Biblioteca Sormani

Un Museo in Biblioteca

Gli spazi interni della Biblioteca conservano alcuni degli elementi decorativi originali del Palazzo, come stucchi e affreschi, anche se purtroppo poco si è salvato dai rovinosi bombardamenti del 1943.
Nelle sale aperte al pubblico e negli spazi adibiti ad attività d’ufficio sono inoltre conservati quadri e sculture, per lo più doni di artisti o privati cittadini che vollero omaggiare la nuova biblioteca civica milanese dopo la ristrutturazione post-bellica.

Pregevoli affreschi settecenteschi ornavano gli spazi padronali del Palazzo, in particolare la grande Sala da ballo (oggi Sala Massima), ma nulla ne è rimasto.

La Sala Massima in origine era una grandiosa sala da ballo, una sala per le feste chiamata "la Galleria". La sala era coperta da volte a padiglione realizzate con mattoncini sottili e leggeri e si affacciava con le sue sei grandi finestre su quasi l'intera lunghezza del lato est del cortile. Vi si potevano ammirare gli affreschi di Biagio Bellotti (1714-1789) e le "quadrature" di Antonio Agrati. In particolare il grande affresco centrale della "Galleria", decorata da Bellotti nel 1753-54, rappresentava il soggetto mitologico di Atena, raffigurata con ampio mantello e elmo, circondata dalle Muse.

Un solo affresco è ancora visibile sul soffitto dello Spazio Young, al piano terreno. In esso si riconosce la mano dello stesso artista che aveva affrescato la grande Sala da ballo, Biagio Bellotti (1714-1789), pittore, architetto, musicista e scrittore, molto attivo in area lombarda e milanese. Nei suoi affreschi, numerosi nelle chiese di Busto Arsizio e nella Certosa di Garegnano, è riconoscibile l’influenza di Tiepolo, in particolare nei brillanti e spesso violenti contrasti di colore.

Diversi sono i busti esposti negli spazi della biblioteca, raffiguranti per lo più letterati illustri del passato.

Nell’atrio sono collocati due busti di bronzo, opera dello scultore Ernesto Ornati (1932-2022), raffiguranti rispettivamente Carlo Porta e Giuseppe Parini. Nella stessa zona è visibile un terzo busto in bronzo di Emilio De Marchi, realizzato da Antonio Carminati (1859-1908).

Nello Spazio Blu sono presenti: un busto di donna in marmo, di autore ignoto; un busto in bronzo eseguito da Achille Alberti (1860-1943) che ritrae Giuseppe Cartella Gelardi, del quale la biblioteca conserva un importante fondo di lettere e manoscritti donato dalla vedova dello scrittore nel 1963; due busti in bronzo eseguiti dallo scultore Enrico Pancera (1882-1971): il primo raffigura Paolo Buzzi ed è pervenuto alla biblioteca nel 1956 insieme al cospicuo fondo donato dalla vedova di Buzzi, di cui fa parte anche il pianoforte a coda della Sala del Grechetto, il secondo busto raffigura invece Alessandro Visconti ed è registrato come un dono della famiglia risalente al 1959.

A testimonianza di quanto fossero preziosi ed eleganti gli interni di Palazzo Sormani, alcune specchiere con cornici dorate tuttora abbelliscono quelli che erano in origine gli ambienti padronali: lo Scalone d’onore, il Centro Stendhaliano, la Sala dei Putti, lo Spazio Young. La particolarità delle due specchiere dello Scalone è che raccontano il mito di Marsia e Apollo.

Alcune sale del Palazzo conservano nei soffitti stucchi di epoca settecentesca.

La Sala Putti prende il nome dalle figure inserite nei preziosi stucchi rococò di autore ignoto che ne ornano la volta, riferibili alla prima metà del Settecento.

