e dell’Europa da fine anni ‘60 ai Duemila, si interseca col racconto. E’la storia di una relazione complicata, ma anche del ruolo dei servizi segreti che operano in tempo di guerra e di pace (apparente); al di là della trama mi ha colpito il personaggio di Tomas, emblematico: un giovane studente brillante e simpatico, con abilità linguistiche straordinarie e un futuro davanti, che si rivela fragile e manipolabile di fronte ad un presunto omicidio di cui può essere accusato; si fa convincere della necessità delle attività di spionaggio, abbraccia la causa patriottica a difesa della Corona, minacciata da oscuri nemici. La sua attività lo porterà col tempo a sentirsi “un reietto dell’universo” e in totale dipendenza dagli ordini superiori. “Gli era piaciuta quella vita? Forse sì, in un certo senso, come a un drogato piace la sua droga, è tutto quello che gli resta” Il comportamento di Tomas, nasce dalla paura (anche immotivata) e conduce alla fuga illusoria, alla dipendenza da false ideologie e alla rovina.

Fin dalle prime pagine ho sentito una pesantezza nella scrittura. Certamente Marias è uno scrittore molto conosciuto e di grande valore, ma troppo prolisso, non lascia niente al caso né spazio al lettore, un margine dove chi legge possa, da solo, capire e indovinare il “fil rouge” della vicenda che mi sembra molto ambigua a cominciare dal personaggio Tupra. Non ho letto tutto il romanzo, la storia non mi ha convinto. Tomas Nevinson che eccelle nelle lingue straniere, è brillante negli studi e riesce in tutto quello che fa , accetta di fare la spia? Perché? Per denaro? Così diventa una persona con diverse identità, appare e scompare secondo gli intrighi dei suoi manipolatori, inganna tutti e sé stesso, le sue donne, i figli, vive malamente sentendosi braccato e sa che potrebbe essere scoperto, preso e ucciso. E’un vivere così? “abbiamo tante pretese: pretendiamo di conoscere a fondo la gente, soprattutto chi si assopisce sul cuscino accanto al nostro”. Questo potrebbe valere per Isla, ma le donne in generale non sono così stupide, sanno benissimo che la verità è un’altra

Introduzione: Un romanzo esilarante, ironico, comico (spassoso il costume da bagno di mamma Louise). Il mondo visto dagli occhi innocenti di un bambino di dieci anni libero di crescere a contatto di una natura incontaminata osservando stupito le meraviglie della flora e della fauna
Ambiente: Isola di Corfù
Trama: Insofferente del clima insano dell’Inghilterra, la famiglia Durrell sbarca a Corfù sistemandosi nella Pensione Suisse, 4 camere prive di carta igienica. Traslocano abitando in tre ville, la gialla, la rosa, la bianca. Durante la loro permanenza conoscono gli abitanti dell’isola: Spyro, l’angelo custode che toglie sempre la famiglia dai guai, Beeler, che procura la casa con bagno, Taki, il pescatore, Yani, pastore di capre, Leonora, donatrice di pane e fichi, Zatopec, poeta armeno, donnaiolo, Jonquil, Durant e Michael, pittori, Melanie la contessa di Torro. Lugaretzia: lugubre, ipocondriaca, sempre a lamentarsi dei suoi malanni, Agathi, la filatrice. E i precettori di Gerry, George, con l’hobby della scherma, Kralefski, avicoltore, Theodore Stephanides, botanico.
Tematiche: Osservazione del comportamento degli animali e della natura: sensazione d’estate, salubre vento, sabbia dorata sotto i piedi.
Pregi: Inno alla vita, descrizione della natura, confronto riuscito tra il mondo animale e quello umano
Difetti: Le descrizioni minuziose di piante e animali rallentano la lettura, ma la piacevolezza della storia le rende perdonabili.
Conclusione: Magistrale la gamma di emozioni che Durrell sa trasmetterci in questo romanzo allegro, spiritoso, a tratti commovente, che riconcilia con la vita. Un romanzo da consigliare a genitori che imparino a trasmettere ai figli la conoscenza della la natura e la vita all’aria aperta, invece di istupidirli con i diseducativi video-giochi.

Leggere "LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI" è come trascorrere cinque anni, vivendo l'alternarsi delle stagioni e degli eventi, nell'incontaminata fantastica isola greca di Corfù degli anni '30, esplorarla da cima a fondo, godendo del suo clima mite, del suo mare cristallino, della sua natura rigogliosa, dell'ospitalità e amicizia dei suoi abitanti, così come l'ha vissuta GERALD DURRELL, l'autore, naturalista e zoologo, quando era un bambino. Con uno stile rilassante, immediato, colorito, accattivante, ironico, divertente l'autore descrive l'isola come un paradiso terrestre dove la sua famiglia è andata per "scappare dalla tetraggine dell'estate londinese, come uno stormo di rondini migratrici". Memorabili le descrizioni dei fenomeni atmosferici, degli ambienti, dei personaggi e, soprattutto, degli animali che lo scrittore appassionatamente osserva, cattura, cura, attribuendo loro sentimenti umani. Esilarante il racconto della festa di commiato dagli amici dell'isola, come sono divertenti gli aneddoti raccontati da Theodore, o la lotta con il maestro Kralefsky e altri avvenimenti. . . Ho condiviso il sentire della mamma di Kralefsky che attribuisce una personalità ai fiori e li ascolta "parlare" fra loro; mi sono rivista bambina rincorrere le lucciole nel paesino dove abitavo e non più altrove; ho ammirato i profumatissimi candidi gigli della sabbia che vedo ancora crescere nelle spiagge del Sud. Tutta la mia simpatia e considerazione per la MAMMA, a capo di "quel circo ambulante al completo".

Ho trovato deliziose le descrizioni. Più che l'analisi scientifica e oggettiva degli animali coglie l'essenza vitale e creativa di un mondo per lui familiare con una scrittura poetica e divertente nello stesso tempo. Il metodo dei suoi educatori di geografia e altre materie sono puro piacere. La scrittura evoca il linguaggio e il modo di sentire del bambino con la freschezza e la curiosità di questa età, unita poi alla particolare vaghezza e stravaganza di un nucleo familiare improbabile nella realtà. Ciò rende la lettura piacevolissima. Molte pagine sono da antologia, validissime a promuovere l'interesse e l'amore per la natura ai ragazzi, grazie all'umorismo intelligente che permea il racconto.

