Biblioteca Sormani

Rarità dalla A alla Z

La gran parte della Collezione storica è costituita da pubblicazioni del Novecento. Tra queste si annoverano titoli ormai introvabili e pezzi rari da collezione, fonti preziose per lo studio di aree tematiche di particolare rilievo e per la documentazione della nostra identità e memoria storica.

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A. Attualità Architettura Abitazione Arte

Sulla copertina del primo numero di “A” è pubblicato un brevissimo testo di carattere programmatico, che spiega la scelta simbolica di un titolo così sintetico:

Perché dobbiamo vivere così male? Noi dobbiamo ricominciare da capo, dalla lettera A, per organizzare una vita felice per tutti. Noi ci proponiamo di creare in ogni uomo e in ogni donna la coscienza di ciò che è la casa, la città; occorre far conoscere a tutti i problemi della ricostruzione perché tutti, e non solo i tecnici, collaborino alla ricostruzione.

Questa modalità del testo di copertina sarà una caratteristica che accompagnerà tutti i numeri pubblicati, insieme alle vignette a piè pagina realizzate da Marcello Piccardo, fondatore nel 1962 del laboratorio di cinema sperimentale insieme a Giorgio Munari.
Nell'immediato dopoguerra e nell'urgenza della ricostruzione la rivista, schierata politicamente a sinistra, si propone come luogo di sperimentazione e di confronto con il pubblico sui problemi dell'architettura e dell'arredamento, mettendo al centro delle inchieste, dei servizi e dei questionari il rapporto fra architettura e vita quotidiana.
La situazione del paese, da nord a sud, è documentata dalle dolorose fotografie del milanese Federico Patellani, un importante atto di verità che illustra senza veli una miseria contro cui l’architettura era chiamata a intervenire per migliorare le condizioni di vita e offrire una nuova bellezza. Contenuti che fanno dell’esperienza di "A" un momento importante nella storia dell'architettura italiana.
A veicolarli in un modo originale e attraente contribuisce in maniera decisiva il taglio che Bruno Zevi definisce “all’americana”, con la grafica d’impaginazione e una gran quantità di illustrazioni di varia natura: immagini fotografiche, fotomontaggi, disegni, tavole pubblicitarie in nero e a colori, che offrono al lettore un forte impatto visivo, di impronta marcatamente neorealista.
La rivista è diretta da una triade di personalità illustri: Carlo Pagani, architetto milanese collaboratore di Giò Ponti e già co-direttore di Domus e dei Quaderni di Domus con Lina Bo che lo accompagnerà nell’impresa di “A”. A loro si aggiunge il citato Bruno Zevi, una delle personalità più significative della storia dell’arte italiana. Il contratto proposto a Zevi lo impegnava per 52 numeri. A causa di divergenze sulla linea editoriale, Gianni Mazzocchi fondatore dell’Editoriale Domus che pubblicava la testata, ne fece pubblicare solo nove preziosissimi numeri nel 1946.

L'architettura. Cronache e storia

Bruno Zeri, intellettuale eclettico e anticonformista, ha sempre preso le posizioni particolarmente eretiche che dal 1955 si sono raccolte sulle pagine di “Architettura. Cronache e Storia”. Questo nuovo periodico diventerà il profetico punto di riferimento dove ripensare l’architettura, la città, il territorio e l’urbanistica. Il credo libertario del suo ideatore ha sostenuto con vigore la funzione sociale dell’architettura, completandosi con l’idea di promuovere un’educazione architettonica popolare.
Secondo Zevi era arrivato il momento di battere il conformismo nel campo storico-critico, dopo che l’architettura moderna lo aveva fatto nel campo creativo. Le sue teorie, e quelle delle firme ospitate sulla rivista, hanno promosso il superamento dei concetti barocchi, classicisti e provinciali, lanciandosi in progetti dove l’architettura è immaginata come paradigma di libertà rischiosa, creativa, organica e non compromessa dai freni filologici derivati da modelli idolatrati e sedimentati nella storia.
L’editoriale del primo numero, intitolato eloquentemente “Colloquio aperto”, è il manifesto che indica puntualmente la linea editoriale, indicando che la rivista è stata creata con lo scopo di riflettere “l’intera gamma degli interessi architettonici: da quelli politici a quelli artistici, da quelli professionali a quelli storici, che saldi le esperienze contemporanee con la tradizione, che integri la coscienza dell’arte attuale con lo studio, condotto con moderna sensibilità, del passato”.
Il primo articolo è affidato a Carlo Giulio Argan che sceglie di scrivere un commento sull’edificio milanese della Olivetti. La sua riflessione sottolinea la natura estetica di un edificio che non è stato progettato come indicatore monumentale di stabilità e potenza economica, alla stregua di quello che accadeva in quegli anni ‘50, quando un’impresa decideva di mostrare la sua imponenza anche attraverso l’architettura del suo edificio rappresentativo. Il palazzo di Milano invece sembra seguire le idee illuminate di Adriano Olivetti che attraverso i suoi progettisti intendeva manifestare lo stile dell’azienda ispirando modernità, efficienza, esattezza, in armonia con il contesto urbano e sociale. Scrive Argan: “luogo di lavoro in una città che lavora, si inserisce nelle maglie del tessuto urbano con la stessa naturalezza con la quale una cellula nuova sostituisce una cellula vecchia”.
Il solco estetico è già tracciato con precisione da questo contributo iniziale e sopravviverà allo stesso Zevi che ci ha lasciato nel 2000. La prestigiosa testata chiuderà cinque anni più tardi con il numero 599: sarebbe piaciuto molto a Zevi sdoganatore dell’asimmetria, definita una invariante del linguaggio moderno che favorisce la libera espressione del linguaggio architettonico, sostituendosi alla simmetria cioè al simbolo dell’idolatria del potere.

