Biblioteca Valvassori Peroni

NOVITÀ SCAFFALE FOTOGRAFIA

I volumi sono disponibili a scaffale in Biblioteca Valvassori Peroni

Diane Arbus

photos and texts by Diane Arbus
edited and designed by Doon Arbus and Marvin Israel

New York : Aperture Monograph, 2011

 
X-123859   VAL 779 E/Eng  AIRB


“Ci sono cose che nessuno vedrebbe se io non le fotografassi”: questo è lo spirito che muove lo sguardo ostinato e curioso di Diane Arbus. Prostitute, emarginati e freaks sono la carne viva con cui la grande fotografa di New York nutre il suo vorace talento, perennemente in bilico fra repulsione e familiarità, fra morboso voyeurismo e desiderio di conoscenza. Nata e cresciuta in un'agiata famiglia di commercianti, se ne distaccherà ben presto, ansiosa di arrampicarsi quanto più in basso possibile nel ventre oscuro di una New York grottesca e sterminata, gonfia di bizzarri personaggi, di indifferenza e disperazione. Fotografare il proibito per restituirlo, nella cruda verità di un primo piano, agli occhi della mente: questo il canone che Diane Arbus elegge a principio assoluto del proprio lavoro, alla ricerca di un varco che lasci intravedere, al di sotto della maschera, il volto autentico della realtà. Richard Avedon, Walker Evans e Robert Frank i suoi mentori, protagonisti di quella beat generation che, nascosta nei fumosi appartamenti del Greenwich Village, saprà imporre genio e sregolatezza alla cultura e all'arte americana degli anni Sessanta.

 

 

 

Gabriele Basilico

Free Zone 2006
testi di Amos Gitai, Andrea Lissoni e Gabriele Basilico

Milano : Humboldt books, 2018


 T2440125   VAL 779 BASI

 

Nel 1993 il grande regista israeliano Amos Gitai vede a Parigi la mostra su Beirut di Gabriele Basilico. Ne resta colpito e lo contatta per un lavoro sul padre, architetto in Israele negli anni Trenta.  Passa un decennio e Gitai ricontatta Basilico per un lavoro su Free Zone, l'area di libero scambio tra Giordania e Israele. Basilico va in Israele con molto poco tempo a disposizione. Gli pare "...un pezzo di Europa instabile, che naviga in un territorio molto diverso, dove ho visto convivere il terziario avanzato, le nuove architetture, la tensione, l'internazionalità e la dimensione politica come rumore di fondo". Ma la vera meta è la Free Zone, passando per Amman, fotografata dall'alto e nelle periferie. È un'area che vive sul commercio, soprattutto di automobili.” Scrive Basilico: "...intorno, il deserto. Dentro una città di acciaio e di lamiere in espansione". Forse Blade Runner,  sicuramente un nodo nella rete della globalizzazione.
Alcune di queste foto sono apparse su "Domus", ma la maggior parte sono inedite.
Con questo libro Humboldt Books inaugura la pubblicazione di un Basilico "a colori". Testi di Amos Gitai, Andrea Lissoni e Gabriele Basilico.
Gabriele Basilico è considerato uno dei maestri della fotografia contemporanea. Dopo la laurea in architettura nel 1973, si dedica con continuità alla fotografia. Le trasformazioni del paesaggio contemporaneo, la forma e l'identità delle città e delle metropoli, sono stati i suoi ambiti di ricerca privilegiati. Milano ritratti di fabbriche (1978-80), è stato il suo primo lavoro ad avere come soggetto la periferia industriale. Nel 1991 ha preso parte alla missione su Beirut. Basilico è stato insignito di numerosi premi e le sue opere fanno parte di prestigiose collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali. Nell'arco della sua carriera ha pubblicato oltre sessanta libri personali. Di Gabriele Basilico Humboldt Books ha pubblicato Glasgow 1969, Iran 1970, Marocco 1971.

 

 

Gianni Berengo Gardin: Roma

a cura di Giuliano Sergio
Milano : Electa Photo, 2019

 

T2439188 VAL 779 BERE



Il volume, pubblicato in occasione della mostra al Casale di Santa Maria Nova, sull'Appia Antica, dal 29 settembre 2019 al 12 gennaio 2020, raccoglie l'omaggio che il grande reporter italiano ha voluto fare alla Capitale, uno straordinario e coinvolgente viaggio alle radici della Roma contemporanea. Gianni Berengo Gardin ha ritratto, dalla seconda metà degli anni Cinquanta ad oggi, tutta la società romana, dal sottoproletariato all'aristocrazia, dai borghesi agli operai: la potenza del suo sguardo ha colto attitudini e gesti, sintetizzando lo spirito della città. Il volume, ricco di inediti, è curato da Giuliano Sergio ed è arricchito dai testi di Michele Smargiassi e Simona Turco. A questi si aggiunge un'intervista al fotografo, che rivela il suo legame antico con la Capitale: dal 1940 al 1947 Berengo Gardin visse a Roma gli anni dell'infanzia e della prima adolescenza, dove misurò i valori morali e civili declamati dal regime con i gesti quotidiani di una comunità che restò unita nel momento del tracollo. Un racconto senza immagini dove la memoria del fotografo ci riporta ad una stagione drammatica che ha fondato la Roma contemporanea. Dietro la città fotografata dall'autore si nasconde la lezione morale della Roma dell'infanzia.


 

Mario Carrieri : amata luce
a cura di Giovanni Chiaramonte

Firenze : Edizioni della Meridiana ;

Milano : Fondazione Stelline, 2004

T2439183 VAL 779 CARR

 

Descrivere un percorso poetico decisamente eclettico, come quello di Carrieri, in sole ottanta immagini, può sembrare una scommessa impossibile: si tratta di un artista poco conosciuto al pubblico, che si ritrova così ad osservare una galleria d’immagini poste le une accanto alle altre senza alcun filo conduttore, se non quello della luce. Certo si percepisce immediatamente lo stile del fotografo e soprattutto la sua costante ricerca sulla luce, ma gli oggetti della sua indagine sono così svariati e numerosi che presto si finisce per perdersi in quel bianco ed in quel nero lancinanti che caratterizzano tutta la sua opera, senza trovare un senso, una via per destreggiarsi tra i mille soggetti trattati.  Amata luce è il titolo azzeccato di questa retrospettiva che effettivamente svela al di là di della molteplicità dei temi affrontati, una luce sempre forte, accecante, che sembra negare a priori tutte le sfumature possibili; un bianco totale che lascia il posto solamente alla possibilità di un nero insondabile.  Quanto ai soggetti, invece, ce n’è per ogni gusto. Le immagini della Milano degli anni Cinquanta sono senz’ombra di dubbio le più interessanti: lo sguardo del fotografo, seppur attento al foto-giornalismo nascente di Milano, svela una forte poetica personale. Subito accanto si incontrano però immagini di nature morte, di sculture antiche, di sculture moderne, di nudo, di design, di architettura…tutte connotate dalle opposte polarità del bianco e del nero, e da poco altro. A fatica qui si riesce ad evincere lo sguardo personale del fotografo, ed è un peccato.

 

 

Mario Cresci
Segni migranti
Roma : Postcart, 2019


T2438532 VAL 779 CRES


 


Nato a Chiavari nel 1942, vive e lavora a Bergamo. Fin dagli anni Settanta è autore di opere eclettiche caratterizzate da una libertà di ricerca che attraversa il disegno, la fotografia, il video, l’installazione, il site-specific. È tra i primi autori in Italia ad applicare la cultura del progetto, coniugandola a una sperimentazione con i linguaggi visivi. Nel 2004 realizza la sua prima antologica, Le case della fotografia. 1966-2004, alla GAM (Torino), mentre nel 2017 riassume i suoi cinquant’anni di attività artistica nella mostra La fotografia del No. 1964-2016 alla GAMeC (Bergamo). Dal 2010 al 2012 realizza il progetto Forse Fotografia: Attraverso l’arte; Attraverso la traccia; Attraverso l’umano, con una mostra itinerante nei musei di Bologna, Roma, Matera, e pubblica per i tipi di Allemandi Edizioni il catalogo omonimo, un volume ricco di testi critici e immagini sul suo lavoro. Partecipa alla Biennale di Venezia nel ’71, ’79 e ’93 (in Muri di carta. Fotografia e paesaggio dopo le avanguardie). Dal ’74 alcune sue fotografie fanno parte della collezione del MoMA (New York, USA). Molti lavori sono raccolti in diverse collezioni d’arte e fotografia contemporanea di note collezioni museali permanenti. Insegna all’Università ISIA.


“Il titolo Segni migranti può indicare nella sua estensione semantica un binomio accettabile: è la traccia grafica del segno-disegno che convive con la realtà storica della condizione umana, ma anche con quella del migrante contemporaneo. Perché “lasciare il segno” indica la potenza di un’azione e di un’idea convincente e forte. In questo senso il libro contenitore di storie in forma di segni e significati si presenta come un archivio di immagini personali e collettive che sono la cartina di tornasole, di un lavoro simile a uno specchio in cui rimbalzano le ricerche di senso che seguono i tempi e le esperienze vissute nei singoli contesti sociali, dentro la comunità e dentro alle cose. Tutto questo mi ha consentito tra l’altro di capire e di conoscere una realtà che al suo inizio mi era estranea e sconosciuta come l’area del Mezzogiorno italiano in cui mi trovai per la prima volta alla fine degli anni Sessanta. Le immagini di questo mio archivio si sono accumulate una sull’altra in un deposito di senso rivolto alla comunità in una continua comunicazione iconografica affidata soprattutto a una vasta produzione di manifesti e a progetti di grafica coordinata, studio di marchi e loghi per piccole e medie imprese artigianali, nuove riviste di settore e libri di fotografia. Questo è il materiale che abbiamo rivisitato per aree tematiche, similitudini o analogie di varia natura, evitando un sistema di mera classificazione temporale e non solo, in quanto pagina dopo pagina siamo arrivati agli inediti per il 2020. Questo libro è il risultato della progettualità condivisa di un gruppo di lavoro che ha affrontato con me il compito di studiare un complesso mosaico iconografico mai analizzato prima. L’idea di unire i linguaggi dell’arte e la condivisione con altri del proprio lavoro mi sembra una buona occasione per comunicare attraverso le pagine di un libro pure in quest’epoca di immaterialità e di trasmissibilità delle immagini. Abbiamo così pensato alla carta stampata come a un supporto visuale che permanga e che sia di agevole consultazione come lo sono da sempre i libri, contenitori della creatività e della conoscenza.”  Mario Cresci