Questo libro mi è piaciuto molto. Tutte le volte che prendevo in mano il romanzo ero spinta dalla curiosità per l'avventura che questa famiglia avrebbe vissuto. Non sono mai stata delusa. Si sa che gli inglesi sono tra gli scrittori migliori del mondo e Durrell è uno di questi. Questo suo primo romanzo è un piccolo capolavoro; descrive in modo reale e ironico questo tempo di quasi 5 anni, vissuto con la famiglia a Corfù, famosa isola greca. Non c'è paragone tra il clima umido e freddo inglese e quello di Corfù, dove il sole splende quasi sempre in un cielo azzurro, dove il mare è sempre blu, dove cresce l'ulivo vicino ai filari delle vigne e ai fiori, dove la fauna e la flora convivono in armonia in un'isola paragonata al paradiso terrestre. L'autore si stupisce che gli isolani chiamino gli inglesi "Lord", ma perché meravigliarsi? Comprano una villa, poi un'altra , segno che non hanno preoccupazioni per il denaro. Invitare gli amici rimasti a Londra, ospitarli ecc. non è da tutti...Ho provato il desiderio di visitare questa meravigliosa isola, ma so già che resterà solo un sogno. Comunque tutti i personaggi sono descritti magistralmente e assolutamente verosimili, praticamente ho vissuto con l'autore tutte le sue avventure. Dopo tante pagine ho chiuso il libro a malincuore, però in fondo al cuore ero felice perché ho creduto e sognato di essere stata a Corfù grazie a Gerald Durrell.

Epoca: anni Settanta e Ottanta
Ambiente: Madrid, San Sebastian, Saragozza, Gottinga, Roma
Trama: S’intrecciano i destini di due famiglie (la prima costituita da Miren, Joxian e i figli Joxé Mari, Arantxa, Gorka; la seconda da mamma Bittori, Txato -assassinato da Joxé Mari- la figlia Nerea, Xabier il medico), dapprima amiche, poi divise e distrutte dall’ETA. Tutta la vicenda ruota intorno all’assassinio di Txato, che determina lo sviluppo psicologico degli altri personaggi

Patria è una narrazione di testimonianza e insieme riflessione dolente sul dramma del terrorismo basco; non figurano cognomi ma solo nomi di persone in questa storia, che ha come protagoniste due famiglie molto legate tra loro. Bittori e la sua amica del cuore, Miren - con cui condivideva tutto - e i rispettivi mariti: Txato per Bittori e Joxian per Miren. Intorno a queste figure. ai rispettivi figli e alle loro vite intrecciate scorre la storia convincente e coinvolgente, ambientata in un piccolo centro, anch’esso senza nome, a ridosso di San Sebastián, (capitale della provincia di Guipúzcoa): un paese-comunità, dove l’ambiente è al tempo stesso solidale e asfissiante come lo sono i piccoli centri di provincia. La violenza diffusa, l’imbarbarimento collettivo, la pratica della delazione, l’intolleranza verso l’altro da sé sono raccontati senza enfasi né giudizio, sia dal lato delle vittime sia da quello dei carnefici e sotto diverse angolature. Il romanzo procede in modo frammentario, per dare spazio alla memoria, alla ricostruzione intima, alla rivisitazione retrospettiva che si intreccia con incontri, amori, fatti quotidiani, separazioni. La morte di Txato spacca le due famiglie e divide le due madri-matriarche, che non si parlano più. Proprio come la marea del nazionalismo si era infiltrata nella vita delle persone, travolgendola, così lentamente, i ricordi che riaffiorano e l’ostinata ricerca della verità, fratturano le presunte certezze insinuando dubbi, anche nell’irriducibile Joxe Mari, che finisce per scrivere una lettera sincera a Bittori, innescando un processo di riavvicinamento che segna la strada del perdono e di una possibile riconciliazione, sancita dal finale fugace abbraccio tra Miren e Bittori all’uscita dalla messa: «si dissero qualcosa? Niente, non si dissero niente». Lo scrittore basco aveva maturato l’idea del romanzo sulla vicenda più amara della sua terra, già a 25 anni quando fu testimone dell’omicidio, da parte dell’ETA, di un senatore da lui conosciuto.

Ho letto il romanzo con piacere, ho trovato coinvolgente e convincente il modo di raccontare - attraverso personaggi comuni di una piccola realtà - il conflitto provocato dalla lotta armata che colpisce istituzioni, persone e relazioni, disumanizza. Amici, vicini di casa che si frequentavano non si rivolgono più la parola come succede tra la famiglia di Miren e Joxian e quella di Bittori e Txato, preso di mira dall’’ETA; ciò accade per paura, vigliaccheria più che per motivazioni convincenti. La struttura del romanzo mi ha fatto pensare a un puzzle dove ogni singolo pezzo /capitolo che si aggiunge (senza alcun ordine temporale e spaziale) va ad incastrarsi con gli altri, ad arricchire e completare il disegno completo. Ho trovato commoventi alcuni passaggi p.e. Arantxa che si guarda allo specchio dopo 2 anni dall’ictus, fa fatica a riconoscersi ma inizia ad accettare la sua disabilità, oppure quando la vista di una persona morta in strada risveglia in Nerea la consapevolezza del padre assassinato e di tutto il dolore celato. Ho apprezzato la struttura narrativa (forse qualche capitolo in meno non guastava!) e la centralità nel romanzo della vicenda di Txato, il cui assassinio è narrato e svelato nel corso del romanzo: da Txato stesso fino a pochi secondi prima dell’agguato, da Bittori (passaggio straziante), nel dialogo tra Gorka e Arantxa e poi da Gorka, infine da Joxe travolto da una pioggia di ricordi; racconti che compongono il cuore del puzzle.

Ho trovato il romanzo interessante e di piacevole lettura, malgrado le 626 pagine, per lo stile immediato, diretto, fluido e per l’impianto narrativo caratterizzato da capitoli brevi in cui si dipana la storia narrata da punti di vista differenti, così come è vissuta dai diversi personaggi. L’autore ricostruisce le vicende di due comuni famiglie, prima legate da amicizia profonda, poi divise da una grande tragedia consumatasi negli anni bui del terrorismo basco, della lotta armata cinica e sanguinaria dell’ETA, sia pure, questa, non approfondita. Analizza i complessi sentimenti, le difficili relazioni, la psicologia dei personaggi, la loro maturazione interiore attraverso “il fuoco incessante di pena e di dolore” causato da pregiudizi, ideologie divisive, odio, vendette…fino a giungere alla comprensione dell’assurdità di qualsiasi tipo di terrorismo e al perdono.

1) La costruzione secondo me è progettata magistralmente. Capitolo dopo capitolo, con il suo andare avanti e indietro nel tempo, Aramburu riesce a tirare i fili di tutte le vicende e a svelare lentamente i retroscena "privati" di un mondo: quello degli abitanti dei Paesi Baschi costretti loro malgrado a subire l'ingombrante presenza dell'Eta (una realtà che tra l'altro conoscevo solo superficialmente). 2) La capacità del narratore di mettersi di volta in volta nei panni dei diversi personaggi e soprattutto la modalità di scrittura che, passando spesso (all'interno di uno stesso capitolo) dalla prima alla terza persona, riesce a coinvolgere il lettore, ma nello stesso tempo a non nascondere del tutto che un romanzo è comunque un'opera di finzione. Spesso leggendo mi sono fermata per chiedermi: "Chi sta parlando? Chi sta pensando? Il personaggio o lo scrittore?"; e questo meccanismo, rompendo il gioco dell'immedesimazione, secondo me favorisce un maggior ragionamento sui temi. 3) Il modo di delineare i personaggi, con pregi e difetti che emergono dalle azioni e dalle vicende che li riguardano (e non da lunghe descrizioni).