CAMPO GRAFICO. Rivista di estetica e di tecnica grafica

Campo Grafico nasce dalla collaborazione tra il pittore e grafico Attilio Rossi e lo scrittore e operatore culturale Carlo Dardi. La motivazione non è tanto quella di presentare una nuova rivista che si aggiunga a quelle già esistenti, bensì di condurre attraverso le sue pagine una vera e propria battaglia estetica.
Gli obbiettivi si contrapponevano al recupero della simmetria neoclassica, scontrandosi con le posizioni favorevoli all’equilibrio grafico di radice umanistico-rinascimentale, sostenuti da Raffaello Bertieri, editore di Risorgimento Grafico e di D’Annunzio che usava tutta la sua raffinata retorica in favore della rivista.
Rossi e Darti decidono di intraprendere la loro impresa editoriale nel 1933, l’anno in cui si entusiasmarono di fronte ai modernissimi lavori tipografici realizzati dall’inventore del font Futura, Paul Renner, ed esposti nell’area della Triennale di Milano riservata alla selezione tedesca.
Forte di questa spinta creativa, la loro rivista diverrà un motore culturale dove le idee grafiche porteranno alla ribalta le ricerche artistiche coeve, determinando una linea editoriale che avrà come comune denominatore il continuo rinnovamento.
I 66 fascicoli saranno ripensati ad ogni uscita, risultando tutti diversi tra loro e soprattutto con contenuti polivalenti in cui avranno spazio contributi artistici d’avanguardia che giustificheranno il sottotitolo “Rivista di estetica e di teoria grafica”.
Una ferma pulizia formale coniuga testi ad immagini con intuizioni cromatiche, fotomontaggi, opere d’arte contemporanea in offet a sei colori, declinando il primo importante focolaio dell’arte grafica italiana che guarda e include esperienze molteplici dal Bauhaus a Picasso, da Mondrian a Kandinsky, dall’architettura alla musica.
Questo fermento del gusto moderno che attraverso Campo Grafico sfidava l’editoria convenzionale, realizzava le sue combinazioni innovative tra tipografia, fotografia e pittura, in forma completamente autoprodotta. Tra tutti i soggetti che vi hanno collaborato dedicandosi al progetto nelle ore del loro tempo libero, due personaggi geniali e poliedrici quali Bruno Munari e Guido Modiano.
La rivista che aveva una tiratura di 500 copie mensili, chiuderà nel 1939 a causa del trasferimento di Attilio Rossi in Argentina per via della recentissima promulgazione delle Leggi Razziali.