 

 

Bruce Davidson
Subway
Göttingen : Steidl, 2011


T2439902 VAL 779 E/Eng DAVI

 

Nel 1980 Bruce Davidson ha iniziato a fotografare il sistema della metropolitana di New York, avventurandosi regolarmente in questo mondo sotterraneo, inebriante e talvolta pericoloso. All’inizio Davidson aveva fotografato in bianco e nero, ma presto realizzò che il colore fosse necessario per descrivere l’intensità di questo paesaggio coperto da graffiti. Originariamente pubblicata nel 1986, questa edizione aggiornata di Subway è stampata da nuove scansioni di Davidson e presenta immagini aggiuntive.
“Tornate nella metropolitana e guardate oltre i graffiti, sollevate la testa e guardatevi intorno”, scoprite come Bruce ha rivelato la bellezza della popolazione della metropolitana, l’enorme quantità di colori sotto e sopra, le varietà dei piaceri da vedere nella metropolitana. L’insistenza del rumore nelle nostre orecchie e dei graffiti ai nostri occhi non finisce il catalogo degli effetti che la metropolitana ha sui nostri sensi. Bruce Davidson ha riaperto e riscritto quel catalogo con questa magnifica serie di fotografie. La luce, il colore, l’umanità, l’affetto e la speranza possono essere aggiunti alle nostre impressioni sul sistema della metropolitana di New York”.


 

 

 

Pietro Donzelli
a cura di Giovanna Calvenzi e Renate Siebenhaar-Zeller
Roma : Contrasto, 2006


T2438544   VAL 779  

 

Netta, equilibrata, elegante è la composizione delle foto che Pietro Donzelli scattò dal dopoguerra agli anni Sessanta. Terra senz’ombra, Paesaggi Senesi, sulle rive del Po, Napoli, Calabria sono alcuni titoli di serie che raccontano quasi vent’anni di storia nazionale. Anni di trasformazioni non sempre facili, in cui sulle macerie del conflitto si consumò la fase decisiva di quel passaggio – ipotizzato più che progettato – del devastato “giardino d’Europa” da paese agricolo a paese industriale e consumista. Donzelli aprì l’occhio e il diaframma su molteplici Italie, dall’umida e malinconica pianura del padre Eridano alle dolci campagne e ai colli sereni della Val d’Orcia, fino al Sud. Questo libro ricostruisce la vita e l’opera di un grande autore.

 

 

 

 

Walker Evans

edited by Clément Chéroux
Munich : Delmonico, Prestel, 2017


T2439905 VAL 779 E/Eng EVAN


 

Walker Evans (3 novembre 1903 – 10 aprile 1975) è stato un fotografo e foto-giornalista americano, conosciuto prevalentemente per il suo lavoro per la Farm Security Administration (FSA) al fine di documentare gli effetti della Grande Depressione nelle campagne degli States.
Gran parte del suo lavoro del periodo FSA è in grande formato, fotocamera 8×10 pollici.
Evans affermò che il suo scopo come fotografo era quello di scattare “fotografie colte, autorevoli trascendenti”. Molti dei suoi lavori fanno parte delle collezioni permanenti di musei e sono state il soggetto di retrospettive organizzate da istituzioni quali il Metropolitan Museum of Art o la George Eastman House.

 

 

Robert Frank
Gli Americani
fotografie di Robert Frank
introduzione di Jack Kerouac

Roma : Contrasto, 2008


T2437673 VAL 779 FRAN


 


È il 1955 quando il giovane Robert Frank ottiene una borsa di studio dalla Fondazione Guggenheim (Frank è stato il primo fotografo europeo a riceverla) per realizzare un lavoro fotografico che racconti l’America. L’autore percorrerà così tutto il paese, e tra il 1955 e il 1956 toccherà ben 48 stati diversi. Le strade infinite, i volti delle persone, le piazze delle città, i bar e i negozi, i marciapiedi, i particolari più insignificanti vengono immortalati da Robert Frank che rivoluziona il linguaggio tradizionale del reportage realizzando ritratti sfuocati, mossi, fotografie dai tagli apparentemente casuali ma che in realtà, con cruda consapevolezza, traducono lo spirito dell’America dell’epoca.
Una ballata per immagini dedicata alla strada americana e alla sua nuova e sconsolata epopea; un reportage che, come pochi altri, ha veramente segnato un’epoca diventando per generazioni di fotografi il riferimento principale da cui partire per fotografare, per viaggiare, per conoscere con lo sguardo.
Il libro, che significativamente venne pubblicato per la prima volta in Francia e non in America, lo consacrerà definitivamente come maestro della storia della fotografia.

Negli anni Sessanta Robert Frank ha abbandonato la fotografia per dedicarsi al cinema. Nel 1994 ha donato gran parte del suo materiale artistico alla National Gallery of Art di Washington che ha poi creato la Robert Frank Collection. Personaggio di culto, è considerato tra i più importanti esponenti della storia della fotografia.

 

 

Luigi Ghirri : the map and the territory
edited by James Lingwood
organiser Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía
collaborators Museum Folkwang, Jeu de Paume
London : Mack, 2018 

 

T2437674 VAL 779 GHIR

 


Atteso catalogo retrospettivo all’opera di Luigi Ghirri: Quasi 400 pagine contengono le serie più o meno celebri del nostro autore relativamente al periodo degli anni ’70.


Negli anni '70 e '80, Luigi Ghirri ha continuato il suo progetto straordinario, aperto e mutevole, intriso di empatia per gli spazi quotidiani. Durante la sua breve carriera, Ghirri produrrà un vasto corpus di fotografie senza pari nell'Europa del suo tempo e molti scritti che avranno un impatto indelebile sulla storia della fotografia. Questo voluminoso libro, compilato dal famoso curatore britannico James Lingwood, accompagna una mostra itinerante in tre importanti musei in tutta Europa e si concentra sul primo decennio del lavoro di Ghirri, definito dalla sua mostra del 1979 a Parma:  Vera Fotografia, che è stata raggruppata in quattordici diverse sequenze narrative, ognuna rappresentata in questo volume: Fotografie del periodo iniziale (1970), Kodachrome (1970-78), Colazione sull'erba (1972-74), Catalogo (1970-79), Km 0,250 (1973), Diaframma 11, 1/125, luce naturale (1970-79), Atlante, (1973), Italia ai lati (1971-79), Il paese del balocchi (1972-79), Vedute (1970-79 ), Infinito (1974), In Scala (1976-79), Still Life (1975-79). Il progetto si concentra sul silenzioso e avvincente progetto di Ghirri di creare un nuovo tipo di geografia, incastonato nel suo fascino per le rappresentazioni del mondo, sotto forma di riproduzioni, immagini, poster, modelli e mappe.

 

 

Kodachrome
Luigi Ghirri
introduzione di Piero Berengo Gardin

London : Mack, 2012

T2438530   VAL 779 GHIR

 

 

Kodachrome è il primo libro di fotografie pubblicato da Luigi Ghirri,  fotografo italiano nato a Scandiano (Reggio Emilia) il 5 gennaio 1943 e morto a Roncocesi (RE) il 14 febbraio 1992 a soli 49 anni.
La prima edizione di Kodachrome, era stata auto-prodotta nel 1978, e pubblicata dalla casa editrice Punto e Virgola, che proprio Ghirri aveva ideato e messo in piedi a Modena.  La copertina è un foglio di carta bianca a quadretti da quaderno, e riporta al centro un’immagine (un omino stilizzato che fotografa con una vecchia macchina fotografica a treppiede) e la scritta Kodachrome – Luigi Ghirri.  L’immagine usata sulla copertina era stata disegnata da Paola, la moglie di Ghirri, nel 1977.  Dopo la prima stampa, Kodachrome non è più stato ristampato, motivo per cui la prima edizione, andata esaurita, è praticamente introvabile, se non a cifre molto alte nel mercato dell’usato.  
Nel 2012, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Ghirri, l’editore inglese Mack Books ha deciso di pubblicare una riedizione del libro. Questa ristampa è in pratica una copia dell’originale, adotta lo stesso layout, gli stessi testi, e le fotografie della prima edizione. Riprende sia la copertina, che il testo introduttivo di Piero Berengo Gardin e la prefazione di Luigi Ghirri.
Include inoltre un fascicolo esterno con un piccolo saggio di Francesco Zanot (critico e storico specializzato in fotografia), che offre una prospettiva contemporanea sull’impatto storico di Kodachrome. Per la stampa di questa seconda edizione sono state scansionate le pellicole originali di Ghirri. Kodachrome raccoglie il lavoro fotografico di Ghirri dal 1970 a 1978, per un totale di 92 fotografie a colori.
Ghirri presenta l’ambiente tramite immagini “croppate”, fotografie di fotografie: fotografa gli italiani pur senza includerli nelle sue foto, racconta il paesaggio attraverso le sue pubblicità, cartoline, piante in vaso, muri, finestre. Riprende paesaggi metafisici, sospesi nello spazio e nel tempo, fotografa frammenti di luoghi conosciuti ma trasfigurati dalle sue composizioni. Gli scatti di Ghirri incarnano la poetica dello stupore per le cose semplici, normali, ordinarie e a volte pure banali e ordinarie. Per quanto riguarda il nome del libro, Kodachrome, ecco cosa scrive Piero Berengo Gardin nell’introduzione: “Kodachrome è il nome di un materiale sensibile a gradazione variabile capace di fornire, per trasparenza riproduzioni fotografiche a colori”. In pagina sono riprodotte circa un centinaio di queste possibili fotografie, ottenute con un materiale il cui marchio di fabbrica indica, per antonomasia, uno strumento di lavoro con il quale si può comunicare a milioni di persone. Kodachrome non è dunque un messaggio di mercato, ma un messaggio in codice. Il codice della comunicazione e rappresentazione della realtà modificata dalla sua stessa rappresentazione. Per capire questo codice è necessario l’uso di un linguaggio la cui analisi permetta di ricondurre all’autore ogni considerazione possibile, estetica o pratica, sul significato del suo lavoro. Ed ecco cosa dice Ghirri nel suo libro Lezioni di Fotografia: “Kodachrome è il marchio di una pellicola famosissima, la prima a colori che sia stata brevettata. Ho voluto quindi sottolineare l’oggetto di lavoro. Ma si trattava, soprattutto, di un’analisi delle immagini di fruizione pubblica, visibili lungo la strada, dentro i negozi, sui cartelloni pubblicitari. Negli anni le avevo come scomposte, sicuramente alludendo al meccanismo del fotomontaggio, ma con una precisa attenzione nei confronti di un problema particolare, di una relazione specifica: quella dell’immagine che diventa realtà, della realtà che diventa immagine, per cui l’immagine all’interno della realtà diventava fotomontaggio della realtà stessa”. Questo libro è un “must have” per chi ama Ghirri.