Epoca: Cile metà anni '80
Trama: Miguel si tormenta dilaniato dal dilemma per lui irrisolvibile: slealtà o tradimento nei confronti di Amelia? Ribellione contro la dittatura di Pinochet. La figura principale del romanzo è Dona Amelia, in apparenza rude, ma dal cuore d’oro: è lei che aiuta Miguel a scappare dandogli i vestiti del marito e la cavalla Hilandera. Torturata non parla, non serba rancore a Miguel, rifugiandosi dopo la scarcerazione nella sua tenuta “La Novena” fino al termine della sua vita. Codardia di Miguel che cambia aspetto e nome in Jorge Escalante. Contraddizione fra Amelia, donna sudamericana e la cugina Sybil, nata a Londra e cittadina inglese
Tematiche: Esilio, lotta di classe, vita di campagna, amicizia, fiducia tradita, perdono, tortura sotto lo spietato regime di Pinochet. Emancipazione femminile.

Pregi: Realismo della Serrano che non punisce il torturatore Josè Ramon, presentandolo al lettore riciclato come guardia giurata
Difetti: Non convincente il personaggio di Mel che prima vede in Miguel l’angelo della morte, poi non solo lo perdona ma inaspettatamente a 41 anni si innamora dell’uomo che causò la rovina della madre a tal punto da dargli una figlia. Presenza nel romanzo di animali: gatti, cani, cavalli, lucertole.

Confesso che il romanzo non mi ha convinto molto, né appassionata; l'ho trovato molto costruito a tavolino secondo i canoni moderni, mi hanno lasciata perplessa gli incastri tra i personaggi e le varie vicende narrate; personaggi complementari tra loro e con caratteristiche funzionali alla storia: Miguel di provenienza modesta, vissuto senza la madre, studente rivoluzionario oppositore di Pinochet, si esprime con linguaggio rozzo e a volte volgare, nutre inizialmente diffidenza e timore nei confronti di Dona Amelia, sua nemica di classe perché proprietaria di un terreno ereditato che ha rappresentato per tutte le figura femminili della famiglia un rifugio sicuro e la salvezza. Amelia è invece benestante, accogliente e gentile, colta, determinata, moglie e madre esemplare, forte ma più tradizionale rispetto a sua cugina Sybil che vive a Londra: è una single affermata, femminista, impegnata politicamente, donna libera e colta. Entrambe lontane socialmente da Miguel ma entrambe le loro vite si intersecheranno con quella di Miguel . Ho trovato l'ultima parte poco credibile o almeno poco riuscita: Miguel odiato da Mel che in poche righe diventa suo marito e padre di 2 figlie : Amelia e Sybil. Detto ciò ho apprezzato la figura di Amelia, donna forte, ben radicata, aperta, senza pregiudizi, capace di perdonare anche Miguel per quanto patito per mano sua e dei suoi amici, sa distinguere ciò che ha fatto Miguel dalla responsabilità grave della dittatura di Pinochet per le torture subite. La Serrano ci tiene ad evidenziare, nella lettera di Amelia a Sybil (molto toccante) la durezza e la ferocia del regime dittatoriale che dal '73 ha segnato la storia del Cile fino al '90 e anche dopo. Miguel si comporta in modo sleale con Amelia, ma poi la eleverà a sua mentore e diventerà fonte d'ispirazione per la sua vita di scrittore.

Questo romanzo mi è piaciuto principalmente per come è stato scritto: molto scorrevole e con una credibile storia, salvo alcuni capitoli che parlano delle "novene" fatte da Miguel (assurde) e il gergo da "scaricatore di porto" in bocca a Miguel in alcuni momenti. A parte questo ho apprezzato le citazioni poetiche che i due protagonisti Miguel e Amelia, si scambiano nel conversare: È evidente che la poesia piace alla scrittrice. La zona dove si svolgono i principali fatti è all'interno di una tenuta S. Amelia di proprietà di una ricca e stimata vedova del posto : Amelia. È in questi luoghi che scoccherà la scintilla di un amore tardivo per Amelia. Per Miguel invece, sarà un'occasione unica, un'esperienza d'amore che lo segnerà per il resto della vita. Il capitolo più bello, secondo me è la lettera che scrive Amelia a Sybil, da Santiago nel 1985, molto commovente e rivelatrice.

CANDIDO O L'OTTIMISMO, VOLTAIRE
Trama: A un giovane giudizioso e di spirito semplice e per questo soprannominato Candido, educato in un Castello della Westfalia, il filosofo Pangloss insegna come tutto sia bene nel migliore dei mondi possibili: la nostra Terra . Candido viene cacciato dal Castello per aver amoreggiato con la baronessina Cunegonda. Poi Pangloss lo informa che il Castello fu saccheggiato e gli abitanti uccisi. Inizia la vita avventurosa di Candido in un susseguirsi di personaggi che si perdono e si ritrovano. Candido assiste al terremoto di Lisbona, all’impiccagione di Pangloss e ritrova poi Cunegonda, prima mantenuta di lusso e dopo vecchia megera abbruttita. Soltanto nell’Eldorado Candido trova una umanità priva di avidità e crudeltà
Tematiche: Ogni azione (evento) ha una causa e un effetto. Satira contro la società perbenista, rea dei misfatti prodotti dalle missioni cattoliche, dal colonialismo, dalle guerre. Onnipresenza del corpo umano, oggetto ma in tono scherzoso di torture, violenze, malattie. Immagine del mondo degradato in contrasto con la visione ottimistica del filosofo Leibniz. Il meglio che gli uomini possono fare consiste nel rendere confortevole l’esistenza terrena. Occorre seguire la Ragione, non i sentimenti. Non bisogna aspettarsi che la Virtù sia ricompensata e il Male punito, ma accettare le delusioni e le sofferenze che la vita umana comporta. Parallelismo tra la cacciata di Adamo dall’Eden e la cacciata di Candido dal Castello

CANDIDO, OVVERO UN SOGNO FATTO IN SICILIA, LEONARDO SCIASCIA Ambiente: Sicilia, Torino e Parigi
Trama: Candido, nato in una grotta nella notte dal 9 al 10 luglio1943, somigliante al capitano Dykes, suscita la gelosia del padre che litiga con la moglie Maria Grazia che lo abbandona e va a vivere con Dykes in America. Il nonno affida Candido all’arciprete Lepanto che lo educa secondo principi cristiani. Candido ascolta la confessione di un omicidio fatta da un cliente al padre avvocato, che si suicida. Candido eredita. Si innamora di Paola che prima lo abbandona e poi gli porta via l’eredità. Lepanto, spretato, diviene Don Antonio e con Candido si iscrivono al Partito Comunista, dal quale vengono poi espulsi. Candido, generoso, vuole donare la terra ai contadini e denuncia un tentativo di corruzione di un appalto per un ospedale, ma viene deriso e definito un “mostro” dai parenti per la sua dabbenaggine. La vicenda si conclude a Parigi dove finalmente Candido trova la felicità con l’amata Francesca
Tematiche: Critica alla società contemporanea, confusione ideologica. Ambiguità fra comunisti che si sposano in chiesa e battezzano i figli e i cattolici che da ex fascisti si riciclano in democristiani. Contrasto tra la verità e l’ipocrisia delle istituzioni, ironia, attacco alla Chiesa.
Parallelismi col Candido di Voltaire: Candide/Candido, Pangloss/Don Antonio