Cinema Nuovo

Il progetto di Cinema Nuovo fondato e diretto da Guido Aristarco nasce a Milano nel 1952 con la consulenza del triestino Tullio Kezich, una tra le più importanti firme della critica di settore che in seguito assumerà la carica di capo redattore. La pubblicazione originariamente quindicinale, e in seguito bimestrale, uscì in dicembre per le edizioni La Scuola di Arzigliano (BL), vantando corrispondenti da Roma, New York, Parigi ma anche da località più curiose come Praga e Città del Messico.
La linea editoriale impostata è messa in luce esplicitamente nel titolo e in un editoriale del direttore sul primo numero. Lì vengono indicati come numi tutelari Gramsci e Zavattini, che accettò anche di collaborare ad una rubrica fissa firmandosi "Dario" e raccontando progetti, incontri, idee che riguardavano sia il cinema che la società.
All’adesione ideologica gramsciana gli altri punti di riferimento privilegiati erano l’estetica di György Lukács e l’approccio filosofico di Benedetto Croce anche lui comparso nel numero inaugurale con una sua lettera a Luigi Chiarini in cui definiva le sue opinioni sul valore artistico del cinema. Questi ingredienti segnarono il sostegno a chi ricercava una via di uscita dallo spirito neorealista che nei primi anni Cinquanta soffriva una sorta di involuzione. Il canone privilegiato faceva riferimento al "realismo critico" teorizzato in letteratura da Lukács, auspicando quindi il passaggio “dalla cronaca alla storia”, cioè dal neorealismo al realismo. In questa prospettiva l’idea di cinema di Luchino Visconti appariva la soluzione più riuscita, mentre Michelangelo Antonioni sollevava alcune riserve come ancor di più certe pellicole dirette da Rossellini e da Fellini.
La rivista si avvalse della lettura critica di autori quali, tra gli altri, André Bazin, Sigfried Kracauer, Rudolf Arnheim, Georges Sadoul, Italo Calvino, Boris Pasternak, Carlo Bo, Jean-Paul Sartre, Franco Fortini, Salvatore Quasimodo… articolandosi fino al numero 133 (giugno 1958) in alcune rubriche: Infrarosso (sulle questioni politiche e culturali), Saggi e studi, Attualità e dibattiti, Il mestiere del critico (le recensioni ai film), Documenti (dialoghi o brani di sceneggiature, progetti di film, soggetti non realizzati, dichiarazioni di poetica), recensioni a libri di cinema e di altre discipline.
Dall’uscita seguente la rivista diventò bimensile con nuovi collaboratori, allargando la propria visione che negli Sessanta rivolse l'attenzione a registi quali Fellini e Robert Bresson, Alain Resnais e Ingmar Bergman, Antonioni e Pier Paolo Pasolini, Jean-Luc Godard, fermo restante Visconti, con il quale si continuò a intrattenere un dialogo in alcune circostanze critico. Smarrita la funzione in parte gramscianamente egemonica, la periodicità della testata, sempre diretta con passione da Guido Aristarco, divenne quadrimestrale fino alla sua chiusura avvenuta nell’anno della morte del suo fondatore (1996).

Omnibus. Settimanale di attualità politica e letteraria

Omnibus fu il primo giornale culturale stampato come rotocalco ed ebbe subito un notevole successo editoriale vendendo 42.000 copie del primo numero che costava 1 lira e aveva 16 pagine. L’apertura era di Carlo Scarfoglio su Léon Blum, con la foto che strappò una bestemmia a Mussolini. In seconda, un articolo di Lloyd George (Verso la guerra) era un efferato calcio negli stinchi al Regno Unito; in terza una grande fotografia di Mussolini sovrastava un lungo saggio sull’Islam di Mario Missiroli (anche se firmato Omnibus). In quarta e in quinta un racconto di Saroyan e il Diario del colonnello russo Kustoff sulla fuga del Negus.
Recensioni di Arrigo Benedetti, Bonaventura Tecchi e Mario Praz riempivano la quinta pagina all’insegna del «Sofà delle muse», che diventerà poi una collana diretta da Leo Longanesi per Rizzoli; e subito dopo Corrado Alvaro, dalla Russia, in una corrispondenza combatteva il mito di Stalin. Greta Garbo e Marlene Dietrich, in foto ammiccanti, fissavano il lettore dalla pagina otto, tra un articolo siglato A.D. (Antonietta Drago, ch’era poi la biondissima Nené Centonze). Arricchiva le due pagine successive la vita di Cavallotti narrata dall’estroso Savinio. Il ventaglio di Mariù (che da lì a un anno firmerà Irene Brin), con sicurezza di gusto commentava la moda, non già per spiegarla ma per imporla. Franco Civinini s’occupava (ironicamente) di sci. Mario Soldati pubblicava la prima puntata dell’appassionante romanzo "La verità sul caso Motta". Una rubrica finanziaria, Mercurio, spiegava l’andamento dei prezzi per grano e cotone. E la fine fleur occhieggiava nelle ultime due pagine: "Il sorcio del violino" di Renato Barilli raccontava la musica, accanto a un Savinio, lunare e inventivo, appeso sopra i palcoscenici di prosa dai suoi "Palchetti romani". Nell’ultima pagina, quel talentaccio di Maccari graffiava gli scapoli (c’era la tassa sul celibato) con esilaranti vignette, più mosse e più popolari di quelle che andava pubblicando sul «Selvaggio».
Nella rivista scriveranno, tra gli altri, Riccardo Bacchelli, Arrigo Benedetti, Dino Buzzati, Emilio Cecchi, Paolo Monelli, Indro Montanelli, Alberto Moravia, Mario Pannunzio, Mario Soldati e Primo Zeglio. La redazione romana di via del Sudario 28 pullulava di giovani dalle belle speranze, quasi tutti coetanei del trentaduenne Leo, che ingaggiò anche il “piccolo Gogol’ di Catania”, Vitaliano Brancati: gli commisisonò un romanzo sui seduttori e sulle corna nella sua città. E fu il "Don Giovanni in Sicilia".
Seppur investito direttamente da Mussolini che lo incaricò di dirigere la testata, Longanesi, con l’arma della satira e grazie all’utilizzo massiccio di bellissime fotografie riuscì, dal di dentro, a mettere in luce i lati più oscuri del regime, aggirando quella censura che diventava sempre più intollerante. Coraggiosamente aprì il primo numero con una grande fotografia a quattro colonne di Léon Blum, presidente del Consiglio francese, facendo tirare una bestemmia al Duce che sopportò due anni e novantanove numeri prima di far chiudere quella testata poco allineata nel debbraio del 1939.