 

Fonte: https://www.riccardoperini.it/luigi-ghirri-kodachrome/

 

 

Luigi Ghirri
Fin dove può arrivare l'infinito?
testi di Giorgio Messori, Arturo Carlo Quintavalle

Milano : Skira, 2012

T2438572    VAL 779 FIN

 

Questo tributo riunisce fotografie e parole di autori noti, di giovani e qualche volta solo di amici, uniti a Luigi e Paola Ghirri da un rapporto personale, oppure mediato dalle rispettive opere, per il ventennale della scomparsa di Luigi Ghirri, avvenuta il 14 febbraio 1992. Il progetto si è definito dopo l’improvvisa scomparsa di Paola Ghirri avvenuta l’8 novembre 2011, con una ampia condivisione nelle scelte della sua realizzazione e raccoglie immagini di quasi 40 fotografi e altrettanti brevi testi di scrittori, musicisti, intellettuali, amici che commentano una foto di Luigi Ghirri da loro scelta. Include un testo di Giorgio Messori scritto nel 1992 per il catalogo Luigi Ghirri: “Vista con camera” riproposto in apertura, e un saggio di Arturo Carlo Quintavalle.

 

 

 

Mario Giacomelli
Io non ho mani che mi accarezzino il volto

a cura di Davide Faccioli
Milano : Photology, 2008

T2439838   VAL 779 GIAC

Mario Giacomelli (1925-2000) entra in contatto con l'ambiente del Seminario Vescovile di Senigallia motivato dalla sua intima ricerca e dalla poesia di David Turoldo ''Io non ho mani che mi accarezzino il volto''.
Dopo il primo anno di ambientazione e di contatto coi seminaristi, servitogli per elaborare idee e pensieri e per abituare questi giovani pretini alla ripresa fotografica, in una giornata di neve, Giacomelli sente che era arrivato il momento dello scatto che avrebbe finalmente dato forma ed immagine alle sue idee e al suo pensiero interiore. Il nero delle tonache e la deformazione della lunga posa, uniti alla particolare angolazione della ripresa, colloca i pretini in uno spazio irreale, senza limiti e riferimenti, come fragili palloncini sospesi. Le fotografie dei pretini in circolo lo porteranno alla notorietà del grande pubblico internazionale. Nelle altre fotografie della serie, sceglie come fondale il pergolato o il muro senza intonaco della casa colonica vicina e porta fra loro il gatto, il pallone, la bicicletta per mettere a fuoco la loro età giovanile e riprenderli nei momenti liberatori del gioco, di intimità terrena, di gaia spensieratezza come quando di nascosto si accendono una sigaretta o ''fanno gli spiritosi per le ragazze della colonia'', come annotava Giacomelli.
Giacomelli ferma il tempo del seminario ed evoca in queste immagini la dimensione della memoria. ''Non ho mai pianto se non a Lourdes per una ragazzina epilettica, ma quando guardo i seminaristi, le sale d'aspetto mi ricordo il padre che guarda il figlio e piange e ho pianto anch'io, sarà perché mi ricorda mia sorella all'orfanotrofio. Ci sono tante cose della mia infanzia che contano molto più di prima, quando non riuscivo ad afferrarle e a capirle pienamente'' da Enzo Carli, ''Giacomelli. La forma dentro''.

 

 

Lewis Hine from the collections of George Eastman House, International Museum of Photography and Film
New York : d.a.p. 2014

T2439856   VAL 779 E/Eng HINE    

Una bella ed esaustiva monografia che illustra l’opera del foto-documentarista Lewis Hine attraverso le sue più celebri serie di lavori:
Ellis Island, Tenements, Child Labor, Chicago and New York, Pittsburgh, Europe, Black America, Empire State Building e New Deal.

Lewis W. Hine nacque a Oshkosh, nello stato del Wisconsin, nel 1874. Dopo la morte del padre in un incidente, iniziò a lavorare e a risparmiare per potersi permettere di frequentare il college. Hine studiò sociologia presso la University of Chicago, la Columbia University e la New York University. Divenne poi insegnante a New York presso la Ethical Culture School, dove incoraggiò i suoi studenti ad utilizzare la macchina fotografica come mezzo di sviluppo culturale: le sue classi hanno la fortuna di viaggiare fotografando le centinaia di immigrati che approdavano ogni giorno ad Ellis Island. Tra il 1904 e il 1909, Hine scattò oltre 200 foto, e sviluppò una vera vocazione per il fotogiornalismo
Nel 1907, divenne il fotografo della National Child Labor Committee (NCLC). Nei dieci anni successivi, Hine documentò il lavoro minorile nelle fabbriche americane per supportare l'impegno della NCLC nell' abolizione di questa pratica. Tra il 1906 e il 1908, fu fotografo freelance per The Survey, una rivista di promozione di riforme sociali, scattando immagini che dimostrassero la crudeltà delle condizioni di lavoratori bambini.
https://www.reflex-mania.com/lewis-hine/

 

Nel 1908, Hine fotografò operai e attività nella zona industriale siderurgica di Pittsburg per un importante studio sociologico intitolatoThe Pittsburgh Survey. Durante la prima guerra mondiale, documentò l'opera di assistenza e soccorso della Croce Rossa in Europa. Negli anni venti e nei primi anni Trenta, Hine produsse una serie di ritratti di operai in cui veniva enfatizzato il contributo umano alla società industriale. Nel 1930, gli fu commissionata la documentazione della costruzione dell'Empire State Building. Hine fotografò gli operai in precarie condizioni di lavoro e privi di strumenti di sicurezza. Per ottenere i migliori punti panoramici da cui scattare, Hine si posizionò in una struttura appositamente progettata circa 300 metri al di sopra della Fifth Avenue.


Durante la Grande Depressione lavorò nuovamente per la Croce Rossa, fotografando l'opera di soccorso nel Sud degli Stati Uniti colpiti dalla siccità, e per il Tennessy Valley Authority (TVA), documentando la vita nelle montagne del Tennessee orientale.

 

La Biblioteca del Congresso conserva più di cinquemila fotografie di Hine, inclusi molti esempi dei suoi ritratti sul lavoro minorile e sulle attività assistenziali della Croce Rossa.

 

 

Sergio Larrain
Una casa en la arena
Pablo Neruda ; fotografias Sergio Larrain

Barcelona : Lumen, 1984

T2438553    VAL 898 E/Spa NERU

Il libro combina la poesia di Pablo Neruda (Premio Nobel per la letteratura 1971) con le immagini del fotografo Sergio Larrain.
Sergio Larrain nasce nel 1931 a Santiago del Cile.
Membro dell'agenzia Magnum dal 1961, per potervi entrare dovette sottoporsi ad una specie di noviziato che lo portò a fare viaggi per reportage molto forti e talvolta rischiosi. Si ritrovò in Sicilia, dove ebbe il compito di fotografare il boss latitante Giuseppe Russo, fu inviato al matrimonio dello Shah di Persia e documentò la cattura dei combattenti nella guerra dell'Algeria, pubblicate poi dal New York Times e da Life.
Nel 1966 collabora con Pablo Neruda per la pubblicazione di "UnaCasa en la Arena", considerato il suo manifesto estetico.
Attraverso il suo racconto del mondo capiamo molto della sua personalità: sensibile, spirituale, melanconica, per lui la fotografia non è un dovere, ma piuttosto uno stato di grazia, in cui l'uomo che ama la vita riesce a fermarne le tracce. La fotografia è  specchio della sua personalità ed espressione del suo desiderio di una società migliore. Larrain fotografa con spontaneità, improvvisazione dello sguardo, mosso dal proprio bisogno di condivisione: non per il proprio compiacimento.
Diventa presto punto di riferimento per tutta la fotografia cilena. Nel 1978 abbandona la fotografia e si ritira a vita privata, iniziando un percorso di introspezione mistica, lontano dal mondo e dalla società. In questa nuova dimensione insegna yoga e disegno, scrive libri e poesie fino alla sua morte, avvenuta nel 2012.
Oggi le sue opere fanno parte di collezioni prestigiose in numerosi musei tra i quali il  MOMA di New York.
Larrain è stato uno dei più controversi e significativi fotografi del XX secolo, maestro delle mezze luci, delle impressioni sfocate e delle angolazioni instabili.

 

Sergio Larrain
El rectángulo en la mano
fotografía de Sergio Larrain ; testo: Agnès Sire

Paris : Xavier Barral, 2018

T2439820    VAL 779 E/Spa LARR


"Pubblicato nel 1963, questo libro è il primo in assoluto di Sergio Larrain:  presto diventerà un'opera fondamentale per la fotografia cilena e latinoamericana. Pubblicato nella collana Cadernos Brasileiros, in collaborazione con il poeta e addetto culturale dell'ambasciata brasiliana Thiago de Mello , mostra attraverso 44 pagine, la sua visione della fotografia.
Per la prima volta Sergio Larrain ha considerato il suo lavoro da un punto di vista teorico. "Quando volto lo sguardo verso l'esterno, con la macchina fotografica in mano, in realtà cerco dentro di me le immagini; posso materializzare quel mondo di fantasmi solo quando vedo qualcosa che risuona dentro di me. La realtà visibile, la radice dello sforzo fotografico, è anche uno dei vertici di interazione rettangolare: rettangolo in mano (la telecamera), cerco la geometria”.
Per Larrain la Fotografia è “il soggetto, reso geometricamente". Questa definizione, costruita come un sillogismo, è già un cenno all' haiku, esprime già lo spirito propulsore che sarebbe riapparso nei suoi scritti filosofici.
Ripubblicata in facsimile conforme all'originale, questa versione di El rectángulo en la mano è un omaggio al libro emblematico del fotografo cileno; La copertina rigida ospita un piccolo libretto con il saggio di Agnès Sire.