Tenendo conto che il Candido di Voltaire non è un vero e proprio romanzo ma un racconto filosofico l'ho trovato di piacevole lettura e molto stimolante. Il protagonista a mio parere non condanna la teoria dell'ottimismo di Pangloss (Leibniz) ,ma la sperimenta e se ne allontana nel corso della vita, alla luce delle esperienze che vive. Sfondo storico di metà '700 che abbraccia il globo su cui innesta un racconto fantasioso, ironico, satirico talvolta. Se la realtà è spesso tragica si intravede sempre una luce, una salvezza rappresentata da un nuovo incontro con nuovi o vecchi personaggi. Il panorama che ci trasmette è sconcertante: guerre e distruzioni, integralismi religiosi, schiavitù, violenze gratuite, prostituzione, clero e gesuiti corrotti che vivono di privilegi ; usura praticata soprattutto dagli ebrei, sofferenze fisiche e morali e molti aspetti della realtà che descrive sono di sconcertante attualità: A fare da contraltare ci sono brani di saggezza e squarci di bellezza, di solidarietà : la vecchia che segue Cunegonda, Cacambo, l'Eldorado dove sono tutti felici e credono in un solo Dio , ma non ci sono preti né Inquisizione, il vecchio contadino turco. Il finale interpretabile in vari modi è comunque un finale ottimistico, forse utopistico; Voltaire ci indica la via d'uscita : occuparsi delle cose semplici, vivere di lavoro insieme agli altri. Come non dargli ragione?

Il Candido di Voltaire mi è piaciuto, l'ho trovato molto scorrevole, Voltaire ha avuto un bel coraggio a scriverlo, a quei tempi poi! Ha sollevato un velo sulla famiglia umana e ci ha rivelato molte verità scomode, La verità è sempre rivoluzionaria! Raccontando le avventure di un ottimista Candido l'autore ha voluto dimostrarci che la verità è un'altra e che l'uomo è solo un gran predatore. Tutto ciò che accade in questa vita di bene e di male sembra che sia "necessario". Le vicende di Candido mettono in risalto alcune cose: 1L'amore per Cunegonda 2 L'amore per gli amici Pangloss, Martino, Cacambo, Pasqualina e Fra'Garofalo, la vecchia. 3 Nessun rispetto per la vita umana nelle vicende tragiche raccontate. 4 Il valore dei soldi e dei diamanti del mitico Eldorado con cui si ottiene tutto. 5 Da ultimo il consiglio che viene anche dalla Bibbia: Coltivare il proprio giardino, "lavorare, è questo il solo modo per rendere la vita sopportabile", ci dice Voltaire. Egli è un maestro dell'ironia sul comportamento umano. Oggi gli uomini non sono cambiati, ma le donne fortunatamente si sono conquistate uno spazio nella società. Alleluja!

Ambiente: Roulettenburg, Mosca, Pietroburgo e Parigi.
Trama: Diversi giocatori si susseguono al tavolo della roulette in una girandola di vincite e di perdite fino al momento in cui al casinò appare la nonna di cui tutti i personaggi aspettano la morte per ereditare e la nonna li spiazza e viva e vegeta dapprima gioca e vince per poi perdere l’intero patrimonio. E’ il personaggio più riuscito del romanzo
Tematiche: Il gioco d’azzardo suscita molte sensazioni: l’emozione del rischio, l’attesa spasmodica della pallina seguita con occhi avidi dal giocatore che spera cada nel settore o numero da lui puntato. Gioia e giubilo per la vincita, scoramento e disperazione per la perdita. La presenza del Caso alla faccia del calcolo delle probabilità. Umiliazione e vergogna di chiedere denaro in prestito. Ambizioni e interessi personali sono barattati in cambio dell’ebbrezza del gioco. Dipendenza ossessiva dal gioco che induce alla dissipazione del patrimonio personale e al pensiero atroce e irreversibile del suicidio. Conflitto tra la divorante passione del gioco e il senso morale dell’individuo. Aleksej sa di sbagliare, ancora è capace di salvarsi, ma non riesce a liberarsi dal gioco che ha il sopravvento sull’amore che nutre per Polina. Speranza finale in una redenzione irraggiungibile per mancanza di carattere: domani, domani tutto finirà! Disagio dei profughi russi derisi all’estero. Nostalgia della patria.

Ho provato una resistenza ad affrontare il tema della dipendenze per la sofferenza ingestibile che l’accompagna e che ho conosciuto attraverso un parente acquisito. Non mi aspettavo, dato l’argomento, una scrittura così fresca, scorrevole, intensa che non risente per niente del tempo in cui si esprime . Nel groviglio psicologico della dipendenza, si vive la dicotomia fra la consapevolezza del rischio ed il bisogno irrazionale di cercarlo che rende vano ogni argomento di dissuasione. I protagonisti del romanzo nei loro comportamenti a volte grotteschi e improbabili rendono bene la mentalità e la condizione di alcune classi sociali e del luogo geografico. Sono però descritti con sottile ironia ed amabilità, nell’incoscienza della loro pretesa a considerare privilegi e ricchezze un diritto da conservare e da raggiungere senza meriti e a qualsiasi costo. Non manca altresì un forte senso morale ed etico qui rappresentato da Mr. Astley nella sua bontà e generosità a 360 gradi.

Ho ascoltato per 5 ore di seguito l’audiolibro Il Giocatore di Fedor Dostoevskij, ne sono rimasta un po’ stressata ma ne è valsa la pena. Il modo di scrivere dell’autore è insuperabile. Ogni persona è descritta in modo mirabile. Si è catapultati nel mondo dei giocatori della roulette russa con le sue luci ed ombre. Attorno ai giocatori ruotano personaggi pittoreschi. Il profumo dei soldi facili è inebriante, ma c’è anche il retro della medaglia. E’ sicuramente un romanzo autobiografico; so che l’autore è stato preso dal “demonio del gioco”, ma ne è venuto fuori, forse anche grazie ad una donna che poi diventerà sua moglie. Non c’è una storia itinerante, ma tante squallide situazioni , sia di gioco che di amori fasulli. Il tutto manovrato dal dio denaro. E Aleksej è l’emblema dell’uomo distrutto e rovinato dal gioco d’azzardo, impenitente, che esiste ancora oggi. E questa rozza,incallita e ostinata del gioco d’azzardo non si è ancora estinta

Solo un gigante della letteratura poteva concepire e scrivere un romanzo come Il giocatore in 26 giorni! Un romanzo dal ritmo incalzante, dalla trama complessa che tratta più temi, quali il difficile rapporto tra persone di ceto differente, l’amore, la tipizzazione di personaggi appartenenti a nazioni diverse, l’amicizia, la cupidigia del denaro e, soprattutto, l’ossessione del gioco d’azzardo analizzato in tutte le sue sfumature e nelle dipendenze psicologiche che produce. Memorabili le poche, brevi, incisive descrizioni di alcuni personaggi (cap.3°, pag, 51 M.lle Blanche - cap. 4° pag.75 Polina - pag.76 baronessa e barone Wurmerheim - cap.9° pag.109-111 Nonna); su tutte quello della Nonna, vittima dell’esaltazione del gioco e della mutevolezza della fortuna. E’ un libro che si legge facilmente e fa molto riflettere.

