BERNADETTE HANNA

Biografia

Ho iniziato ad appassionarmi alla lettura nella tarda infanzia, frequentavo ancora la scuola elementare. Ricordo di aver "rubato" un libro dalla piccola collezione libraria di mia sorella, dovevo avere circa 10 anni: era "Il segreto di Nefertiti", un simpatico romanzo d'avventura ambientato in parte nel paese d'origine dei miei genitori - l'Egitto. Da allora non ho più abbandonato questa meravigliosa abitudine: meravigliosa perché il cambiamento che è avvenuto nella mia vita mi ha resa una persona sempre più curiosa e aperta alle scoperte, e così sono maturata piuttosto in fretta e ho anche migliorato le mie stesse doti comunicative. Posso dire con assoluta certezza che le avventure più belle della mia vita, guardando al mio breve percorso esistenziale, non sono quelle che ho vissuto nel mondo reale: sono quelle che ho conosciuto tra le pagine dei libri che ho letto (e che ancora leggerò...). Non solo: credo che i libri siano la compagnia più utile, generosa, profonda, rilassante ed emozionante che si possa avere: non "feriscono" nemmeno quando non ci appassionano come avremmo immaginato e restano con noi anche dopo averli chiusi.

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Conversazione con Woody Allen - Jean-Michel Frodon

Questo esile libro consiste in una raccolta di interviste che il critico Jean-Michel Frodon ha condotto alla presenza del regista, attore, comico e scrittore Woody Allen, principalmente nella sua suite barocca del Ritz Hotel di Parigi, riviste a distanza di anni e restituite al lettore con una maggiore organicità. Il libro-conversazione, se così si può riassumerlo, è diviso infatti in delle macro tematiche con cui il giornalista ripercorre le fasi più importanti della carriera di Allen, dando una scansione ben precisa: si parte infatti da una prima chiacchierata molto generica inclusa nel capitolo "Da un film all'altro", quello con cui si apre la disamina stessa, passando subito alle fasi principali dei film, quali produzione, sceneggiatura, distribuzione, regia, senza dimenticare altri temi cardine come gli argomenti stessi tipici della sua filmografia oppure le collaborazioni con gli attori ingaggiati per prendervi parte, passando dal suo amore per New York e per la musica, alla sua opinione di Hollywood e alle prospettive future.
È un libro che mi sento di consigliare a chi ha già visionato la stragrande maggioranza dei film del regista, compresi quelli minori a cavallo degli anni Novanta e Duemila, perché è proprio nel 2001 che fu stampato il libro: sino a quel momento l'ultimo film di Woody uscito nei cinema era "La maledizione dello Scorpione di giada".
Può tuttavia essere un ottimo spunto per chi invece non fosse avvezzo alla poetica di questo autore ed ex comico (aspetto della sua carriera che emerge diverse volte durante il botta e risposta, e che è inscindibile dalle sue stesse sceneggiature), per farsi stimolare a procedere, poi, nella visione dei film qui citati ma anche di quelli venuti dopo.
I quesiti di Frodon sono molto intelligenti e incalzanti, non lasciano spazio a interpretazioni o esitazioni, anzi rendono molto più specifico anche lo stesso intervistato, che è noto per aver sempre avuto la risposta pronta o comunque per non tergiversare.
Infine, la suddivisione in dieci capitoli rende molto libera la gestione della propria lettura, perché volendo si può cominciare da un punto qualsiasi.

