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I fannulloni nella valle fertile, di Albert Cossery

 

"Vuoi lavorare! Perchè? Cos'è che non ti piace in questa casa? Figlio ingrato! Ti ho nutrito e vestito per anni ed ecco il ringraziamento!"

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Percorsi

 

Il libro

Una famiglia tutta maschile vive in una decadente casa alla periferia del Cairo. Un padre vedovo, tre figli, uno zio, più una cameriera che ha l'obbligo di restare in cucina per non disturbare il riposo degli uomini. Sono sette anni che Galal, il primogenito, non si è mosso dal suo letto e Rafik, il secondogenito, ha rinunciato a sposare la donna che amava per paura che potesse turbare il suo sonno. Ma un brutto giorno il figlio più piccolo annuncia la follia di voler andare a cercare lavoro in città. La famiglia si coalizzerà per stroncare le velleità lavorative del ragazzo... Pubblicato nel 1948, questo romanzo è un paradossale apologo sul "non fare nulla" come regola di vita, sul suo valore filosofico e politico. 

 

L'autore

Albert Cossery (Il Cairo, 1913 – Parigi, 2008) nacque al Cairo da una famiglia Greco-Ortodossa di discendenza Siriaco-Libanese. I genitori erano ricchi piccoli proprietari terrieri originari di Damietta. Pubblicò a 27 anni il primo dei suoi otto romanzi, Gli uomini dimenticati da Dio. Durante la seconda guerra mondiale fece lo steward sulla rotta Porto Said-New York. Nel 1946 si stabilì in un albergo nel Quartiere latino di Parigi, dove trascorse il resto della propria longeva esistenza. Fu amico di personalità quali Henry Miller, Lawrence Durrell, Albert Camus, Raymond Queneau, Boris Vian, Alberto Giacometti, Jean Genet. Solo da pochi anni è stato riscoperto ed è entrato a pieno merito, per il suo stile e la sua ironia, fra i classici del Novecento.

 

Curiosità

A chi gli chiedeva perché scrivesse, Cossery rispondeva: " Perché qualcuno che mi ha appena letto decida di non andare a lavorare l'indomani".

 

Recensioni

È un racconto a tratti divertente, soprattutto quando si concentra sulle (dis)avventure dei personaggi che tentano in tutti i modi di scacciare il mostro della fatica o di giustificare il loro modus vivendi, però l'indolenza mostrata è molto cruda e degradante. dà una sensazione di vita vissuta a metà. ciò che mi ha lasciata più con l'amaro in bocca è stato il finale, che pensavo avrebbe portato a una svolta che, invece, si traduce in un'altra dormira. Nonostante lo immaginassi, la parte più speranzosa di me avrebbe letto volentieri uno sfogo diverso della tensione costruita.

Rebecca, 23 anni

 

In un mondo immerso nel sonno, dove il sonno è l'unico principio: contro la schiavitù del lavoro si fa valere il diritto di lasciare il letto sfatto e di non tovvare la polvere sul tavolo, fino a rendere ogni cosa sbiadita e persa nel tempo. In stanze dove la fantasia non è una qualità che crea e decora, ma che rende tutto disumano e impalpabile. Non si riconosce la casa, ma uno spazio abbandonato e ammuffito, assurdamente vano, che invita alkla stasi inoperosa, a un continuo sogno vuoto. Resta solo una traccia d'immaginario impossibile, un contagio della vita intorno, che disperata tenta il volo, ma stanca s'assopisce prima di essersi animata.

Lidia, 24 anni