 

Le Corbusier
LC foto : Le Corbusier secret photographer
a cura di Tim Benton

Baden : Lars Müller, 2013

T2439852    VAL 779 E/Eng LECO


In Le Corbusier: Secret Photographer Tim Benton riflette sull'uso della fotografia da parte del famoso architetto, a partire dai tentativi del giovane Charles-Edouard Jeanneret di scattare fotografie professionali durante i suoi viaggi in Europa centrale, Balcani, Turchia, Grecia e Italia. Mentre Le Corbusier ha sempre affermato di non vedere alcuna virtù nello scattare fotografie, in realtà ha acquistato tre fotocamere e ha scattato diverse centinaia di fotografie tra il 1907 e il 1917, molte delle quali di qualità pubblicabile. Nel 1936 acquistò una cinepresa da 16 mm e con essa scattò 120 sequenze di film e quasi 6.000 fotografie. Questo materiale inedito è la base per la pubblicazione. Rivela Le Corbusier come un manipolatore sensibile e brillante di un'ampia gamma di stili fotografici. Le Corbusier: Secret Photographer fornisce intuizioni radicalmente nuove sull'immaginazione visiva di Le Corbusier, sui suoi atteggiamenti mutevoli nei confronti della natura e dei materiali negli anni '30 e sulla sua sfiducia nei confronti del progresso.

 

Vivian Maier
Vivian Maier a colori
a cura di Colin Westerbeck ; premessa di Joel Meyerowitz

Roma : Contrasto, 2019

T2439175    VAL 779 MAIE

Il fascino della figura di Vivian Maier continua a suscitare grande interesse nonostante molti dettagli della sua vita rimangano ancora misteriosi. La sua vicenda: la riservata tata di Chicago il cui lavoro fu rinvenuto all'interno di scatole lasciate in due depositi e messe all'asta per il mancato pagamento dell'affitto, è stata ricostruita solo attraverso le migliaia d'immagini da lei realizzate e dai pochi elementi che si conoscono della sua vita. “Vivian Maier a colori” presenta ora la più grande raccolta di fotografie esclusivamente a colori realizzata dall'enigmatica autrice. Con una prefazione di Joel Meyerowitz e un'introduzione di Colin Westerbeck, il libro contribuisce a far luce sulla natura delle immagini a colori di Vivian Maier, esaminandole all'interno del più ampio contesto della sua produzione e comparandole con quelle di altri street photographers a lei affini per sensibilità, come Eugène Atget e Lee Friedlander. Con oltre 150 fotografie a colori, la maggior parte delle quali mai pubblicate finora, il volume ci aiuta a comprendere meglio l'opera e la storia di Vivian Maier.

 

Nino Migliori
La materia dei sogni
a cura di Alessandra Mauro e Denis Curti

Roma : Contrasto, 2012

T2438539   VAL 779 MIGL

Questo volume raccoglie in una sorta di esteso e fantastico catalogo impossibile, il frutto di tanti anni di lavoro fotografico di Nino Migliori: dalle immagini, degli anni Cinquanta, di un realismo quasi magico alle celebri ossidazioni, ai Muri, alle sperimentazioni con la polaroid, alle installazioni con cui ancora oggi l'autore continua a sorprenderci. La sorpresa è infatti il sentimento che coglie chiunque decida di avvicinarsi al suo lavoro: per la sua produzione, per la diversità dei progetti realizzati, per gli scarti continui di linguaggio che ha saputo imprimere alle sue ricerche. Ma la vera sorpresa risiede nell'assoluta coerenza che in tanti anni ha sempre saputo mantenere, dalle sperimentazioni alle immagini figurative, alle installazioni più ardite e nuove, tutto il suo lavoro si fonda su un unico, solo linguaggio da esplorare: la fotografia, essenziale materia prima per creare i suoi sogni visivi. Fotografare, ha affermato, significa scegliere e trasformare. Nei suoi lavori la materia si trasforma sempre in qualcosa d'altro: in un brandello di memoria per i posteri, in un interrogativo per i contemporanei. In una strada nuova da percorrere. Come le tante che Migliori ha percorso, e continua ancora a percorrere, nella sua ricerca. Il volume è accompagnato da un'introduzione di Alessandra Mauro e Denis Curti e da un'intervista di Michele Smargiassi all'autore.

 

Sarah Moon : now and then
House of Photography, Deichtorhallen Hamburg, November 27, 2015 - February 21, 2016  Ingo Taubhorn, Brigitte Woischnik

Heidelberg : Kehrer, 2016

T2439899   VAL 779 E/Eng SARA  

La fotografa conosciuta con il nome di artista Sarah Moon (nata nel 1941) è cresciuta in Inghilterra e in Francia. Dopo aver lavorato come modella a Parigi per alcuni anni, ha iniziato a fotografare nel 1968. I suoi primi scatti per la campagna di Cacharel sono stati seguiti da innumerevoli lavori commerciali per Dior, Chanel, Comme des Garcons e Christian Lacroix. Inoltre, Moon ha fotografato editoriali di moda per riviste e girato cortometraggi e documentari, nonché il lungometraggio Mississippi One. È stata la prima donna in assoluto a girare per il celebre calendario Pirelli. I lavori recenti includono fotografie e un cortometraggio per Dior homme.
Guardando i bianchi e neri spesso sfocati di Moon o le sue fotografie a colori pallidi, spesso scattate su pellicola Polaroid, si viene richiamati in un regno di sogni, miti e paure. Allo stesso tempo, le sue opere alludono a ideali celesti, paesaggi sconosciuti e città incantate. I suoi ritratti di ragazze e donne, specialmente nelle sue immagini di moda, sembrano dare uno sguardo all'atemporalità.
Le opere di Sarah Moon sono state esposte in musei e gallerie di tutto il mondo, tra cui il Center of Photography, New York, la Maison Européene de la Photographie, Parigi, il Kyoto Museum of Contemporary Art e il Royal College of Art, Londra.
Il libro è stato pubblicato in occasione della mostra retrospettiva più completa nella Casa della Fotografia del Deichtorhallen di Amburgo, in Germania. Ha una copertina in cartone goffrato con dorso in lino, un’ immagine separata è avvolta sulla copertina.

 

Laszlo Moholy-Nagy
compositions lumineuses: 1922 - 1943 : photogrammes des collections du Musée National d'Art Moderne, Centre de création industrielle, Centre Georges Pompidou, Paris

Paris : Éditions du Centre Pompidou, 1995

T2439805  VAL 779 E/Fre  MOHO

Questo lavoro offre un vasto panorama dei fotogrammi prodotti da Moholy-Nagy tra il 1922 e il 1943. È introdotto da un'analisi del ruolo che giocano all'interno dell'estetica dell'artista, nonché da una serie di riflessioni storiche e tecniche che li riguardano .
Si conclude con un'antologia di testi scritti da Moholy-Nagy in cui espone la propria concezione del fotogramma come mezzo per dipingere con la luce, interrogandosi sul destino della fotografia. Ogni opera presentata a piena pagina include un avviso alla fine del libro.
Sono pochissimi coloro a cui il nome di László Moholy-Nagy non dice molto, ma pochi ancora immaginano l’ambiente in cui il grande artista si formò, gli artisti che frequentò, gli esperimenti e le tecniche artistiche che attraversò dentro la cultura del suo paese di origine, l’Ungheria.
«Tanto versatile e variopinto è stato l’ambito della sua attività che potremmo definirlo “leonardiano”. Riusciva a tenere in equilibrio questa eccezionale varietà di interessi con la forza dell’immaginazione», scriveva di lui Walter Gropius che, impressionato da quella geniale versatilità rinascimentale, lo chiamò a insegnare al Bauhaus.
Abbandonò l’idea di diventare uno scrittore come l’amato Dostoevskij e decise di affrontare definitivamente le arti visive, fu uno dei fondatori del movimento e della rivista MA, morto giovanissimo. Immerso nella cultura internazionale dell’Ungheria di quei primi due decenni del Novecento, la sua figurazione si costruisce sempre di più dentro una geometrizzazione dell’universo che arriva a frammentarlo e poi, con la scelta della fotografia, del collage fotografico e dei fotogrammi, a ricomporlo dove l’oggetto e la figura umana si ricostruiscono come astrazione di pura luce.
«Il fotogramma incarna l’assoluta particolarità del processo fotografico poiché consente la presa diretta dei processi luminosi indipendentemente dalla macchina fotografica. È l’arma più intrisa di spiritualità nella lotta per una nuova visione». In queste parole di Moholy-Nagy, c’è chiaramente la meditazione intorno a Lo spirituale nell’arte di Kandinsky, a quel retrocedere dal dato di natura, a quel «principio della necessità interiore» che deve aprire al nuovo vedere, anzi al nuovo sentire, e che l’artista ungherese cerca e riesce a ricondurre dentro una linearità abbagliante in cui il bianco e il nero diventano l’auspicata «sinfonia pittorica» kandiskyana.

 

Martin Parr
The last resort
introduced by Gerry Badger  

Stockport : Dewi Lewis, 2009

T2439202    VAL 779 PARR

Una nuova edizione di un classico moderno della fotografia. Martin Parr è il principale fotografo contemporaneo d'Europa e The Last Resort è il libro che si ritiene abbia lanciato la sua carriera. Preso al culmine degli anni Thatcher, raffigura il "grande mare britannico" in tutta la sua sgargiante gloria. Descritta da alcuni come crudele e voyeuristica e da altri come una stupefacente satira sullo stato della Gran Bretagna, le prime edizioni sono ora molto ricercate dai collezionisti di tutto il mondo. Include un nuovo saggio di Gerry Badger, fotografo, architetto, curatore e critico.
Martin Parr ha studiato fotografia al Politecnico di Manchester, dal 1970 al 1973. Da allora ha lavorato a numerosi progetti fotografici. Si è guadagnato una reputazione internazionale per le sue immagini innovative, il suo approccio obliquo al documentario sociale contribuendo a portare la cultura fotografica del Regno Unito e all'estero. Nel 1994 è diventato membro a pieno titolo della Magnum Photographic Corporation. Negli ultimi anni ha sviluppato un interesse per il cinema e ha iniziato a utilizzare la sua fotografia all'interno di ambiti commerciali come la moda e la pubblicità. Nel 2002 la Barbican Art Gallery e il National Media Museum hanno avviato una grande retrospettiva del lavoro di Martin Parr.  E’ stato poi nominato professore di fotografia nel 2004 presso il campus dell'Università del Galles di Newport, e Direttore Artistico Ospite per Rencontres D'Arles. Nel 2006 Martin Parr ha ricevuto il Premio Erich Salomon, mentre nel 2008 è stato curatore del New York Photo Festival, realizzando la mostra New Typologies. A PhotoEspana, 2008, ha vinto il premio Baume et Mercie.