Di stile neoclassico è invece la decorazione del soffitto del Centro Stendhaliano, unica parte conservata delle decorazioni che abbellivano la nuova ala del Palazzo, commissionata da Paolo Monti all’architetto Benedetto Alfieri, che terminava con la nuova facciata verso il giardino, conclusa nel 1766.
Il soffitto è ornato con riquadri in stucco, disposti intorno a una finta cupola a lacunari e contenenti figure allegoriche alternate a coppie di aquile. La decorazione è stata attribuita a Giocondo Albertolli, decoratore che insieme ad Agostino Gerli è ritenuto uno dei divulgatori dello stile neoclassico milanese, affermatosi nell’ultimo quarto del Settecento come reazione alle “sregolatezze” eccessive dello stile rococò fino ad allora imperante e frutto di una sapiente fusione tra eredità classica e moderne esigenze di comfort.

Altri quadri sono esposti negli spazi della biblioteca destinati al pubblico o religiosamente custoditi in Biblioteca, anch’essi donati da privati o concessi in deposito da musei cittadini.

Al piano terra, all'imbocco del corridoio che conduce ai servizi, una grande terracotta policroma raffigura Sant’Ambrogio e la cultura milanese, opera dello scultore friulano Romano Rui (1915-1977), artista molto legato a Milano, dove visse e insegnò. Diverse sue opere, realizzate in bronzo, ceramica, marmo, resine sintetiche, legno, rame ed altri metalli, ornano palazzi privati e chiese della città e una mostra permanente delle sue opere è esposta all’Hotel Milano Castello di via S. Tomaso 2. La terracotta al momento non è visibile.

Il pannello, formato da vari pezzi di ceramica cotti ad alta temperatura e dipinti con smalti a grande fuoco, celebra la figura di S. Ambrogio e la vita culturale della città di Milano. La figura centrale del Santo si erige anche come simbolo della sua città e insieme come alta guida delle Arti. Queste simbologie si snodano sui lati della composizione, dove, a sinistra, compare il popolo laborioso e studioso e, sulla destra, una primordiale macchina tipografica indica lo svolgersi e l'eternarsi dei movimenti di cultura. Subito sotto si susseguono, in armonico sviluppo, alcuni dei monumenti della città. Si possono scorgere, tra questi, il Duomo e le antiche colonne di S. Lorenzo, all'ombra delle quali un maestro erudisce gli allievi. A sinistra di Sant'Ambrogio, una figura seduta ed alcuni libri rappresentano la Biblioteca, centro e fonte d'ogni cultura. Nella parte inferiore, lo scriba egiziano riprende l'antichissimo simbolo dell'opera letteraria, mentre, a lato, la Storia incorona i maestri di tutti i tempi."
(da "La Biblioteca Comunale di Milano, Palazzo Sormani 1956", pagg. 71-73)

Nel Punto Ristoro sono esposti sei quadri, donati alla biblioteca negli anni ’60: una litografia a colori di Armand Nakache (1894-1976), intitolata Homme en habit; un’acquaforte di Paolo Pace (1914-1961) raffigurante un vaso con fiori; un’incisione a puntasecca di Corrado Sandrini Mori del 1964, intitolata L’incanto della vita; un acquerello in bianco e nero senza titolo di Sergio Tagliabue (1927-2013); una prova di incisione di Giordano Zorzi (1929-2017), raffigurante Venezia e le calle; un disegno a pastello del Duomo di Milano di Giulio Cisari (1892-1979).

Nella Sala Quotidiani e Periodici trova posto un grande dipinto a olio su tela di Gabriele Mucchi (1899-2002), intitolato La rotta del Po, proveniente dal Museo del Novecento. Pittore, architetto e intellettuale antifascista, Mucchi aderì in gioventù al gruppo Novecento e tradusse il proprio impegno civile in opere di chiara impronta realista, come in questa grande composizione, che sembra quasi risalire alla tradizione di Courbet, il padre del realismo francese di metà XIX secolo.

