Biblioteca Sormani

La Sala del Grechetto

Al termine dello scalone d’onore un ampio vestibolo introduce alla cosiddetta Sala del Grechetto, un vasto ambiente destinato a ospitare le iniziative culturali organizzate dalla Biblioteca.
Il nome della Sala fa riferimento alle tele che ne rivestono le pareti, appartenenti a un ciclo pittorico raffigurante il mito di Orfeo che incanta gli animali, attribuito in passato al pittore genovese Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto. Sebbene l'attribuzione sia ormai confutata, il nome è rimasto a identificare questo spazio molto frequentato e amato dai milanesi.

- visita virtuale alla Sala del Grechetto -

 

Le tele sono in corso di restauro e in attesa di ritornare in Sala.

Il ciclo pittorico risale agli anni tra il 1650 e il 1660 e fu riconosciuto come opera di un anonimo artista di probabile estrazione fiamminga, definito con il nome convenzionale di “Pittore di Palazzo Lonati Verri”. Le tele infatti erano in origine ospitate nel palazzo Verri di via Montenapoleone, oggi perduto, che la famiglia milanese aveva acquistato dai Lonati nel 1759.
I committenti dell’opera sarebbero però da indentificare nella famiglia dei Visconti, precedenti proprietari del palazzo, e l’occasione potrebbe essere stata quella del matrimonio di Alessandro Visconti, capocaccia e agente milanese del cardinale Leopoldo de’ Medici, celebrato nel 1674.
Il ciclo è ricordato nell’inventario dei beni del palazzo ereditati dai figli alla morte di Gabriele Verri nel 1782, da un laconico ma preciso riferimento: “Diversi quadri che formano Tapezzaria al suddetto salone, rappresentanti Selvatici, e fiere diverse”. 

Dopo varie vicende, il palazzo fu ereditato nel 1866 da Carolina Verri, che lo cedette nel 1877, dopo aver disposto il trasferimento dei propri beni, tra cui il ciclo pittorico, nel palazzo del marito Alessandro Sormani Andreani in Porta Vittoria.
Fu necessario affidare a professionisti l’adattamento del ciclo per permettere l'allestimento nella sala del primo piano del nuovo palazzo, che risultava di dimensioni minori e di proporzioni diverse rispetto all’ambiente originario. L’architetto Majnoni e i restauratori Porta completarono questo complesso lavoro nel 1907, operando tagli e ridipinture che diedero al ciclo un aspetto diverso, ma internamente coerente.

È oggi possibile ricostruire le modifiche più appariscenti grazie a due dipinti ottocenteschi, opere rispettivamente di Francesco Colombi Borde e di Gioacchino Banfi, conservati nella Sala dei Putti di Palazzo Sormani, che ritraggono il contesto originario della sala di Palazzo Verri: in particolare la tela con Orfeo che incanta gli animali al suono del violino, in origine collocata nella parte centrale della parete principale, e quindi investita di ruolo centrale nella narrazione del ciclo, venne confinata in un angolo di una delle pareti minori, mentre la tela con Bacco allevato e nutrito, che si trovava sopra a una porta, non venne più inserita nella nuova sala, e fu conservata nella Sala dei Putti.

Al di là dei gruppi mitologici, il ciclo costituisce un unicum nel panorama artistico contemporaneo, offrendosi allo spettatore come un monumentale atlante di zoologia, dove l’interesse però non è di tipo tassonomico, quanto piuttosto di elencazione delle meraviglie del mondo animale.
Più di duecentottanta specie europee ed extraeuropee sono disposte le une insieme alle altre su piani diversi all’interno di un fondale di pura fantasia. La precisione della raffigurazione, l’attenzione ai dettagli e alla naturalezza dei soggetti rappresentati fanno pensare a un’osservazione dal vero, piuttosto che alla copiatura da tavole o da animali impagliati. Il riferimento va alle Wunderkammer e ai serragli diffusi nelle corti europee, e un parallelo diretto potrebbe ravvisarsi nel Museo scientifico che il canonico Maurizio Settala aveva creato a Milano nella seconda metà del Seicento e che raccoglieva animali impagliati, crani, pelle, corna, ma anche animali vivi, che venivano fatti ritrarre da abili pittori.

Rifiutata dalla critica moderna l’attribuzione al maestro del barocco genovese, Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto, attribuzione radicata almeno dalla fine del Settecento, le tele furono ricondotte a un anonimo artista di estrazione nordica riconducibile all’ambiente fiorentino, più che a quello genovese. Studi più recenti evidenziavano come verosimile l’ipotesi che il ciclo fosse un’opera collettiva, in cui si sarebbero riconosciute mani diverse per i gruppi mitologici da un lato e per gli animali e i paesaggi dall’altro.

Nel marzo 2019 le tele sono state staccate dalle pareti della sala per essere inserite nel percorso della mostra "Il meraviglioso mondo della natura" allestita a Palazzo Reale, a cura di Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa (13 marzo-14 luglio 2019). Oggi sono in corso di restauro e in attesa di rientrare nella Sala. 

Il maestro di Palazzo Lonati Verri oggi ha un nuovo nome, gli ultimi studi di Gianluca e Ulisse Bocchi lo identificano infatti con Carl Borromaüs Andras Ruthart (Danzica 1630 - L'Aquila 1703), chiamato da un biografo ottocentesco il "Raffaello degli animali".

L'artista nacque da famiglia protestante e il secondo nome, Borromaus, fu aggiunto a Milano a seguito dell'accoglienza nei suoi cicli pittorici dei precetti impartiti dal Cardinale Federico Borromeo e all'atto di "confermazione" della sua fede cattolica. Fu un artista mitteleuropeo, un pittore itinerante, solitario e senza bottega, che in Italia sostò e lavorò a Roma, Firenze, Milano, Venezia, L'Aquila e Napoli, laico sino al 1669 e poi monaco celestino sino al 1703, anno della sua morte. Assorbì influenze tedesche, olandesi, fiamminghe e italiane.

Le tele del Ciclo di Orfeo furono dipinte da Ruthart, su commissione di Alessandro Visconti, tra il 1654 e il 1659 insieme ad altri maestri comprimari di impossibile identificazione, probabilmente pittori di origine straniera provenienti da Firenze o assunti a Venezia, una città cardine nel processo evolutivo e professionale di Ruthart. L'unica altra mano che gli studiosi hanno inviduato con certezza è quella del fiammingo Livio Mehus.