 

Paolo Pellegrin
Confini di umanita
a cura di Annalisa D'Angelo
 
Roma : Contrasto, 2019
 
T2439179   VAL 779 PELL

“Il mio ruolo - ha scritto Pellegrin - è quello di creare dei documenti per la nostra memoria collettiva”. Il fotografo, infatti, nella sua ormai consolidata carriera si è dedicato al racconto di guerre, dei migranti, della tragedia umana che quest’epoca vive; ma lo ha fatto ponendo sempre l’attenzione sull’uomo, sul dettaglio, su ciò che non siamo abituati a osservare. Le emozioni, le storie, la dimensione più intima dell’individuo sono i protagonisti delle immagini di Pellegrin. Quei pochi elementi mostrati dalle fotografie si fanno simbolo della condizione umana; i particolari diventano la parte che rappresenta il tutto, e costringono chi guarda a ricercare e ricostruire il dramma storico dei nostri tempi. Gli uomini, con la loro cultura, il loro passato e il loro futuro - spesso lontano e diverso - convivono sullo stesso pianeta non sempre pacificamente. Questo viaggio tra le fotografie di Pellegrin ci racconta una umanità divisa e spezzata. Il volume si arricchisce dei testi di Giulia Cogoli, Marco Aime e Marco Belpoliti: le loro parole riflettono sul ruolo della fotografia di Pellegrin e provano a raccontare quel bianco e nero struggente che ritrae la quotidianità di un pianeta dolorante e sconfitto dalle guerre.

 

Anders Petersen
Cafè Lehmitz
Text von Roger Anderson

München : Schirmer/Mosel, 2013

T2439172   E/Ger 779 PETE

Introduzione di Christian Caujolle:
Nel 1978, la pubblicazione del Café Lehmitz rivela in modo spettacolare il nome di un giovane fotografo di documentazione svedese: Anders Petersen. Il libro, diventato un titolo di culto, registra con tenerezza e precisione la vita quotidiana di un bar di Amburgo dove si ritrovano disoccupati, prostitute, marinai e emarginati. Per due anni Petersen fotografa dall'interno frammenti di vita, la sua e quella degli abituali avventori, evitando ogni voyerismo. Da qui nasce il senso di vicinanza, di immediatezza, di familiarità che ci coglie quando vediamo queste immagini.
Il Café Lehmitz, una birreria alla Reeperbahn, era un punto d'incontro per molti che lavoravano nel quartiere a luci rosse di Amburgo: prostitute, magnaccia, travestiti, lavoratori e piccoli criminali. Anders Petersen aveva 18 anni quando visitò per la prima volta Amburgo nel 1962, incontrò per caso il Café Lehmitz e stabilì amici che hanno avuto un impatto sulla sua vita. Nel 1968 è tornato a Lehmitz, ha trovato nuovi clienti abituali, ha rinnovato i contatti e ha iniziato a scattare foto. Le sue fotografie, che abbiamo pubblicato per la prima volta in forma di libro nel 1978, sono diventate dei classici del loro genere. Tom Waits ha utilizzato la nostra immagine di copertina per il suo album Rain dogs. La loro franchezza e autenticità continuano a commuovere lo spettatore. La solidarietà evidente in essi impedisce il voyeurismo o la falsa pietà che sorgono nei confronti di un ambiente generalmente definito asociale. L'altro mondo del Café Lehmitz, che non esiste più in questa forma, diventa visibile come una comunità vivace con una propria immagine di sé e dignità.

 

Man Ray: la costruzione dei sensi
a cura di Daniela Palazzoli

Milano : Fabbri, 1995

T2439842    VAL 709.2 RAY

Volume pubblicato in occasione della mostra di Torino alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, dal 5 ottobre 1995 al 7 gennaio 1996. Testi di Arturo Schwarz e Janus. Con elenco delle opere esposte e bibliografia. Illustrazioni in nero e a colori.

 

 

 

 Man Ray
Perpetual motif : the art of Man Ray
Merry Foresta ... et al.
Washington : National museum of American art-Smithsonian institution

New York : Abbeville press, 1988 (printed in Italy)

T2439901    VAL 709.2 E/Eng RAY  

Si tratta di un volume sostanziale, ben studiato e ben scritto. È grande e ben illustrato e copre tutte le diverse aree dell'attività artistica di Man Ray. E 'anche attento circa i suoi molti amici e collaboratori.
Man Ray  (Emmanuel Radnitzky all’anagrafe) nacque a New York nell’agosto del 1890 da una famiglia di origini ebraiche. Da sempre mostrò una spiccatissima sensibilità rivolta al mondo dell’arte che abbracciò in una vasta molteplicità di forme: scultura, pittura, cinematografia, grafica, ed infine fotografia, trampolino di lancio della sua carriera e scoperta fortuita.  Abbandonati gli studi decise di vivere della sua arte e per la sua arte; quasi per gioco acquistò una macchina fotografica allo scopo di immortalare le sue opere.
Presto i suoi scatti e le sue produzioni artistiche lo portarono all’attenzione di collezionisti e colleghi famosi tra i quali spicca l’artista Marcel Duchamps, esponente di punta del Dadaismo e poi del Surrealismo.
Assieme a Duchamps e ad un amico collezionista, Man Ray fondò, nel 1915, la “Society of Indipendent Artists”, un’associazione dedita all’esposizione di opere d’arte d’avanguardia che ebbe negli anni a venire buon successo.
Quasi costretto dalla sua vocazione decise di trasferirsi a Parigi: la cultura americana infatti si dimostrava troppo impermeabile alle creazioni satiriche e provocatorie del tempo, specie se paragonata alla fervente “Città delle Luci”.
Grazie alle sue ricche conoscenze qui poté iniziare a guadagnarsi da vivere scattando ritratti tra i quali vanno annoverati quelli di molti famosi colleghi: James Joyce, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Salvator Dalì, André Breton.
Rapidamente iniziò a costruirsi la fama di artista poliedrico con la quale oggi è noto.
Un altro aspetto che la fa da padrone nei nudi come nella maggior parte dei suoi scatti è l’uso delle luci. I contrasti spesso accecanti e la scala di grigi così limitata non sono tanto un limite dello strumento dell’epoca quanto una scelta stilistica che sta a capo ad una ricerca perseguita dall’artista/fotografo sul potenziale della luce. Particolarmente interessato alla capacità di questa nel distorcere la semplicità delle forme la sua fotografia si dedicò ad un percorso di sperimentazione artistica. Il culmine di questa ricerca sarà l’invenzione di un vero e proprio stile personale: la surreale “Rayografia”.
La Rayografia fu scoperta casualmente durante le sue sperimentazioni di laboratorio nel 1921: Ray fece scivolare un foglio di carta sensibile, ancora inutilizzato, all’interno della soluzione acquosa di sviluppo.
La luce era in grado di lasciare una forma distorta di tutto ciò che toccava la pellicola ancora impressionabile: l’effetto finale è un’immagine dai contrasti fortissimi, dalle forme distorte e dall’aspetto spettrale.
Oltre alle Rayografie Ray si dedicò anche a sperimentare altre tecniche di manipolazione fotografica. Famosissime sono le due “f” aggiunte a pennello sulla schiena nuda della modella Kiki de Montparnasse (sua amante) nell’opera “Violon d’Ingres”.
Un altro tema ricorrente è l’uso dell’insolita tecnica della “Solarizzazione”, una pratica di sviluppo dei negativi i quali, drasticamente sovraesposti, vanno incontro ad un processo di inversione tonale che dona alla fotografia un aspetto unico e sbalzato.

 

Ferdinando Scianna : viaggio, racconto, memoria
Denis Curti, Paola Bergna, Alberto Bianda

Venezia : Marsilio, 2018

T2438524   VAL 779 SCIA  

Una grande mostra retrospettiva dedicata a Ferdinando Scianna (1943) uno tra i più grandi maestri della fotografia, che dagli anni sessanta, racconta per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine, la Sicilia. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche - la guerra, il viaggio, la religiosità popolare - tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose - esordio della sua carriera - all'esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi il paesaggio, i bambini, la grande avventura con l'agenzia foto-giornalistica Magnum e infine i ritratti dei suoi amici, grandi maestri del mondo dell'arte e della cultura come Sciascia, Marquez, Montalban, Borges, solo per citarne alcuni. «Come fotografo mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell'azzardo degli incontri con il mondo». Catalogo della mostra.

 

Paul Strand
La France de profil
photographs by Paul Strand
commentary by Claude Roy

New York : Aperture, c2001

T2439199   VAL 779 STRA

Uno dei più grandi classici della fotografia:
In questa prima riedizione in inglese de La France de Profil, pubblicato originariamente in sola lingua francese nel 1952, le fotografie di Paul Strand, combinate con i commenti del celebre poeta francese Claude Roy, catturano l’essenza della vita rurale nella Francia del dopoguerra. Come i famosi libri di Strand, Time in New England e Un Paese, La France de Profil è una profonda meditazione sul posto: i ritratti di Strand di grandi e piccini evocano un senso di storia e carattere. Immagini di vicoli stretti, vecchie tabaccherie, caffetterie e campi aperti trasmettono le trame e i ritmi della campagna francese “ Le sue fotografie sono integrate dai collage di Roy, realizzati da giornali di piccole città e dalle sue riflessioni scritte a mano sulla mentalità e sui costumi francesi.
La France de Profil non è solo un omaggio a uno stile di vita che esiste ancora nella campagna francese, ma un monumento al potere evocativo di immagini e testi abilmente sintetizzati.