IL '45. Rivista mensile d'arte e poesia (edizione italiana)

l panorama culturale del secondo dopoguerra milanese è stato animato da molteplici iniziative editoriali che, per quanto riguarda le pubblicazioni periodiche, hanno raccolto redazioni composte da personaggi di ragguardevole rilievo, desiderosi di esprimere nella nuova libertà democratica, idee, teorie, poetiche che per molti anni non hanno potuto avere lo spazio di discussione e confronto meritato.
Nel caso di “Il 45”, che oltre all’edizione italiana ne stampava una in francese e una in inglese, il respiro superava il confinamento autarchico per farsi internazionale. Purtroppo l’animata vitalità che nutriva il progetto ha dovuto fare i conti con la fragilità economica dell’Editrice che ha preso il nome dal pittore-partigiano Ciri Agostoni, caduto ventiduenne in circostanze rocambolesche durante la preparazione di un’azione gappista.
Così la durata della rivista, solo tre numeri, è inversamente proporzionale al livello della sua redazione, dove Stefano Terra guidava personaggi quali Cassinari, De Micheli, Gatto, Guttuso, Morlotti, Treccani, Vittorini, e del suo direttore Raffaele De Grada. Scrittore, critico d’arte, militante politico, già nel trentotto De Grada si era schierato tra gli intellettuali riuniti da Ernesto Treccani intorno alla rivista Corrente, sostenendo l’estetica palesemente antiregime che gli costò il carcere a più riprese. Questo parterre de roi  ha favorito i contatti con fuoriclasse della pittura e della poesia, invitati a contributi occasionali. Qualche nome: Henry Matisse, George Bracque, Fernand Leger,..tra i pittori; Paul Elouard, Jacques Prevert, Eugenio Montale,…tra i poeti. Una serie di splendide tavole a colori firmate dai pittori che figurano nella redazione, o da artisti quali Modigliani, Fernand Leger, Ciri Agostoni, completano il quadro di questa rivista dalla traiettoria luminosa quanto effimera. 

Il tesoretto. Almanacco delle lettere

Per chi cercasse “una specie di vangelo degli ermetici”, tra cui Quasimodo, Cardarelli, Ungaretti, Montale, Saba, Sinisgalli, Gatto, De Libero…. l’almanacco letterario Il Tesoretto è il periodico ideale.
Fondato a Milano sul finire degli anni Trenta dalla piccola casa editrice Primi Piani, ideata con entusiasmo da Arturo Tofanelli, era curato da Beniamino Dal Fabbro, Giansiro Ferrata, Leonardo Sinisgalli e dallo stesso Tofanelli.
Il Tesoretto raccoglieva brani inediti di narratori, poeti, prosatori contemporanei e, visto il successo non proprio timido per quella linea poco commerciale, era inimmaginabile quello che successe nel 1940 all’editrice Primi Piani. Lo racconta nelle sue "Memorie imperfette" Tofanelli: “quando mi trovai seduto davanti ad Arnoldo Mondadori e dietro sua richiesta gli mostrai i miei piani editoriali, mi aspettavo una sorridente e rapida liquidazione del discorso”. Invece Mondadori incorporò Primi Piani e nei due anni seguenti lo ripropose con il nuovo titolo: “Il Tesoretto-Almanacco dello Specchio”. Tofanetti entrò nella redazione di Tempo, dirigendo con Alberto Mondadori la collana di poesia ‘Lo Specchio’.