Il grande mare dei Sargassi
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Materiale linguistico moderno

Rhys, Jean

Il grande mare dei Sargassi

Abstract: C'è in Jane Eyre di Charlotte Bronté un personaggio minore, ma discretamente inquietante. Il personaggio di una folle reclusa che si dice sia una bella ereditiera creola. Jean Rhys ha avuto l'idea di ricostruire la vita di una simile ombra labile e confusa prima dell'arrivo in Inghilterra. Una idea può essere buona o cattiva, anzi un'idea è in partenza provvisoriamente buona e cattiva. Risulterà essere più buona che cattiva, più cattiva che buona a seconda dell'esecuzione. Ora l'esecuzione di Jean Rhys è straordinaria, un romanzo avvelenato di fascino, squilibrato di passioni, condannato e riscattato dalla magia... Scacciata dal suo paradiso di Coulibri, Antoinette affronta un tragico e tumultuoso destino d'amore e follia proprio perché di tale tragicità e tumultuosità è convinta lei per prima. O, facciamo, per seconda. Per prima ne è convinta Jean Rhys che con mano implacabile e delicata, complice e spietata sospinge la sua eroina a bruciare e consumarsi nello straordinario romanzo che è II grande mare dei sargassi sino a ridursi all'ombra labile e confusa di un personaggio minore dello straordinario romanzo che è Jane Eyre di Charlotte Bronté. (Oreste del Buono)


Titolo e contributi: Il grande mare dei Sargassi / Jean Rhys ; traduzione di Adriana Motti

Pubblicazione: Milano : Adelphi, 2013

Descrizione fisica: 171 p. ; 20 cm

Serie: Gli Adelphi ; 433

ISBN: 978-88-459-2803-1

Data:2013

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.)

Paese: Italia

Nomi: (Traduttore) (Autore)

Classi: Narrativa (0) 823.912 NARRATIVA INGLESE. 1900-1945 (20)

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2013
  • Target: adulti, generale
Testi (105)
  • Genere: fiction

Sono presenti 2 copie, di cui 1 in prestito.