Ho fatto un po’ fatica a proseguire la lettura di questo romanzo cupo,che non lascia uno spiraglio di salvezza per il protagonista e per quasi tutti I personaggi e che si svolge su più piani temporali che si confondono. Aleksej è un uomo fragile, ambiguo, che si lascia trascinare dagli eventi, non ha alcuna stima di sé, dice di essere innamorato di Polina, ma non trova nulla di positivo nel rapporto con lei “il vostro cuore non è bello e l’intelligenza non ha nulla di nobile”(cap. V), si fa usare come se fosse un servo pur di averla vicina e farebbe qualsiasi cosa per lei; ma è buono, generoso con Polina (non vuole più giocare per lei perché sa che potrebbe perdere) e con la nonna (che accompagna al casino e cerca di farla ragionare quando perde il controllo della situazione). Nello stesso tempo Aleksej si fa intrappolare progressivamente dai meccanismi subdoli del gioco d’azzardo, già prima di giocare x sé: l’entusiasmo per le vincite, il gusto del rischio e le perdite inevitabili. In tutti I personaggi c’è una vena di follia: nel protagonista che vive per il gioco e dimentica Polina, in Polina in preda ad una crisi isterica e dopo aver perso il marchese perderà anche Aleksej; nel generale in preda ad un processo di demenza; si salvano la nonna che seppure perde la testa col gioco, si ferma e torna in Russia e Mr Astley, il gentleman inglese, generoso, amico di tutti, equilibrato. Insieme al gioco, tema portante del romanzo, ho trovato interessante il rapporto che I personaggi hanno col denaro per Polina la ricerca del denaro è dettata da necessità; per Aleksej non ha alcun valore e quando vince al casinò lo sperpera.

 

Ambiente: New York, Florida, Usa e Inghilterra.
Trama: Miles Haller, 28 anni vive in Florida, incontra Pilar, sedicenne ragazza cubana, orfana, che vive con le tre sorelle: Maria, 20 anni, estetista, Teresa, 23 anni, cassiera. Angela, 25 anni, hostess in un bar. Angela ricatta Miles chiedendogli di rubare oggetti delle case sgomberate, altrimenti lo denuncia per la relazione con una minorenne. Miles fotografa le case abbandonate e sgomberate e rivive nell’immaginazione le loro vite. E’ andato via da casa 7 anni prima dopo aver carpito una conversazione dei genitori lesiva della sua persona, girovagando per la Florida e poi a New York dall’amico Bing Nathan, che lo accoglie nella catapecchia abbandonata, dove vivono insieme Alice, Ellen, Bing e Miles appunto a Sunset Park, un quartiere di Brooklyn.
Tematiche: Senso di colpa per la morte del fratellastro Bobby, difficoltà rapporti umani, dolore, amore, sesso, amicizia, famiglie allargate, coincidenze e caso sono i padroni del destino dell’uomo: Lucky Lohrke, giocatore di baseball, per tre volte scampa alla morte. Critica alla società consumistica, votata alla cultura dell’usa e getta. Spiccano le figure di Alice ed Ellen, esaminate nella loro umanità. Riconciliazione finale fra i genitori e Miles.

Paul Auster scrive il libro nel 2010, ambienta I racconti tra lo stato della Florida e New York. Con una prosa chiara ed efficace, presenta la figura di Miles Heller; intorno a lui ruotano più personaggi, ciascuno con la sua storia e le sue caratteristiche. Sono collegati fra loro da rapporti familiari o di amicizia o di lavoro o dal caso. Di essi scandaglia I pensieri, I sentimenti, le gioie, I dolori, le speranze, le paure, la sessualità, la capacità di amare. Ne emergono I profili e le vicende relative ad un gruppo di giovani in difficoltà a causa della crisi, ma tenaci nel perseguire I propri progetti di vita, solidali tra loro. Nella casa occupata illegalmente a Sunset Park vivono la dolce e solida Alice, amante del cinema con “il sorriso più caldo, più luminoso della terra”…; l’inquieta e complicata Ellen aspirante pittrice, reduce da traumatiche esperienze, quali un tentato suicidio e un aborto”squallido e umiliante”; il fidato amico di Miles, “guerriero dell’indignazione, campione del malcontento” Bing, musicista e riparatore delle “cose rotte”. Mary-Lee è la madre di Miles, lo ha lasciato neonato per continuare a fare l’attice, suo primario obiettivo, e lo fa bene; “il dono di trasformarsi in così tanti personaggi distinti e totalmente diversi le dà l’impressione che porti tutta l’umanità dentro di sé”. Willa, vedova, ha sposato Morris, padre di Miles cui ha fatto da madre. Aveva suo figlio Bobby, morto giovane per un fatale incidente. E’ insegnante, donna appassionata di libri e idee, complicata, nervosa, molto generosa. Morris Heller è il padre amorevole di Miles, lo segue, lo stima, lo incoraggia, è rigoroso ma anche tollerante e delicato. E’ un editore di successo e vive tra libri e scrittori che diventano suoi amici, Miles Heller ha 28 anni, è alto, squadrato, muscoloso, forte, schiacciato dal senso di colpa per la morte del fratellastro Bob. Sa che “sua madre non lo aveva voluto neanche un po’, che la sua nascita era stata un errore”. Sente di appartenere ad una “famiglia artificiale, costruita”, “vede se stesso come un punto nero in un mondo di ghiaccio”. “Ha smussato I suoi desideri”, si accontenta di “quello che il mondo dà da un’alba all’altra”, ma considera I libri “non tanto un lusso, quanto una necessità e leggere una malattia da cui non vuole essere curato”. Mentre si trova in Florida incontra per caso la giovanissima, bella e intelligente Pilar Sanchez e se ne innamora profondamente, ricambiato. Trascurando il capitolo in cui si parla troppo di basket e la parte relativa ai disegni erotici di Ellen, ho letto volentieri il romanzo,soffuso di pessimismo, di accettazione supina di ciò che chiamiamo destino; l’ho trovato ricco di temi su cui riflettere e di storie, di passaggi che si vorrebbe far propri, molto ben scritti. Tristissimo e commovente il racconto del suicidio della 23enne Suki, figlia di uno scrittore, vecchio e caro amico di Miles: pensatrice, scrittrice, fotografa, artista, pare di vederla passare da “esuberante esempio di gioventù in fiamme” alla “terrificante immobilità di quella che era stata una persona vivente”, una vita squarciata dal troppo e dal troppo poco di questo mondo”.