L'ombra del vento - Carlos Ruiz Zafón

È sempre difficile e commovente parlare di un libro che si è amato tanto: è il caso di "L'ombra del vento", uno dei miei libri preferiti di sempre, nonché fiore all'occhiello di un autore che, purtroppo, è scomparso troppo presto.
Ho amato questo libro dall'istante in cui l'ho comprato e letto per la prima volta, adocchiandolo in mezzo a decine di libri ammucchiati su una bancarella di un mercato proprio sotto casa.
Camminavo mano nella mano con mia madre e, a un certo punto, ho iniziato a fissare i libri di un signore che stava in mezzo ai fruttivendoli. Aveva la bancarella più piccola a confronto delle altre, ma pur sempre capiente a giudicare dalla quantità di libri proposti: mia madre mi esortò a sceglierne uno avendo notato il mio elevato interesse, così il mio occhio cadde proprio sull'esemplare più piccolo (si trattava forse della primissima edizione, alquanto particolare, di dimensioni veramente striminzite rispetto a quelle più recenti). Sulla copertina figuravano un uomo e un bambino, presumibilmente padre e figlio, che camminavano in una via spettrale delimitata da grossi lampioni: la scena mi ricordò vagamente proprio il momento esatto che stavo vivendo lì, in quel mattino leggermente nebbioso al seguito di mia madre.
Forse anche per questa strana somiglianza, decisi di acquistare quella "mattonella" bianco-azzurra di oltre 600 pagine: mai scelta fu più intelligente di quella, perché si sarebbe trattato di una delle letture più impegnative e arricchenti della mia adolescenza.
Dovevo avere circa undici/dodici anni, forse non ero abbastanza matura da capire ogni sfumatura della storia, ma ero aperta all'immaginazione più di quanto non lo sia adesso che ho 25 anni; mi sono goduta ogni singola pagina, come quando si mastica, uno alla volta, un buon tortellino farcito!

Il libro è insieme un romanzo storico, un giallo, un romanzo di formazione, un romanzo di avventura, un romanzo anche "erotico" per via di certi momenti d'amore semplicemente cruenti e sensuali (ma si tocca il picco, in questo senso, con un altro titolo della tetralogia del Cimitero dei libri dimenticati, ovvero "Il gioco dell'angelo", altrettanto fenomenale, anche se non così mastodontico in termini di personaggi, sottotrame e descrizioni come "L'ombra del vento").

Ci transitano anni importanti della storia della Spagna post-franchista, che qui viene restituita attraverso le singole storie di comuni mortali inventati ma pur sempre verosimili, come Daniel Sempere e suo padre, Fermin Romero de Torres, Julián Carax, e moltissimi altri individui che popolano il racconto.

Non dico altro, se non che è una lettura così piacevole che impone al lettore e alla lettrice di essere ripetuta a una certa distanza di tempo per potersene re-innamorare. Infatti, lo stile narrativo di Zafon, unito alla sua sterminata fantasia e dettagliatissima conoscenza della città di Barcellona, conducono in un vortice di emozioni e aspettative che non saranno mai, neanche una volta, disattese.
Provare per credere.
O meglio: leggere per credere (e sognare!)

Quasi niente sbagliato - Greta Pavan

La storia avrebbe anche un alto potenziale: si può dire che la narrazione in prima persona, rivolta al passato, abbia il vantaggio di darci l'illusione di leggere quasi un diario autobiografico, entrando direttamente nella mente di una persona che potrebbe esistere veramente (ci sono i millenial che odiano la loro vita di provincia e che immaginano vite con sullo sfondo una grande metropoli, costretti a subire il giogo del precariato e di un'esistenza infelice).
Nonostante questo, i racconti non hanno niente di speciale o di sconvolgente, tranne qualche momento in cui si percepisce una lieve tensione (si verifica però solo nei momenti in cui cessa il "flusso di coscienza" e la narrazione procede per dialoghi, quindi con discorso diretto). La storia insomma non decolla mai: alla maturazione della protagonista, Margherita, non è lasciato lo stesso spazio che invece è riservato ad alcuni aneddoti riguardanti prettamente la sua infanzia e adolescenza (che comunque non hanno niente di particolare).

I capitoli si chiamano quanti gli anni che la protagonista aveva in un dato periodo (il perché di questo non si sa, ma non dà al libro niente di eccezionale), e sostanzialmente il lettore non ha il tempo sufficiente a conoscere la Margherita adulta o ad affezionarsi ad altri personaggi (si conosce solo qualche membro della famiglia - la madre, il fratello, il padre con i suoi colleghi, la nonna, la zia e suo marito - più alcuni compagni di scuola e i datori di lavoro, tutti ugualmente piatti e senza sfumature).

Bocciato.