 

Franco Vaccari
Esposizioni in tempo reale

Bologna : Damiani, 2007

 X-123878    VAL 779 VACC   

Questa è la prima monografia completa sulla vita e l'opera di uno dei più importanti artisti e critici contemporanei italiani, Franco Vaccari. Le mostre in tempo reale coprono la sua produzione artistica, dalla fotografia al video alla sua scrittura critica ed è accompagnata da un testo scritto da una serie di importanti curatori e critici. Il libro, pubblicato a corredo di una grande mostra allo Spazio Oberdan di Milano, documenta l'evoluzione artistica di Vaccari, dai suoi esordi come poeta visivo al percorso concettuale intrapreso dalla fine degli anni '60 e realizzato in una serie di sperimentazioni basate sul utilizzo di diversi media, fotografie e video. Questo volume racchiude in tempo reale tutta la documentazione sulle Mostre Vaccari: 35 performance prodotte in 30 anni. Franco Vaccari è nato a Modena nel 1936 ed è uno dei maggiori artisti viventi in Italia. La sua ricerca sperimentale, condotta in oltre 30 anni di fotografia, cinema e video, è stata accompagnata da un'intensa attività teorica, e ha pubblicato tra gli altri Duchamp el occultamento del lavoro (1978) e Fotografia e inconscio tecnologico (1979), che è tuttora un contributo fondamentale al dibattito sulla fotografia. Il suo lavoro è stato esposto in diversi musei internazionali e ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1972, 1980, 1993 e 1995.

 

Donne fotografe : un viaggio nella storia della fotografia attraverso lo sguardo ricco, affascinante e diverso, delle donne fotografe
Introduzioni e biografie di Clara Bouveresse

Roma : Contrasto, 2021
3 volumi in cofanetto : ill. ; 19 cm

VAL 770.92 DONN X-190987

 

Donne fotografe si presenta in un cofanetto composto da 3 volumi che riuniscono le “colleghe del cuore” di Sarah Moon.
Si parte dalle Pioniere (1851-1936), intraprendenti e coraggiose sperimentatrici come Julia Margaret Cameron, Claude Cahun, Imogen Cunningham o Tina Modotti, donne che si impossessano dalla fotografia fin dalla sua creazione, aprendo studi e laboratori fotografici, inventando, viaggiando.
Si continua con le Rivoluzionarie (1937-1970), che con nuova energia hanno documentato guerre, scontri politici e importanti questioni sociali, come Margaret Bourke-White, Lee Miller, Gerda Taro, Diane Arbus, Eve Arnold o Vivian Maier. Sono donne che rivendicano un approccio soggettivo e personale, prendono posizione e partecipano a diverse battaglie con la loro fotografia, estremamente impegnata.
Si arriva infine alle Visionarie (1970-2010), che hanno combinato la fotografia con video, installazioni e altri media mettendo anche in discussione il concetto di creazione di immagini, come Cindy Sherman, Sophie Calle, Francesca Woodman o Shirin Neshat. Il mondo della fotografia rompe inoltre i confini occidentali, e vengono così valorizzate molte fotografe di altri continenti.

 

 

Letizia Battaglia
Fotografie come scelta di vita
a cura di Francesca Alfano Mighetti

Venezia : Marsilio, 2019

 X-122534    VAL 770.92 LETI

Il volume nasce in occasione della mostra Letizia Battaglia, Fotografia come scelta di vita, (Venezia, Casa dei Tre Oci), un volume antologico che raccoglie ben 300 scatti, molti dei quali inediti, provenienti dall'archivio storico della grande fotografa, con l'intento di raccontare un'artista, una donna e una vita. Letizia Battaglia è riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell'immaginario collettivo, ma soprattutto per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia.

Nel catalogo oltre al saggio introduttivo della curatrice Francesca Alfano Miglietti, sono presenti interventi di noti personaggi quali il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, Filippo La Mantia, e il fotografo Paolo Ventura. Un saggio di Maria Chiara Di Trapani racconta inoltre la vita nell'archivio della fotografa. Si presenta una Letizia Battaglia inedita, fotografa di mafia ma anche della bellezza: dagli omicidi di piazza a Milano negli anni settanta agli animali, le coppie, i baci; l'inconsapevole eleganza delle bambine del quartiere Cala a Palermo; le processioni religiose, lo scempio delle coste siciliane, i volti di Giovanni Falcone, Pier Paolo Pasolini e di tante donne nelle quali la fotografa si rispecchia. Nel volume si documentano inoltre l'impegno politico, l'attività editoriale, quella teatrale e cinematografica e la recente istituzione del Centro internazionale di fotografia a Palermo.

 

Matteo Di Giovanni
I wish the world was even
photographs and texts: Matteo Di Giovanni

Lugano : Artphilein, 2019

T2439163   VAL 779 E/Eng  DIGI

“Naturalmente, ci sono rappresentazioni accidentali in cui i nostri traumi collettivi si svolgono all'interno del paesaggio di immagini che comprendiamo collettivamente. Annuiamo e arranchiamo lungo i loro bordi grezzi alla ricerca di un'opportunità per proteggerci dal loro ritorno o dalla loro duplicazione. Siamo d'accordo che le recinzioni di filo spinato di Auschwitz, i fatiscenti pannelli di muro di cemento a Berlino o le ombre di Hiroshima, con la loro insistenza a farsi vedere, metteranno fine alla loro replica all'interno del più ampio teatro della tragedia umana. E che dire delle storie così personali e piccole all'interno del tessuto visivo collettivo? Continuano inosservati a dividersi e riprodursi come cellule tragiche di qualche vasto e terribile progetto genomico? Oppure ci mobilitiamo contro la loro esistenza perseguendo un'opposizione in cui la partecipazione attiva alla loro creazione diventa il catalizzatore nato dal quale cerchiamo di limitare la loro influenza. Combattiamo e lavoriamo con queste piccole storie personali alla ricerca di un modo in cui un'immagine, e in particolare un'immagine fotografica, possa essere prodotta e consumata nel tentativo di dislocare il significato di un trauma che associamo ad esse.”
Dal sito di MICAMERA.

 

Jacques Henri Lartigue
L'invenzione della felicità
a cura di Denis Curti, Marion Perceval, Charles-Antoine Revol

Venezia : Marsilio, 2020

T2438529   VAL 779 LART

Il successo e il riconoscimento dell'opera di Lartigue (Courbevoie, 13 giugno 1894 – Nizza, 12 settembre 1986) sono arrivati molto tardi, quando l'artista aveva quasi 70 anni. Era il 1963, e il Museum of Modern Art di New York ospitò una mostra con le immagini che il fotografo aveva scattato all'inizio della sua carriera, nei primi anni del Novecento, davanti alle quali non si poteva non riconoscere l'evidente vicinanza con l'opera del grande Henri Cartier-Bresson. «Mon universe c'est un immense parc», scriveva nel suo diario: nel periodo tra le due guerre, Lartigue ha raccontato la vita della borghesia, votata al lusso e alla felicità a tutti i costi. Il suo sguardo sofisticato, rivoluzionario ha catturato le vacanze lungo la costa del sud della Francia, le auto eleganti e il loro spirito decadente. Dettagli apparentemente ordinari, che nascondono invece attimi privati che Lartigue svela al pubblico attraverso la sua macchina fotografica. Il volume include un saggio introduttivo di Denis Curti, una personale testimonianza del fotografo Ferdinando Scianna e un testo di Marion Perceval che analizza la storia della scoperta dell'enfant prodige. Brevi testi introduttivi accompagnano le sezioni che presentano un racconto cronologico attraverso magnifici scatti, alcuni dei quali inediti.

 

Giulio Di Sturco
Ganga Ma
images Giulio Di Sturco ; text Vandana Shiva    

London : GOST, 2019

T2439828    VAL  E/Eng 779 DIST

“Se Ganga vive, vive anche l’India. Se Ganga muore, muore anche l’India.” Vandana Shiva, scrittrice e ambientalista indiana (estratto dal saggio che accompagna la monografia)“
In contrasto con l’assalto sensoriale tipico della miriade di immagini esotizzanti utilizzate per ‘vendere’ l’India – mercati brulicanti di persone con il loro caleidoscopio di colori, folle accalcate sulle rive del fiume – Di Sturco offre una prospettiva fondata su un’atmosfera pacata, in cui le emozioni vengono contenute. I paesaggi sono aridi, desolati, insolitamente spopolati, una sensazione accresciuta dall’uso di composizioni di sorprendente semplicità e di colori desaturati. Di tanto in tanto, alcuni manufatti umani compaiono a costellare armonie tonali altrimenti delicate: un sari rosso mosso dal vento, una rete da pesca color blu acceso, un sandalo di plastica sul suolo polveroso.” Eimear Martin, curatrice (estratto dal saggio che accompagna la monografia)
Il Gange, il grande fiume del subcontinente indiano che scorre verso oriente, è un esempio significativo delle contraddizioni irrisolte tra uomo e ambiente, poiché è intimamente connesso a ogni aspetto, sia fisico che spirituale, della vita indiana. Rappresenta la fonte di sostentamento per milioni di persone che vivono lungo le sue sponde e fornisce cibo a oltre un terzo della popolazione. Il suo ecosistema comprende una vasta eterogeneità di specie animali e vegetali, oggi in costante pericolo a causa dei rifiuti tossici smaltiti quotidianamente nelle sue acque.  Gli effetti devastanti dell’inquinamento, dell’industrializzazione e dei cambiamenti climatici sono stati documentati dal fotografo Giulio Di Sturco in una ricerca fotografica durata un decennio in cui ha seguito il fiume per oltre 2.500 miglia, dalla sua sorgente nel ghiacciaio del Gangotri, sull’Himalaya, fino alla foce nel Golfo del Bengala, in Bangladesh. Nonostante l’oggetto principale di questa ricerca sia un’entità inanimata, il fiume Gange, l’artista lo ha considerato come un essere umano per poi fotografarlo come se stesse documentando la vita di una persona. È stato quindi significativo quando nel 2017 l’Alta Corte di Giustizia dello stato indiano dell’Uttarakhand ha riconosciuto lo status di entità umana al Gange e al suo principale affluente, lo Yamuna. Le fotografie raccolte in Ganga Ma sembrano sospese tra la banalità della vita quotidiana indiana e una condizione quasi surreale. Paesaggi onirici in cui le tonalità di rosa e marrone si intrecciano senza soluzione di continuità, mentre architetture e persone si impongono più o meno timidamente nelle scene. Le immagini a prima vista appaiono piacevoli e poetiche per rivelare solo in seguito la loro vera natura.