Mi è piaciuto tutto: la scrittura chiara, essenziale a tratti narrativa, evocativa e riflessiva, ma soprattutto avvincente nelle descrizioni e nell’analisi psicologica dei personaggi. Gli episodi riguardanti lo sport, a pensarci bene mi sono sembrati funzionali alla comprensione della voglia di Miles di farsi accettare dalla famiglia di Pilar, impegnandosi in un argomento neutro e condiviso. Nei rapporti col padre invece gli stessi discorsi danno l’idea del clima di intesa profonda fra I due. I protagonisti sono raccontati soprattutto nella loro interiorità e intimità ed evidenziano aspettative, sofferenze, dubbi e desideri nascosti e privatissimi. E’ come spiare dal buco della serratura per cui non ti senti di giudicarli. Le scene di sesso mi sembrano raccontate e vissute in funzione del bisogno fisico, più che di un rapporto d’amore da parte di Ellen e penso che sia un comportamento generazionale nuovo da parte delle donne di cui prendere atto. Ho apprezzato il rispetto affettuoso, la civiltà nel rapporto tra ex e nuovi coniugi uniti da un problema comune. Mi è simpatico Bing un amicone ricco di umanità e generosità; sa di non poter cambiare il mondo ma si impegna attivamente a non contribuire a peggiorarlo. Bell’esempio. A proposito del comportamento dei genitori di Miles durante la fuga del figlio (cercarlo o aspettare che torni) la penso come Bing nel cuore, ma la mente si fa convincere da Morris; insomma non ho fatto una scelta proponibile come genitore. Il finale a sorpresa può sembrare solo triste ma io l’ho trovato geniale perché fa immaginare uno sviluppo positivo dopo la necessaria presa di coscienza da parte di Miles delle sue fragilità. Comprendere che gli errori non si risolvono fuggendo; affrontarli assumendosene la responsabilità è il prezzo da pagare per concedersi il diritto di dare e ricevere amore.

Se inizialmente ho fatto fatica ad apprezzare lo stile narrativo, molto diverso da quello della Strout, poi pian piano sono "entrata" nel racconto iniziando a conoscere e immaginare i vari personaggi , molto realistici e in relazione tra loro. Miles e Alice p.e. hanno punti in comune e c'è una simpatia tra loro; anche Miles e Bing pur diversissimi hanno in comune la rabbia verso le ipocrisie della società americana e questo li unisce lungo tutto il romanzo. Lo stesso Miles vede similitudini tra suo padre Morris e il nuovo marito della madre entrambi nei loro rispettivi campi cercano di sostenere e far emergere artisti interessanti ma non omologati o indipendenti. Ho trovato interessante la descrizione dello sfondo storico, siamo nel 2008 quando inizia la crisi economica americana, poi divenuta mondiale e degli effetti nel campo abitativo ma anche nel mondo editoriale e cinematografico. Altrettanto stimolanti i numerosi riferimenti letterari, cinematografici, la denuncia della violazione dei diritti individuali in Cina verso Liu Xiaobo, ma anche in U.S.A. (dopo l'attentato del 2001) verso i normali cittadini. Lettura del brano, che ho trovato molto veritiero, in cui Alice riflette sui vecchi che pur avendo molto da raccontare - hanno vissuto la guerra e le difficoltà successive alla guerra - preferiscono il silenzio, mentre i giovani parlano tanto e hanndo da dire la loro su tutto; sempre Alice in un altro brano considera Miles un vecchio, perché ferito da un dolore, alla stregua di un reduce della guerra. Non poteva mancare un capitolo pruriginoso anche se ne avremo volentieri fatto a meno! Mi viene il dubbio che Albinati si sia ispirato a Paul Auster!

 

Ambiente: Shirley Falls, piccola città di provincia del Maine, New York City.
Epoca: Epoca attuale.
Pregi: Stile impeccabile, profondo scandaglio delle anime dei tre fratelli, con un imprevisto colpo di scena che spiazza il lettore.
Difetti: Storia troppo americana, distante dalla mentalità europea. Banale e scontato l’incidente automobilistico, espediente ormai abusato da troppi romanzieri. Impensabile che un padre lasci tre bimbi nell’automobile su una collina in pendenza senza inserire il freno a mano.
Tematiche: Crisi istituzionale della famiglia e della società americana basata sulla menzogna. Contrasto socio-economico provincia-metropoli. Parallelismo della discriminazione dello Stato americano e la discriminazione famigliare dei tre fratelli. I sensi di colpa alimentano paura e vergogna.
Il senso di colpa di Bob bambino, involontario artefice della morte del padre, paragonato al senso di colpa di Abdikarim, che ha lasciato la Somalia soltanto dopo la morte del figlio. Individualismo americano contrapposto al senso della famiglia dei somali.
Intolleranza razzista, riflessione sulla immigrazione, ricerca di un senso della vita, amore fraterno e coniugale come unica possibilità di riscatto e redenzione.
Rovesciamento dei caratteri dei fratelli: Jim, il più sicuro, fallirà in ogni azione intrapresa a fin di bene, rivelando il suo lato oscuro tenuto celato per codardia fino alla sorprendente rivelazione finale. Bob, il fratello disprezzato, è per me il personaggio più riuscito. Si rivelerà buono, altruista, generoso, amante dei bambini che lui non ha mai avuto.

Romanzo piacevole e interessante, per il linguaggio pacato e scorrevole e per il contenuto che riguarda più tematiche attuali e relative a ciascuno di noi. E' ambientato ai nostri giorni, tra New York e Shirley Falls. piccolo paese del Maine. Narra la vita di tre fratelli molto diversi fra loro, per il carattere e per ciò che accade a ciascuno di essi. Jim il maggiore è arrogante, sicuro di sé, desideroso di valorizzazioni e ammirazione. Bob, al contrario, è sensibile, empatico, fragile, complicato, insicuro, al limite con l'alcolismo. Susan, la gemella di Bob, è piuttosto apatica, indecisa, diffidente, con poca stima di sé. Il rapporto fraterno è complicato da insofferenza, rancori, successi e insuccessi personali, drammi e matrimoni falliti. Tutti e tre sono accomunati dal senso di colpa accresciuto dal silenzio, dalla paura, dalla vergogna per la drammatica morte del padre, quando erano bambini. Tutti i personaggi cambiano nel corso della storia e i loro sentimenti diventano più autentici. I tre fratelli si ritrovano e si aiutano: i legami di sangue e territoriali, l'appartenenza culturale si rivelano indissolubili. Il libro fa riflettere sulle dinamiche familiari, sulle crisi matrimoniali, sul condizionamento che la famiglia d'origine ha sulla formazione di ciascuno di noi come individui per ciò che riguarda i rapporti umani, sui sentimenti di sospetto e diffidenza con cui guardiamo agli altri, sulle nostre fragilità e paure. Fa pensare sul mondo e la società che cambiano, sull'immigrazione, sulle tensioni razziali, sul coraggio della verità e sulla potenza del perdono, sulla forza della responsabilità.

Nel complesso il romanzo mi è piaciuto, in certi passaggi si dilunga un po' troppo e si ripete; la scrittrice si è ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto nel Maine, un po' come Dostoevskij che per i suoi romanzi attingeva a fatti accaduti, assistendo anche ai processi. L'autore russo includeva anche la componente spirituale e la ricerca di Dio, cosa che non si riscontra nel romanzo della Strout. Dal fatto di cronaca inizia un lavoro di scavo psicologico-umano dei fratelli Burgess, intorno ruotano altri personaggi di cui traccia il profilo psico-fisico con somma bravura e maestria .Verso la fine del prologo l'autrice scrive: "Nessuno conosce mai veramente qualcuno" Parole quanto mai vere, vale sia per gli estranei che per i propri figli. Il finale è rassicurante. tutti insieme felici con Zach pensano al futuro del ragazzo, che ora, capita la lezione, non ripeterà più un simile errore.