Audrey mia madre - Luca Dotti con Luigi Spinola

Questo libro è un tenero e avvincente ritratto di Audrey Hepburn, una donna conosciuta da tutti come quella famosa attrice belga che ebbe una difficile infanzia durante gli anni della Seconda guerra mondiale e che poi ha avuto fortuna negli anni Cinquanta e Sessanta come una delle più importanti interpreti della commedia hollywoodiana negli anni cosiddetti d'oro.
Tuttavia, questa nostra immagine è "lontana" da quella che si era fatto il suo secondo figlio, Luca Dotti, che qui racconta i lati più "inediti", privati e intimi, della figura di sua madre. Gli aneddoti raccontati, pertanto, sono ricchi di nostalgia e di un amore incondizionato: Luca restituisce a noi lettori tutto quello che di "domestico" ebbero i decenni in cui sua madre Audrey si allontanò dai set cinematografici, tra gli anni Settanta e Ottanta, pubblicando anche le corrispettive fotografie, quasi tutte inedite.

Il libro è altresì un pretesto per raccontare le ricette che lei amava di più: alcune bizzarre, altre invece molto fedeli alla tradizione culinaria italiana (Audrey aveva imparato a conoscere sempre meglio, col passare degli anni, la nostra cultura giacché aveva sposato il dottore Andrea Dotti). E così, tra una ricetta e l'altra, Luca mostra quanto la madre fosse un essere umano genuino e solidale, con le proprie "paturnie", sempre pronta a tendere una mano agli altri ma restando una diva inarrivabile nei pochi momenti in cui si assentava dal focolare. Una donna speciale che aveva mantenuto uno stile di vita modesto, il meno mondano possibile, orientato al bene e al rispetto per il prossimo, fosse anche la Natura stessa (amava infatti curare il giardino e si circondava di tanti animali).

Più che consigliato.

Colazione da Tiffany - Truman Capote

E' molto difficile apprezzare la lettura di questo libro se si ha la testa piena dei fotogrammi in cui Audrey Hepburn indossa un elegante tubino nero, intenta a fumare una sigaretta o a mangiare una brioche per strada, all'alba, sostando davanti la vetrina di un famoso negozio di gioielli.

Ai grandi appassionati dell'omonimo film dico infatti di fare molta attenzione, se dovessero approcciare questo romanzo per la prima volta: potrebbero correre il rischio di non cogliere le sfumature più velate e anche la spinta identitaria apportata al romanzo dall'autore, Truman Capote, che quasi non ebbe un infarto quando scoprì che tipo di progetto era pronta a confezionare la casa di produzione che acquistò i diritti del suo libro (era la Paramount Picture). Si dice infatti che si arrabbiò molto delle scelte discutibili adottate in fase di sceneggiatura, ma soprattutto era contrario alla scelta di Audrey Hepburn come attrice protagonista, perché avrebbe preferito che il ruolo andasse alla sua amica Norma Jean Mortenson (Marilyn Monroe), molto più simile caratterialmente al suo personaggio Holly Golightly.

In effetti, non aveva tutti i torti. Audrey Hepburn non solo aveva quasi trentun anni quando girò il film - per altro era appena diventata madre e, nonostante fosse ancora incredibilmente affascinante, mostrava già i primissimi segni della vecchiaia rispetto alla vera età del personaggio da lei interpretato - ma aveva sempre e solo fatto ruoli da "brava bambina": i suoi personaggi erano quasi tutti donne ingenue che non emanavano la benché minima sensualità o alcun carattere alternativo.

Non solo: il protagonista maschile nel film diretto da Blake Edwards aveva assunto un volto e un'identità, che invece erano anonimi nel libro; inoltre, era stata pensata una storia d'amore tra lui e la sua "arredatrice", altro fatto assente nel romanzo (la compagna più grande di lui è un personaggio assente nel romanzo).
La Holly del libro, invece, è molto più indifferente, anaffettiva, sbadata ed egoista di quella presentata nel film, che ha giusto qualche sbalzo d'umore, ma i suoi capricci passano in secondo piano rispetto alla bellezza disarmante di Audrey Hepburn e al glamour generale.
Ancora più sconvolgente, poi, è l'ambientazione spostata agli anni Sessanta, quando in realtà la storia risale agli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, il che spiega perché il fratello della protagonista sia così "lontano" da lei (è impegnato nella guerra).

Questi e molti altri sono alcuni dei cambiamenti che stravolsero uno dei romanzi più importanti della letteratura americana degli anni Cinquanta: il film "Colazione da Tiffany" ha completamente snaturato, privandolo della sua attrattiva, il libro di Truman Capote, a mio avviso rivelatosi con il passare degli anni un film borioso, eccessivamente lungo, ma soprattutto avulso da qualsiasi contesto (si riduce di fatto alla storia di due vicini che si innamorano e pian piano imparano a conoscersi meglio, niente di più ovvio e melenso).