Biblioteca Collocazione Barcode Stato Prestabilità Rientra
Biblioteca Accursio ACC 823 N RHYS
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Questo libro non è un prequel di Jane Eyre. Brilla autonomamente come un capolavoro letterario a sé stante. Jean Rhys, autrice britannica nata in una di quelle isole lambite dal grande Mare dei Sargassi, vi scende a compromessi con se stessa, con la personale formazione culturale e letteraria, con la propria esistenza d'emarginata in una società in cui un "marcato accento caraibico" era capace di frantumarne i sogni di una sospirata carriera teatrale, relegandola in quel "demi-monde" parigino dove il "diverso" non dava troppo nell'occhio, anzi affascinava. Educata a Londra, scopre e legge Jane Eyre, nella prosa tersa rigovernata da Charlotte Bronte. Eppure non riesce ad identificarsi con quelle eroine così "british", così modeste, contenute, remissive di fronte all'universo maschile, che nel mondo vittoriano costituiva l'approdo rassicurante e luminoso di una "caccia al marito" magistralmente raffigurata dalla collega Jane Austen. Per Jean Rhys, al contrario figlia dei ruggenti anni '20, quella società patriarcale in fondo "può essere un mondo molto ostile e crudele verso una donna." (p. 160) Antoinette è dunque il frutto letterario del femminismo di quegli anni: un personaggio femminile permeato da una necessità d'espressione straripante che la porta a non nascondere le proprie emozioni e passioni dietro al velo del perbenismo. Questa stessa intensità d'animo riverbera nello scenario caraibico, sullo sfondo delle case coloniche di Coulibri e Granbois, là dove si consumano rancori atavici, odi paterni e pregiudizi di civiltà. In un'epoca di studi postcoloniali Jean Rhys s'interroga sulla difficile condizione identitaria dei creoli all'indomani dell'abolizione della schiavitù in Giamaica (1834-38). Antoinette ammira il suo quadro preferito appeso in casa dal padre, latifondista caduto in rovina, "La figlia del mugnaio, una deliziosa ragazza inglese coi riccioli bruni, gli occhi azzurri e un vestito molto scollato". Poi volge lo sguardo al di là della tovaglia, a sua madre "così indiscutibilmente non inglese" (p. 29), una bellezza difforme e antinomica. Martinicana, giovane e vedova, la madre di Antoinette non è ammessa nei ranghi dei "bianchi", inglesi, né in quelli dei "neri", poiché le signore giamaicane non l'avrebbero mai vista di buon occhio, come Jean Rhys puntualizza fin dall'incipit del suo romanzo. Antoinette cresce quindi in un vuoto d'identità, in bilico tra due mondi al tramonto di un'epoca, quella schiavista. Il meticciato la esclude da entrambi i consorzi etnici: è una "blatta bianca" per i neri, ex schiavi, ed una "negra bianca" per gli inglesi, ex coloni (vd. p. 18). Questo spaesamento razziale suscita in Antoinette una profonda inquietudine che ne plasma la personalità fin da bambina. Spirito tormentato ed inquieto, Antoinette idealizza la madrepatria, un'Inghilterra elevata a "terra dei sogni", ma allo stesso tempo ama visceralmente la sua terra natía, selvaggia, afosa e opprimente quasi da togliere il respiro. Grazie alla focalizzazione sui due protagonisti che spezza il ritmo della narrazione e lo divide secondo una duplice prospettiva, Jean Rhys ci restituisce la forza del contrasto tra due caratteri: Antoinette ha un temperamento debordante di spiritualismo e immaginazione, una psiche in sintonia con l'intensità del paesaggio caraibico, divergente da quella del giovane marito inglese, figlio cadetto in cerca di dote che, insorto contro il dispotismo paterno, auspica fallacemente di conquistare la propria indipendenza in quello che si rivelerà per lui un falso paradiso. Se le Indie Occidentali appariranno al "colono britannico" come un ambiente asfissiante dall'influsso malsano a causa di quel cielo accecante, per quella vegetazione soffocante, per il profumo intenso e stordente di quei fiori così colorati a tal punto da renderlo febbricitante, l'Inghilterra al pari si dimostrerà una terra fredda, gelida, grigia e brumosa per un'Antoinette ormai prosciugata di tutte le energie vitali. Viene da chiedersi quale sia per Jean Rhys la terra del sogno e quale la terra del rimorso.
Antoinette ripercorrerà dunque il destino di follia della madre, quella donna rigogliosa ma "leggera come il fiore del cotone su un filo di brezza" (p. 23). In una società patriarcale, dove l'identità di Antoinette è continuamente ridefinita (prima Cosway poi Mason e infine Bertha), il matrimonio è ancora necessario alla definizione sociale della donna, ma non costituisce più l'approdo felice dell'epoca vittoriana. Dopo un'infanzia inquieta, Antoinette sembra difatti trovare un'atona pace in quel convento che ci viene descritto con tutte le candide gamme della luce più afosa e intensa. A strappare Antoinette da questa utopia tutta al femminile interverrà proprio il matrimonio, che la allontana dal suo rifugio "luogo di sole e di morte" (p. 48). Dall'atonia del sentimento Antoinette passa alla sua completa esplosione, deflagrando di fronte all'indifferenza del marito. A quel punto la magia e la stregoneria obeah non saranno altro che un modo per esorcizzare il Negativo di un mondo tutto al maschile che vorrebbe arginare le femminilità devianti con l'etichetta della pazzia, segregandole e celandole in soffitta. È così che Antoinette - come dice Oreste del Buono - si riduce "all'ombra labile e confusa di un personaggio minore dello straordinario romano che è Jane Eyre", alla "madwoman in the attic". Ciononostante questo libro non corre affatto il rischio di far odiare l'eroe del grande romanzo di Charlotte Bronte, perché in definitiva sia Antoinette che il suo giovane marito, così crudele e spietato nei suoi confronti, non sono che vittime. Vittime del pregiudizio, di quell'atteggiamento di cecità che impedisce di comprendere davvero l'altro, di accettate il diverso e quindi si trasforma in bramosia di annientamento, di sottomissione delle creature più deboli. Quello che sconcerta e sgomenta in tutto il romanzo è infatti la completa mancanza di pietas, "pietà come un neonato nudo che cavalca la bufera" (p. 147). Tutti i protagonisti delle vicende non sono in grado di relazionarsi con il diverso se non "come l'uragano toccherà quell'albero -lo farà a pezzi" (p. 148): Tia scaglia la sua pietra seghettata sull'amica d'infanzia con il volto stravolto dalla maschera del rancore verso il "padrone bianco", il fratellastro di Antoinette vendica il rigetto paterno insinuando il pregiudizio contro la sorella, unica figlia legittima, ed infine il giovane inglese non capisce affatto quella donna straripante di un fascino esotico oscuro, che giunge ad odiare con tutto se stesso. In conclusione, il meticciato è la condizione d'instabilità e di pregiudizio a cui è condannata Antoinette, come Jean, e per questo anche la scrittura non poteva che risultare ibrida, un'inglese contaminato da francese e patois; una struttura sintattica e grammaticale ridotta all'osso come nelle lingue pidgin.
Jean Rhys ci insegna con maestria che non c'è mai un solo modo per raccontare una storia, che i personaggi non sono mai esseri bidimensionali perché in fondo la narrazione è sempre un atto parziale, pregno di un retroterra culturale, sociale e autoriale.

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