 

Jean Gaumy.
D'après nature
Suivi de Histoire des hommes-creux et de la Rose-amère, Traité d'alpinisme analogique de René Daumal

Paris : Xavier Barral, 2010

T2439811   VAL 779 GAUM

Attraverso queste foto, tratte da viaggi in solitaria nelle montagne occitane piemontesi, Jean Gaumy ci regala il suo paesaggio con lo slogan: "Fotografa solo quando brucia. Non muoverti, rifiuta finché non c'è nessuna prova, nessuna necessità." Si tratta di quaranta fotografie in bianco e nero, entrambe estremamente grafiche, a volte al limite dell'astrazione, anche estremamente intime.

 

Guido Guidi
Lunario, 1968-1999

London : Mack Books, 2019

T2439863  VAL 779 GUID

Lunario è il titolo del recente volume di Guido Guidi, pubblicato da Mack. Un’opera sobria, misurata, perfettamente in linea con gli altri libri di Guido Guidi. Qui ci troviamo di fronte a una raccolta di fotografie, realizzate nell’arco di trent’anni, tra il 1968 e il 1999, che direttamente o indirettamente rimandano al tema della Luna. Nel volume c’è una conversazione con Antonello Frongia, il cui nome è legato da anni a quello del fotografo. A Milano il volume è stato, tuttavia, presentato, insieme a Guidi da Nicoletta Leonardi, all’interno della galleria Viasaterna, che lo rappresenta, con la collaborazione della libreria Micamera.    
Guidi estrapola il tema da qualsiasi tentazione di banalità per inserirlo, preciso, all’interno del suo cammino: “È vero che per i fotografi la Luna può essere un soggetto pericoloso. Ma io sono nato in campagna e ho avuto tempo per guardare la Luna nelle notti invernali, tornando dall’oratorio. Fa parte della mia memoria adolescenziale, così come la guerra e altre cose. Allora non c’era molto da guardare: gli asini nel campo, gli alberi, la Luna appunto. Andavo alle scuole medie e cominciavo a studiare, ricordo che parlavo ai miei amici sbalorditi della Terra, della Luna e di Einstein”.   
Attraverso un tema iconografico, Guidi ci accompagna nella sua fotografia, attraverso un cammino trasversale. “Credo che venga anche da qui la mia vicinanza a una certa fotografia americana, quella di Robert Adams, dello stesso Baltz e di altri. Anche per il loro tipo di stampa, che ho sempre visto vicino al sidereo, al siderale – un mondo lunare, come se fosse visto da una sonda spaziale”.

 

Jitka Hanzlová
Madrid : Fundación MAPFRE, 2012

T2439193   VAL 779 E/Spa HANZ    

Le fotografie di Jitka Hanzlová, intimamente legate alle atmosfere del ritratto rinascimentale, si caratterizzano per il raffinato taglio compositivo, l’uso calibrato della luce naturale e l’atmosfera magica e sfumata, senza tempo, che li avvolge. Gli sguardi, in particolare, che siano diretti allo spettatore o rivolti verso un orizzonte lontano, conferiscono ai volti un’aria poetica e misteriosa.

 

 

 

Alan Huck
I walk toward the sun which is always going down

London : Mack, 2019

T2439835  VAL 779 E/Eng HUCK

Nel libro di immagini-testo di Alan Huck, cammino verso il sole che sta sempre tramontando, un narratore senza nome vaga per una città nel sud-ovest americano: le sue osservazioni e incontri diventano catalizzatori per la riflessione su una vasta gamma di argomenti. Spostandosi tra fotografie delle periferie della città e un monologo interiore scritto in prosa frammentaria in prima persona, questo saggio ibrido attinge alle opere ambulanti di scrittori come WG Sebald e Annie Dillard, entrambi incorporati nella stessa  rete  letteraria e culturale con  riferimenti intrecciati in tutto il libro.  In parte “metafiction” sul processo di lavoro di un fotografo e in parte esplorazione interdisciplinare della propria relazione con un luogo particolare, l'autore utilizza l'indeterminatezza essenziale sia della fotografia che del linguaggio scritto per creare un esercizio di attenzione che si muove senza soluzione di continuità tra i due mezzi.

 

Helge Skodvin
240 landscapes

Stochkolm : Journal, 2015

T2439169  VAL 779 E/Eng  SKOD   

 Tra il 1974 e il 1993 sono state prodotte Volvo 240 per un totale di 2.850.000, assicurandosi il posto di autovettura più scelta nei paesi nordici e divenendo così un simbolo per queste aree.
In quegli anni, possedere una Volvo 240 era sinonimo di sicurezza, di luogo comune. Squadrata, ma familiare era un’auto solida e affidabile, che poneva la funzionalità prima della forma, senza lasciare spazio a fronzoli. Era La macchina, ambasciatrice del concetto socialdemocratico scandinavo.
In seguito a questi anni splendenti e con l’avvento del liberalismo e del postmodernismo la Volvo 240 cadde come vittima dei tempi nuovi. Tutti iniziavano a cercare l’unicità e la “macchina comune” non era più contemplata. Nonostante questo processo di modernizzazione, al 2012 erano ancora registrate 17.000 Volvo 240 come circolanti per le strade del Nord Europa.


Helge Skovin ha fotografato queste auto così come e dove le ha trovate. Parcheggiate di fronte ad una casa, in una strada privata, in un parcheggio, all’interno di un garage, posta sul lato di una via, nell’area di un cortile… In situazioni che si possono definire come gli habitat naturali di un’automobile.
In questa serie di fotografie è rappresentato il modo di vivere, il desiderio di ritrarre nella maniera più neutrale possibile il paesaggio del quotidiano, inserendovi sempre un soggetto d’eccezione.

 

Mark Steinmetz
Summer Camp

Nazraeli, 2019

T2439197   VAL 779 E/Eng  STEI

La più recente monografia sul lavoro del fotografo Mark Steinmetz è una raccolta di fotografie che catturano lo spirito della giovinezza durante i viaggi trascorsi in un campo estivo.
"Due progetti su cui mi sono concentrato sono stati il baseball della piccola lega: " The Players "pubblicato da Nazraeli Press nel 2015, e i campi estivi. Ogni anno, dalla primavera all'estate, l'una tirava l'altra e certe cose non cambiavano mai. . . Non c'è molta differenza tra loro nel 1990 o nel 1965. Anche a me piace quel periodo di età. C'è una sorta di grave maturità che si sviluppa intorno agli 11 anni. Quando un bambino ride o piange, non ha una vera risonanza, mentre se qualcuno ha queste emozioni tra gli otto e i 12 anni, c'è un'intensità. Quando diventano adulti, semplicemente non è la stessa cosa. Molte di queste foto parlano della difficile situazione di essere un bambino messo in una determinata situazione. In una foto, queste ragazze che sono state così orribili l'una con l'altra per tutta l'estate ora si separano e la profondità del loro amore sgorga. È quasi straziante ... " Mark Steinmetz, per Huck Magazine.

 

Emilio Scanavino : genesi delle forme = the origin of shapes
Cristina Casero, Elisabetta Longari

Arezzo : Magonza, 2019 30 p., 33 carte di tav. : ill. ; 28 cm

VAL 770.92 SCAN X-191204

 

Nelle sue fotografie, infatti, Scanavino immortala brani di realtà: corde, innesti, insetti, muri, nodi, pietre, tutti elementi che qui diventano forme primarie, archetipi, il cui senso va oltre il loro significato letterale. Come evidenzia una delle due curatrici della mostra tenutasi a Parma nel 2019, Elisabetta Longari, “la fotografia aiuta Scanavino a leggere con evidenza il carattere particolare della materia, ne capta la qualità, la struttura segreta”… “La fotografia in questo quadro si rivela un ottimo strumento d’indagine, l’obiettivo è un occhio ravvicinato cui non sfugge nulla, o comunque che sa cogliere ciò che l'occhio umano non afferra”. L'artista, dunque, assegna alla fotografia un ruolo fondamentale nel processo di genesi delle forme del suo immaginario, non fondato soltanto sulla sua invenzione, sulla sua immaginazione, ma capace di trarre forza anche da quella ricognizione sulla realtà che egli compie anche attraverso il mezzo fotografico.
Il catalogo della mostra, presenta la produzione fotografica dell'autore, sinora poco conosciuta.I saggi delle due curatrici approfondiscono diversi aspetti: Cristina Casero si concentra più propriamente sull’analisi del linguaggio fotografico e sulle relazioni dell’artista con il clima culturale e il contesto espositivo a lui contemporaneo; Elisabetta Longari cerca, basandosi principalmentesui libri, come anche sui carteggi presenti nell’archivio del pittore, di tracciare una possibile mappa culturale del suo approccio alla fotografia e all’arte.

Sito ufficiale della mostra.

 

 

Alec Soth
Conversazioni intorno a un tavolo
Alec Soth con Francesco Zanot

Roma : Contrasto, 2013

X -123870    VAL 770 SOTH

Nel suo studio di fotografo, in una lunga conversazione con il curatore e critico Francesco Zanot, l'artista americano Alec Soth ha analizzato le sue fotografie realizzate nell'arco della sua carriera, dalle più celebri ad altre inedite o poco note. Per ognuna un capitolo, un pensiero, una riflessione. Le immagini di Soth si mescolano così tra loro, si ricompongono in nuove sequenze, seguendo il filo dei ricordi, delle domande, delle suggestioni culturali, creando legami inediti e imprevedibili. "Attraverso un dialogo frammentato e ricomposto sulla base delle immagini selezionate, non soltanto si approfondiscono la poetica, l'estetica e lo stile di Alec Soth, ma anche alcune questioni teoriche, processuali e contestuali che l'autore mette costantemente in discussione. Oltre a rimandare al botta e risposta delle conversazioni che raccoglie, il titolo si riferisce al modo in cui nello studio di Minneapolis trascorrevamo le nostre pause, lasciando stampe, libri e registratori per prendere in mano le racchette da ping-pong." (Francesco Zanot)

 

Giuseppe Costa
Dentro la fotografia: percorsi di cronache e di ricerca
con un’intervista di Enney Taramelli
prefazione di Giovanni Chiaramonte

Firenze, Edizioni della meridiana, 2002

T2439815   VAL 770 COST

Raccogliere le proprie recensioni di mostre fotografiche scritte negli anni per vari organi di stampa in un volume unico è un’operazione che permette al lettore di “saltare” da un’esposizione all’altra, da uno stile all’altro, da un artista all’altro, di seguire un itinerario tracciato dall’autore nella storia del linguaggio fotografico e di formarsi un’idea riguardo la varietà e la complessità delle espressioni legate all’immagine contemporanea. Lo hanno fatto, per accennare solo alcuni: Ferdinando Scianna in Obiettivo ambiguo e Matilde Hochkofler in Flash rubati e, recentemente, anche Giuseppe Costa in Dentro la fotografia – Percorsi di cronache e di ricerca.