Ciononostante, amo questa lettura più di ogni altra ed è per questo che, periodicamente, le concedo sempre una rilettura. Perché lo merita, sia per quello stile secco e per il ritmo incalzante tipicamente anglosassoni, sia per quella precisione di particolari e dettagli che rendono le descrizioni di oggetti e individui mai eccessivamente prolisse, ma anzi, quasi cinematografiche.

Jane Eyre - Charlotte Bronte

Fu una delle mie prime letture adolescenziali e, per inciso, liceali.
Leggere un "ottocentesco" in tenera età può lasciare dei segni indelebili, cosa che è capitata alla sottoscritta.
La sintassi di una volta, e in particolare dell'autrice, impone ritmi di lettura più dilatati nel tempo, anche se si finisce il libro in fretta e furia per via della sua scorrevolezza e della storia avvincente. Tuttavia, aiuta a calarsi in una dimensione completamente diversa dalla nostra odierna, in cui le donne - se non potevano sposarsi o ritirarsi in convento - al più potevano contare su buone capacità comunicative ed empatiche per accudire figli altrui o istruirli per accompagnarli all'età adulta.
Che è quello che spetta alla protagonista della storia, la quale si troverà ben presto in un mondo molto più oscuro e angosciante di quel che si sarebbe immaginata, ostile e a tratti alieno, ma non meno duro della sua infanzia di orfana cresciuta in un istituto.
Non rivelerò altro per chi non avesse ancora letto questo classico della letteratura britannica e mondiale, da cui sono stati tratti molti film: io suggerisco la visione della trasposizione del 1996 diretto da Franco Zeffirelli con Charlotte Gainsbourg nei panni di Jane Eyre e quello del 2011, diretto da Cary Fukunaga e interpretato da Mia Wasikowska.
A voi il verdetto!

Manuale di autodistruzione - Marian Donner

"Manuale di autodistruzione" è subito diventato uno dei miei libri preferiti. Mentre leggevo le prime pagine, sapevo che sarebbe presto entrato di diritto tra le mie letture più dilettevoli e intellettualmente stimolanti.

Benché non sapessi nulla della sua autrice - in verità è "solo" una giornalista olandese - ho facilmente assimilato il suo racconto, basato su una dissacrazione dei tempi moderni, soprattutto per quello che riguarda il culto dell'estetica corporea, l'efficientismo spietato su lavoro ma anche l'oblio in cui ci conduce la scarsità di pensiero generata dalle moderne tecnologie di comunicazione.

Marian Donner, che ha uno stile comunicativo tagliente, fortemente evocativo e al contempo garbato, ci restituisce il lato misero della società ipertecnologica in cui viviamo, analizzando alcuni dei suoi risvolti più impattanti sulla psiche e sui corpi delle persone e proponendo delle possibili vie di uscita dai tentacoli soffocanti del consumismo. “In un mondo del genere – dice a un certo punto – non bisogna chiedersi come possiamo ancora migliorare noi stessi. In un mondo simile bisogna chiedersi come fare a essere il più sovversivi possibile nei confronti di un sistema che ci mortifica tutti. Il più sovversivi possibile verso l’anelito alla perfezione fisica che governa quel sistema – PUZZIAMO. Il più sovversivi possibile verso la sua enfasi sulla produttività – BEVIAMO. Il più sovversivi possibile verso il suo appello alla cura di se stessi – SANGUINIAMO. Verso al suo appello all’amore per se stessi – BRUCIAMO. E infine il più sovversivi possibile verso l’unilinearità della tecnologia – BALLIAMO”.

Questo piccolo libro in realtà nasconde tanti "tesori" che non vorrei svelare tutti qui, ma mi preme inserire un'altra citazione ancora, una di quelle che più mi hanno colpito (e non sono poche), che tuttavia va presa con le pinze, onde evitare di ritenere Donner una mera e insulsa conservatrice bigotta (tutt'altro).