Ho trovato il romanzo piacevole, ricco di spunti di riflessione su varie tematiche, interessante. il romanzo si sviluppa intorno a 3 vicende : La morte del padre dei 3 fratelli (Bob, Jim e Susan) causata da uno di loro. L'episodio del lancio della testa di maiale nella moschea da parte di Zach, figlio di Susan, non grave ma con un enorme valore simbolico. La minaccia da parte di Adriana - ex vicina di casa di Bob e collaboratrice dello studio legale di Jim - di denunciare quest'ultimo x molestie sessuali, ottenendo così tanto denaro pur di evitare lo scandalo. Intorno a queste vicende si snoda il romanzo incentrato sulle dinamiche familiari tra i 3 fratelli, sulle loro storie individuali, i loro sentimenti, i loro connotati psicologici. Ho trovato convincente la storia e apprezzato l'evolversi dei protagonisti con cambiamenti radicali, attraverso i quali ognuno di loro si rivelerà del tutto diverso da come appariva all'inizio del romanzo. Non mi ha convinto l'ultima parte del romanzo sia per i risvolti dovuti al comportamento di Adriana che sfrutta la disponibilità sentimentale ed economica di Jim a suo favore, sia per l'atteggiamento estremamente conciliante di Bob, che pur avendo vissuto segnato dal senso di colpa, dal disprezzo di suo fratello Jim, perdona e comprende Jim allorché confessa di essere lui il responsabile della morte del padre, dopo l'iniziale rabbia nei suoi confronti. Interessanti i riferimenti storici sullo sfondo del romanzo: la guerra in Iraq e l'invasione dal 2003 al 2011, le torture perpetrate dagli americani nelle carceri irachene, i soldati americani morti in guerra. Interessante anche il racconto del punto di vista dei somali traumatizzati dalle loro drammatiche esperienze vissute in Somalia e poco integrati nella cittadina del Maine

 

Non è un romanzo, ma la narrazione di una cronaca personale e collettiva di eventi dagli anni 40 ai giorni nostri.
L’autrice ha l’abilità di intrecciare (usando la terza persona) la sua vita privata (mostrata al lettore attraverso fotografie famigliari) con gli avvenimenti storici e politici della Francia e quelli internazionali della seconda metà del Novecento. Ripeto, non è un romanzo (mancano i dialoghi, sono assenti i personaggi, non c’è trama). La narrazione scorre fluida con uno stile impeccabile.
Ambiente: Parigi e la Francia
Epoca: XX° secolo
Pregi: L’espediente letterario sono le fotografie che vedono la protagonista neonata (1941), infante (1944), ragazza (1949), collegio Saint-Michel (1955), Yvetot (1957), Studentato (1963), Loverchy (1967), Spagna (1980) Cergy (1992), Trouville (1999), pensionata e nonna (2006)
Difetti: pagina 25: i bambini non possono avere la consapevolezza della nostalgia (pure io sono del 1940 e vi assicuro che non avevo alcuna consapevolezza per gli eventi anteriori alla mia nascita). L’autrice sciorina nomi poco conosciuti dal lettore italiano: Bourvil, attore cinematografico, l’Abbé Pierre partigiano cattolico, Brassens (cantante) Maurice Rollinat (poeta) e tanti altri.
Tematiche: inno alla memoria per non dimenticare, indottrinamento imposto dalla scuola (prima del 68), contrasto fra il mondo della campagna (lento) e il mondo della città (veloce), contrapposizione fra le donne (penalizzate) che avevano abortito e divorziato, con le donne (liberate sessualmente) dall’avvento della pillola anticoncezionale, regolarizzata alla vendita pubblica. Difficoltà femminile a costituirsi una vita propria indipendente. La scrittrice sottolinea i cambiamenti negli usi e nei costumi della gente, dalle privazioni del dopoguerra alla sicurezza della prima casa, della prima automobile, del primo conto in banca, fino a pervenire alla società dei consumi (TV, radio portatili, frigorifero, lavatrice) per approdare poi al superfluo degli anni 2000 (videogames, computer, cellulari)

Nonostante lo stile fotografico e quasi asettico, l'autrice riesce a coinvolgere emotivamente il lettore che si riconosce nel percorso di evoluzione della protagonista meticolosamente punteggiato da eventi della storia Francese degli ultimi 70 anni. Faticoso per il lettore, a causa della distanza temporale e geografica, ricostruire tutti i riferimenti storici e culturali che fanno da filo conduttore alla narrazione. Eccezionale è la lieve malinconia che pervade il racconto di una donna ormai matura che ricostruisce con lo strumento della narrazione il proprio passato e al contempo gli ideali politici e sociali di un' epoca che, per entrare nel ruolo di madre ed insegnante, vengono progressivamente abbandonati ma non "dimenticati".

L'autrice, in un lungo monologo, con un linguaggio semplice e piano, offre una rilettura di quanto accaduto dagli anni '40 ai nostri giorni. Con una narrazione impersonale, traccia la sua biografia e, parallelamente, l'evoluzione della società: "le sembra che dietro di lei ci sia un libro che si scrive da solo, semplicemente vivendo...." Salva così "qualcosa del tempo in cui non saremo mai più". Ho letto il libro con interesse in quanto il periodo storico e sociale esposto è il contesto della "mia". vita . Mi sono ritrovata in alcune situazioni descritte; ho ricordato eventi cui ho partecipato e cambiamenti di abitudini, di modi di vivere; ho riprovato moti dell'animo accantonati da tempo; mi sono rivista nei differenti momenti della mia vita

Questo anomalo romanzo mi è piaciuto molto, dalla prima pagina all'ultima. Gli aspiranti scrittori vi troverebbero molti spunti interessanti per i loro romanzi. Non ho aggettivi adeguati per elogiare questa scrittrice francese. Con la sua penna riesce a darci una panoramica del suo tempo, come un ritratto. Una imponente autobiografia alla ricerca del tempo perduto. Niente è lasciato al caso. In certi punti forse ha appesantito il fiume di nomi e cognomi francesi. Ma cio non toglie la sua bravura nel descrivere i personaggi della sua "Commedia" con humour e ironia. Personalmente mi ha fatto ricordare la mia infanzia e la mia adolescenza. Ho ritrovato le cose perdute, dette e fatte nell a loro illusione. Un vecchio adagio dice: "Le lacrime più amare sono quelle versate per le preghiere esaudite". E non è detto che tutte le battaglie vissute, mantengano le promesse fatte. L'autrice lo fa capire tra le righe (per le donne). Che messaggio vuole trasmetterci Annie? Certamente quello di non dimenticare il passato, nel bene e nel male. Mai. Ricordarlo è un dovere per tutti. Tutto ciò che siamo ora noi oggi, lo dobbiamo alle generazioni passate. C'è una frase di Jose Ortega Y Gasset che dice "Abbiamo solo la nostra storia ed essa non ci appartiene". Va bene, d'accordo, ma non è proprio così. Siamo tutti innestati nella Storia e il nostro vissuto è legato a lei indissolubilmente e ci appartiene!. Invece l'uomo dimentica molto spesso. Il più delle volte è perché, volutamente, non vuole ricordare i momenti difficili (inevitabili nel corso della vita) ma sono questi ultimi che fanno cambiare le carte in tavola. Mia nonna mi cantava una canzoncina . "Tutto passa e si scorda, tutto deve finir, le nubi del cielo dovranno sparir"