 

Rosalind Krauss
Teoria e storia della fotografia
edizione italiana a cura di Elio Grazioli

Milano : Mondadori, c1996

T2438549   VAL 770 KRAU

Così come accadde per la pittura, l'introduzione della fotografia nel mercato dell'arte ha dato l'avvio a una "lettura" specialistica, fatta prevalentemente di quei corollari obbligati ai cataloghi e alle monografie rappresentanti dalle prefazioni e dai testi critici. Rosalind Kruss, una delle massime esperte mondiali di arte contemporanea, vuole qui porsi contro tale modo di scrivere sulla fotografia, e anzitutto di volerne scrivere la storia. In opposizione alla tendenza dominante che fa rientrare la fotografia nell'ambito della storia dell'arte e che ne riduce l'invenzione a semplice formalità, la Krauss mira a restituirle quel significato di rottura che le fu proprio in origine, sottolineandone l'imprescindibile esteriorità. Non riconducibile alle dimensioni essenzialmente stilistiche proprie della storia dell'arte, il valore della fotografia, come ha scritto Walter Benjamin, è sempre dato dal rapporto del fotografo con la propria tecnica. La storia dell'arte può fingere oggi di avere "fagocitato" la fotografia; un libro come questo ha anzitutto il merito di dissipare tale illusione. 65 immagini in bianco e nero

 

Maria Antonella Pelizzari
Percorsi della fotografia in Italia
traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini

Roma : Contrasto, 2011

T2438540  VAL 770.9 PELI

In questo volume illustrato Antonella Pelizzari ripercorre la storia del mezzo fotografico e della sua pratica nel nostro paese. I principali movimenti, gli autori, le influenze straniere, le istanze estetiche, il contesto internazionale, la scena culturale e politica sono trattati in chiave storica e critica. Al momento della nascita della fotografia, nel 1839, l'Italia non era che un mosaico di stati privi di un omogeneo linguaggio visivo. Più tardi, il territorio, la sua incontestabile bellezza, le sue perle rinascimentali e archeologiche, diventeranno il principale soggetto per fotografi professionisti e amatori consapevoli del classico "Grand Tour", ma anche attenti alle nascenti lotte politiche, ai conflitti sociali, e alle spinte di una modernità emergente in tutto il paese. Oggi, nella caleidoscopica molteplicità dei linguaggi analogici e digitali, gli autori testimoniano il mondo contemporaneo con nuove creazioni visive. Il testo di Pelizzari, coinvolgente come un romanzo, restituisce la ragione e il senso di un paese che ha imparato poco a poco a conoscersi, e a riconoscersi, anche tramite la fotografia.

 

Voglio proprio vedere : interviste impossibili ma non improbabili ai grandi fotografi : Nadar, Eugène Atget, Tina Modotti, Robert Capa, Vivian Maier, W. Eugene Smith
Michele Smargiassi

Roma : Contrasto, 2021 - 9788869658433
155 p. : ill. ; 23 cm.

VAL 770.92 SMAR T2576279

 

Incontri straordinari con persone straordinarie. Il giornalista e scrittore Michele Smargiassi ha realizzato delle impossibili, ma plausibili, interviste a sei grandi fotografi del passato: Robert Capa, Nadar, Tina Modotti, Vivian Maier, Eugène Atget e W. Eugene Smith. "A tutti ho posto, in forme diverse, la stessa domanda: perché fotografate? Perché è giusto, bello, necessario, utile fotografare? O magari non lo è? Da ciascuno ho avuto una risposta diversa. Perché la fotografia non esiste: esistono le fotografie, ognuna diversa dall'altra. E alla fin fine, penso che tutte le fotografie condividano una medesima, forte, semplice spinta antropologica, morale, umana: la voglia di vedere il mondo e di condividere quella visione".

 

 

Bauhaus : fotografie dalla collezione della Fondazione Bauhaus di Dessau
a cura di Lutz Schobe

Firenze : Alinari ; Lestans : CRAF ; Dessau
Fondazione Bauhaus Dessau, 2002

T2438519    VAL 779 BAUH   

La Bauhaus, fondata nel 1919 a Weimar da Walter Gropius, è considerata oggi in Germania la più rinomata istituzione d'arte e design dell'era moderna. Fino alla sua chiusura, nel 1933 da parte dei nazionalsocialisti, i concetti, le opere ed i prodotti elaborati hanno influenzato in tutto il mondo la percezione dell'arte, dell'architettura e del design. Prendono spunto da questo stile, correnti come il modernismo, l'astrattismo ed il futurismo,  e artisti come Luigi Veronesi, Bruno Munari e Gio Ponti. Il quadro che abbiamo oggi della Bauhaus ci viene trasmesso attraverso la fotografia, visto che molte creazioni originali sono andate distrutte. La gamma di immagini spazia dalle fotografie professionali di architettura ed oggetti, alle fotografie del palcoscenico fino agli esperimenti artistici, incluso l'impiego della tecnica di montaggio e del collage o del fotogramma. È possibile includere nella definizione "Fotografia-Bauhaus" tutto il materiale fotografico realizzato all'interno della scuola. Questa definizione però non può descrivere un orientamento stilistico omogeneo, come è stato fatto erroneamente in passato e come si fa con riferimento ad altri settori creativi. Con questo volume non si vuole fornire un contributo analitico sul tema, bensì si intende offrire, mediante una documentazione specifica, un piccolo spaccato di quello che è possibile includere nel termine collettivo "Fotografia-Bauhaus": dalla fotografia istantanea degli studenti fino alla prestazione fotografica di prestigio. È stato fatto ricorso prevalentemente a materiale meno conosciuto, non spettacolare, tuttavia interessante, che tocca i temi più diversi e che, in molti casi, viene presentato per la prima volta.

 

Edward Steichen
The bitter years   
Edward Steichen and the Farm Security Administration photographs
edited by Françoise Poose

Ney York : DAP  2012

T2439904   VAL 779 E/Eng  STEI

Il ritratto di Dorothea Lange del 1936 della "Madre Migrante" potrebbe benissimo essere una delle foto più iconiche mai scattate negli Stati Uniti. Durante un viaggio di un mese per documentare i campi di lavoro migratori in California per conto della Farm Security Administration (FSA), Lange ha realizzato diversi ritratti di Florence Owens Thompson e dei suoi figli, uno sguardo inquietante di preoccupazione e incertezza congelato sul viso di una madre, i suoi figli aggrappati alla sua spalla.
I ritratti sono stati pubblicati prima nel San Francisco News prima di essere distribuiti in tutta la nazione dalla FSA. Descritte da Edward Steichen come "i documenti umani più straordinari mai rappresentati in immagini", le immagini di Thompson hanno risuonato immediatamente con gli spettatori: emotivamente evocative e incapsulanti dei tempi duri della Grande Depressione, le fotografie di Lange sono diventate sinonimo dell'epoca.
La documentazione fotografica della FSA si è dimostrata un archivio robusto, se non completo, delle condizioni sociali americane negli anni '30 e '40, stimolando un movimento di ispirazione e imitazione nel campo del foto-giornalismo documentario che continua ancora oggi.
La divisione di stampe e fotografie della Library of Congress a Washington rende disponibili per la visione pubblica circa 175.000 immagini della collezione FSA:
“Inizialmente sono rimasto sorpreso dall'enorme varietà di immagini paterne che ho trovato: mezzadri nel profondo sud, lavoratori migranti sulla costa occidentale, padri con la cravatta nel Pacifico nord-occidentale. Ma mentre continuavo a scavare, non era la diversità che mi colpiva, ma la risonanza di un unico tema: la tenerezza. Nonostante le differenze geografiche, le difficoltà della vita registrate e il futuro incerto con cui molti dei soggetti si confrontavano quotidianamente, in queste fotografie risuonava un'intensità di cura per i bambini. La vita nell'era della depressione era dura e molto doveva essere chiesto ai bambini quando crescevano fino a un'età in cui potevano lavorare per sostenere le loro famiglie. Ma in molte di queste fotografie, vediamo un affetto gentile attraverso le mani ruvide e gli occhi stanchi di questi "padri migranti".
Le fotografie della collezione FSA si sono guadagnate il loro status di icone grazie alle profonde e semplici verità che hanno registrato. Le immagini di madri e padri sono le parti durevoli di una storia collettiva che viene scritta ancora oggi.” (Vaughn Wallace: senior photo editor presso National Geographic. è su Twitter.)

 

Fotografia contemporanea da Medio Oriente e Africa
Breaking news
a cura di Filippo Maggia ; con Claudia Fini, Francesca Lazzarini

Ginevra-Milano : Skira, 2010

T2438527   VAL 770 FOTO

"Breaking news" raccoglie oltre 120 opere, tra fotografie, video e installazioni, provenienti da Africa e Medio Oriente. Queste le due nuove aree geografiche esplorate da Fondazione Fotografia dopo Estremo Oriente, con il volume Asian Dub Photography, ed Europa dell'Est, con Storia Memoria Identità. Come le edizioni straordinarie, trasmesse per lanciare le notizie dell'ultima ora, le ricerche dei ventuno artisti presenti nel volume richiamano l'attenzione del pubblico su questioni urgenti e quanto mai attuali, come lo sfruttamento del Delta del Niger o la realtà dell'Iran contemporaneo, il conflitto arabo-israeliano o i nuovi disequilibri della società sudafricana. Le opere di "Breaking news" guardano al presente, senza però trascurare il passato che emerge sia attraverso riflessioni interne alle tradizioni culturali e artistiche dei diversi paesi, sia grazie a immagini che costituiscono vere e proprie testimonianze storiche. I consueti strumenti di approfondimento inclusi nel catalogo - i testi introduttivi alle opere e le biografie degli artisti - contribuiscono a esplorare questa parte di mondo, sottolineando la molteplicità di questioni critiche che la attraversano, tra le quali non ultimo il complesso rapporto con l'Occidente.