<< L'uomo ha creato un mondo in cui la tecnologia deve servire soprattutto a rendere la vita il più facile possibile, e in conseguenza di ciò ha perduto la sua curiosità, l'entusiasmo e l'immaginazione. Microsoft lavora a un ascensore che sa a quale piano dobbiamo andare senza dover premere un pulsante. Amazon vuole spedire prodotti a clienti prima ancora che li abbiano ordinati. Google e Tesla stanno sviluppando un'automobile a guida autonoma (...). Finché la tecnologia sarà imperniata sulla comodità e l'efficienza, tutto ciò che non corrisponde a questi criteri andrà lentamente scomparendo. Compreso l'uomo. Si delega troppo e si persegue troppo poco. Alla fine non sono le macchine a minacciare i nostri posti di lavoro, ma la nostra carenza di immaginazione >>.

A proposito di libri - Cose spiegate bene

Non poteva che parlare di libri il primo libro di una serie di libri destinata ad avere un grande successo: è "Cose spiegate bene", la rivista cartacea creata dalla redazione del giornale online Il Post in collaborazione con Iperborea editore.
Come ci si poteva aspettare, almeno per chi è già abituato a leggere i precisi e dettagliati contenuti del Post, questo primo volume racconta in maniera meticolosa il mondo editoriale, a cominciare dal suo protagonista indiscusso: il libro, appunto.
Ho gradito in particolar modo il capitolo sulla nascita della carta e le sue caratteristiche, quello che ripercorre la storia del carattere tipografico inventato da Claude Garamond, la retrospettiva sulla casa editrice Sellerio e, infine, anche il capitolo sui furti di libri.

A proposito di niente - Woody Allen

Ho dato una stella a questo libro, non perché non sia ben scritto (tutt'altro), né perché non mi interessasse l'argomento (c'è forse qualcosa di più affascinante della vita di un grande autore ed artista del Novecento?).
Tuttavia, ho subito avuto delle "riserve" a causa della struttura narrativa, che immagino vada di pari passo con la linea editoriale originaria. Mi riferisco al non ovvio tentativo del narratore di esercitare un vero e proprio soliloquio ininterrotto, con il rischio che il lettore non possa interrompere la lettura neanche una volta.
Non un capitolo, non una o più sottoparti: l'autobiografia non prevede nessuna distinzione tra giovinezza ed età adulta o altri parametri ancora (e ce ne sarebbero stati, considerata la densità dell'opera e la ricchezza della vita di questo regista) anche solo per consentire al lettore di scandire la narrazione e poter posare il libro qualche volta.
Non so dire se anche nell'edizione originale in lingua inglese sia stato adottato lo stesso criterio, però ritengo che almeno l'editore italiano - La nave di Teseo - avrebbe potuto apportare una serie di accorgimenti per facilitare la lettura e dare al lettore gli strumenti per cogliere appieno la specificità dei singoli momenti letti, senza riproporre quella sorta di "flusso di coscienza" un po' pesante.
Pertanto, si ha come l'impressione che l'autobiografia non decolli mai: benché non manchino affatto le battute umoristiche o le rivelazioni toccanti, siano essere di natura comica o tragica, e nonostante il tono adottato sia molto apprezzabile, quasi che fosse una chiacchierata faccia a faccia, le digressioni di Allen e la minuziosità con cui affronta ogni singola tematica possono rendere poco interessante anche un momento di riflessione acuta ed esistenziale che, considerato il suo tipo di personalità, permeano comunque il racconto.
Suggerisco, per chi ne volesse davvero conoscere il pensiero e la "poetica", di leggere "Conversazione con Woody Allen" di Jean-Michel Frodon, che grazie a una lunga intervista riesce a restituire al lettore tutte le visioni della vita di questo signore, anche se mancano gli aneddoti privati che ci sono, invece, nell'autobiografia.