Di questa scrittrice ho apprezzato e gustato la scrittura meravigliosa che unisce chiarezza, profondità, saggezza e garbata, disincantata ironia. Ho incontrato invece difficoltà nella continuità della lettura perché i ricordi e le riflessioni sono troppi e consecutivi per riuscire a far rivivere i cambiamenti e soffermarsi su di essi. Ho provato un disagio di "eccesso" con conseguente procedere a singhiozzi quasi per dovere di svolgere un compito, Mi è ritornata alla mente la stessa reazione che si prova quando, in un museo importante si vuole vedere tutto di seguito per fruire al massimo della visione di tante opere d'arte e, non ultimo, del biglietto d'accesso, Dopo un pò è troppo e subentra l'insensibilità e la voglia di rinunciare, malgrado tanta bellezza. Detto ciò, tra le infinite riflessioni intelligenti e godibili, ne ho riletto più volte 2 in particolare: A pag.250 sul Natale e il consumismo e a pag. 209 su cosa è a legarci con i figli (e non solo, dico io): "non il sangue, né i geni, solo un presente fatto di migliaia di giorni insieme, di parole e di gesti, di pasti, di tragitti in auto, di esperienze condivise...", Queste riflessioni mi hanno riportato al senso di solitudine che si prova quando non c'è più la presenza fisica, malgrado l'amore di fondo delle persone che amiamo.

L’autrice ripercorre la sua vita, la sua storia personale e familiare che si interseca con la Storia collettiva della Francia e del mondo. Fili conduttori del racconto sono le fotografie che la ritraggono nelle diverse età, le tavolate familiari che hanno un sapore e significato diverso a seconda delle epoche; la scrittrice utilizza il lei per parlare di sé e il noi della sua generazione o classe sociale, o categoria professionale. Nella narrazione non traspaiono emozioni - sono dietro alle parole – ma smuove le nostre emozioni; potermi riconoscere o meno in alcune situazioni dell’adolescenza o giovinezza da Lei vissute (nonostante i 20 anni di differenza), oppure nel racconto degli atteggiamenti dei giovani figli (poco più giovani di me) verso la vita e la società, rivivere eventi che hanno cambiato la Storia nel bene e nel male, tutto ciò ha suscitato in me forti emozioni e riconoscenza verso l’autrice. Difficile ricostruire la propria vita e insieme gli eventi storici che l’hanno attraversata, Ernaux ci riesce magistralmente con una narrazione ricca di riferimenti alla letteratura, alla musica, al cinema, alla filosofia, costruendo così un affresco personale della storia della Francia e della Storia mondiale con sottile ironia e crescente consapevolezza, offrendo una miriade di spunti per ampliare le nostre conoscenze. Uno sguardo non intimista, un’immersione nelle immagini della sua memoria per restituire la dimensione individuale e collettiva della Storia

 

Ambiente: Milano
Epoca: anni Ottanta
Pregi: Impeccabile descrizione degli ambienti milanesi editoriali e della moda, intrisi di invidie, pettegolezzi, rivalità dove i personaggi sembrano marionette manovrate abilmente dall’autore. Ma situazioni risapute e già menzionate da altri scrittori (vedi “Sotto il vestito niente” di Marco Parma) nulla di nuovo sotto il sole.
Difetti: Romanzo noioso, disarmonico, frammentario (i capitoli della Piscina e del Feristerio sono ininfluenti alla trama del romanzo) personaggi abulici, vanesi, superficiali, non approfonditi nella loro interiorità, si muovono e si intersecano come su una scacchiera, ma evanescenti, senza anima. Scabrose scene sessuali rasentanti la pornografia. Il dialogo fra Coboldo e Enobarbo è una piece teatrale, non narrativa.
Tematiche: amore, sesso, cultura, successo, transizione da una società operaia a una società borghese. L’editoria e la moda esaminati come luoghi di sogni e frustrazioni, di desideri deviati perché incompiuti.

Ho letto il libro abbandonandolo e riprendendolo in quanto ho trovato il contenuto monotono, dispersivo , stancante, con parti slegate fra loro, mentre la prosa è ricercata, raffinata, elegante. Il capitolo più interessante per me è l'ultimo in cui il "brutto" Coboldo, nella lettera alle sorelle, esamina la sua vita alla luce dell'Amore che sente per la bellissima modella Sheila, sentimento che per lui "ha rovesciato il significato delle cose, non c'è stato bisogno di cambiare vita, è la vita che ha preso un senso nuovo".

Ho iniziato a leggere il romanzo con interesse ma ho fatto fatica a proseguire: le scene scabrose descritte nei minimi dettagli, che compaiono ad intervalli regolari sono eccessive e a mio parere non aiutano ad apprezzare il romanzo; ho trovato alcuni capitoli troppo lunghi, le tante storie personali dei vari personaggi sembrano superflue divagazioni, altra carne al fuoco quando non ce ne sarebbe bisogno. Detto ciò veniamo ai meriti di questo romanzo. Ho apprezzato molto la descrizione felice degli ambienti e delle situazioni milanesi degli anni ‘80: la casa editrice, la festa mondana, la fabbrica dismessa, il mondo della moda attraverso gli occhi di una modella nera americana, così come ho riconosciuto l’atmosfera che si respirava in quegli anni di trasformazione profonda della città da luogo di produzione materiale a città delle immagini, dell’immateriale, che si lasciava alle spalle gli anni bui del terrorismo nero e rosso, di cui troviamo traccia in Elio che è stato protagonista della lotta armata e continua a portare avanti i suoi progetti seppur ridimensionati; oppure in Chirone che ha preso consapevolezza dei limiti e dell’inutilità della lotta armata, ideologia fine a se stessa e senza prospettive. Chirone è un personaggio interessante e riuscito: in carrozzina in quanto vittima dei suoi eccessi, ex maestro di Nico al quale ha trasmesso la capacità di convivere con stati d’animo e sentimenti contrastanti, elementi della conoscenza umana oltre che del suo carattere; egli non crede più alle parole e alla cultura come strumento di elevazione spirituale; utilizza le energie creative nella manualità, ridando vita a macchinari abbandonati e rendendoli funzionali, resistendo fisicamente alla volontà politica di smaterializzare la città. A mio parere i personaggi più positivi sono Sheila e Coboldo: hanno dei principi, dei valori e si evolvono nel corso della narrazione. Ho apprezzato la vena poetica dell’autore: a pagina 236 per esempio racconta in modo sublime, in versi, la fuga di Irene dal collegio.