Nella Sala del Grechetto si trovano alcune opere di Giovanni Acquaviva (1900-1971), alto magistrato, poeta, pittore, grafico, scenografo, teorico del Movimento Futurista, fondatore a Savona del Gruppo Futurista Sant'Elia e uno dei discepoli prediletti di Marinetti, da lui conosciuto nel 1919. L'artista donò alla Biblioteca le opere esposte in una mostra che la Biblioteca volle organizzare nel 1970 per festeggiare i suoi settant'anni: "Giovanni Acquaviva: 40 fisiosintesi". La serie si apriva con i costruttori di parole, per finire con i costruttori lucigrafici: 40 matite e pastello su cartoncino realizzate per interpretare altrettanti personaggi dell'avanguardia internazionale e della cultura contemporanea. Le Fisiosintesi sono una presenza qualificante, accanto ai libri, ai periodici e ai documenti futuristi presenti nelle raccolte della Biblioteca, a testimonianza dell'attenzione anticonformistica rivolta dalla Biblioteca al Movimento di Marinetti, fin dal 1969 quando, a sessant'anni dalla pubblicazione del Manifesto futurista, propose la mostra bibliografica e documentaria "Filippo Tommaso Marinetti e il Futurismo".

Nell'Area a scaffale aperto sono collocati i sette pannelli sulla Storia della scrittura e della stampa eseguiti da Attilio Rossi (1903-1994) per la Biblioteca nel 1956. I quadri, nella tecnica olio su tela, illustrano le principali tappe di sviluppo dell’arte della scrittura e della stampa, partendo dall’illustrazione dei primi strumenti utilizzati dall’uomo fino alla rappresentazione di una lettrice nell’atmosfera moderna di una biblioteca. 

Pannello 1. Rappresenta gli strumenti elementari della primitiva scrittura umana, tra i quali vengono in particolare raffigurati i nodi delle cordicelle peruviane dette “quipus”, lo stilo, le tavolette cerate, un calamo e un sigillo inciso del re assiro Sargon II (721 a.C.-705 a.C.).

Pannello 2. Raffigura l’amanuense medievale intento a scrivere sulla pergamena nella sua cella. Due cartigli con l’ammonimento “Silentium” e con la tradizionale formula “Explicit liber”, che si poneva al termine dei Codici, suggeriscono la difficoltà e la pazienza del lungo lavoro.

Pannello 3. È dedicato alla fabbricazione della carta e si ispira all’Officina di Fabriano, dove a partire dalla seconda metà del XIII secolo comincia la storia dell’industria cartaria in Italia. Raffigura l’operatore al tino, le risme di carta, il maglio e le preziose filigrane.

Pannello 4. Raffigura il momento cruciale dell’arte della stampa: l’invenzione dei caratteri mobili da parte di Gutenberg. L’immagine dell’inventore appare sullo sfondo, il torchio domina la scena e sul tavolo compaiono la tipica “forma tipografica” e i tamponi per l’inchiostrazione.

Pannello 5. È dedicato al Rinascimento Italiano e alla sua concezione dell’arte della stampa. Raffigura la A dell’alfabeto disegnato col metodo geometrico di Luca Pacioli, il compasso della “Divina Proporzione” e due marchi tipografici: il cerchio sormontato dalla croce di Lorena, l’aurora intrecciata col delfino di Aldo Manuzio.

Pannello 6. Illustra un altro eccezionale momento della tipografia italiana: il Settecento di Giambattista Bodoni. Vi figurano i punzoni e le matrici, un nitido e severo frontespizio del maestro e il suo ritratto ripreso dal famoso quadro del 1799 di Andrea Appiani.

Pannello 7. Conclusivo, di libera composizione, raffigura una lettrice a simboleggiare la vita della biblioteca. Sullo sfondo una pagina di tipografia futurista e sul tavolo la rivista “Campo Grafico” suggeriscono le inquietudini e le ricerche della tipografia moderna.

Le tele di Attilio Rossi
dedicate all'arte della scrittura

 

Pittore e grafico, Attilio Rossi ha attraversato nella sua produzione l'arte astratta e l'iperrealismo, per poi elaborare uno stile molto sperimentale e, nell'ultimo periodo della sua carriera, metafisico.

Attilio Rossi ha fondato la rivista Campo Grafico, una copia della quale compare nell’ultimo dei pannelli esposti, a testimoniare l’interesse dell’autore verso la tipografia moderna.