Le viaggiatrici del Grand Tour - Attilio Brilli

Il libro offre un ventaglio di esperienze, tutte al femminile, inerenti quel particolare fenomeno socio-culturale che ebbe origine tra Sette e Ottocento in Europa, detto "Grand Tour". Si trattava di un periodo che poteva durare fino a un anno in cui i membri dell'aristocrazia si allontanavano volontariamente dai luoghi di dimora abituale per intraprendere un viaggio formativo ed esperienziale presso i luoghi più suggestivi e importanti del Vecchio Continente (l'Europa). Le tappe più celebri erano Francia e Fiandre, ma soprattutto Italia e Grecia.
La letteratura di viaggio dei secoli XVIII e XIX era stata prevalentemente prodotta da autori maschili, anche perché essi godevano del privilegio assoluto di spostarsi ogni qual volta volessero senza attirare gli sguardi e le malelingue della società. Tuttavia, non tutte le donne si rassegnarono a questo destino e decisero di valorizzare la propria vita anche al di fuori delle monotone mura domestiche.
Di alcune di queste coraggiose donne si occupa questo libro, scritto in un italiano molto colto ma al contempo accessibile, che porta sotto i riflettori i momenti più significativi delle viaggiatrici straniere che hanno soggiornato nel Bel paese.
L'unico limite che gli si può attribuire è il fatto che l'autore non dà direttamente la parola alle protagoniste di questi viaggi, parlando al loro posto. Sarebbe stato, invece, più coinvolgente e stimolante riportare alcune pagine di quelle lettere o di quei diari che lui stesso commenta in prima persona, in modo fin troppo prepotente.
Ciononostante, resta il vantaggio di poter entrare nella psiche di queste donne, spesso riscattate dalla loro condizioni di mogli e madri grazie alle numerose relazioni intrecciate con gli italiani e allo studio diretto delle opere d'arte di questo instancabile popolo.

Tutto per i bambini - Delphine de Vigan

Ho letto il libro tutto d'un fiato. Un suo primo punto di forza è la sintassi paratattica, basata su frasi snelle e un ritmo incalzante. A questi si aggiunge la sotto trama - molto attuale - dello sfruttamento dei bambini per la monetizzazione di contenuti sui social network (fenomeno altrimenti noto come "baby influencing"), attorno al quale si dipanano le vicende dei protagonisti della storia.
O dovremmo dire protagoniste, due donne molto diverse tra loro ma che condividono la difficoltà di stare al mondo.
"Tutto per i bambini" ha un difetto solo, che sorge all'incirca con la seconda parte della storia, quando c'è un salto temporale che porta le vicende più avanti nel tempo rispetto a quando facciamo la conoscenza dei personaggi. La storia si esaurisce con un ritmo ancor più incalzante, cosa che porta il lettore a liquidare troppo in fretta le vicende. Serviva a mio avviso un piccolo colpo di scena spiazzante che tenesse testa alle ultime vicende, fermo restando che è uno dei libri di narrativa più belli e coinvolgenti dell'ultimo decennio.

Perché ci odiano - Mona Eltahawy

Mona ci prende per mano e ci porta nel suo passato, rivelando una serie di aneddoti che la riguardano spesso in prima persona.
Questi sono il pretesto per condurre un'analisi del maschilismo e bigottismo di cui la società araba è tutt'oggi impregnata.
Al termine della lettura, molto dettagliata e ricca di notizie agghiaccianti sul trattamento riservato alle donne in alcune società moderne del mondo Arabo, si assume una nuova consapevolezza.
Ci si rende conto, cioè, che la libertà è più forte di qualsiasi altra cosa e che il diritto all'autodeterminazione è più urgente che mai.
Ho empatizzato con le sue vicende personali, condividendo con lei le origini egiziane e conoscendo appieno una cultura ancora retrograda e spesso anti-femminista.
Tuttavia, se Mona può vantare un'incolumità certa, garantita dal possesso della cittadinanza statunitense (all'indomani dei disordini legati alla primavera araba e di cui lei stessa fu vittima Mona si è trasferita negli Stati Uniti), ebbene questo non significa che il mondo arabo sia il posto peggiore dove una donna dell'epoca contemporanea può vivere. Credo sia opportuno non assumere schieramenti, poiché le stesse critiche fatte al mondo arabo possono essere rivolte, per contro, anche alla cultura occidentale e americana in cui lei, ora, si riconosce, altrettanto sessista e ingiusta nel trattamento della donna, tanto entro le mura domestiche quanto sui luoghi di lavoro.

Hotel Bosforo - Esmahan Aykol

Come si evince nel giro di poche pagine, la vera protagonista della storia è in realtà la città in cui si snodano le vicende, Istanbul, animata da un passato multietnico e da un presente soffocante, fatto di disagi economico-sociali e criminalità organizzata.
Il libro è in effetti un pretesto per narrare le contraddizioni di questo microcosmo, che ha luogo principalmente sul Bosforo, il famoso stretto che unisce il Mar Nero al Mar Marmara e che diventa emblematico per l'Hotel che vi si affaccia. Qui infatti viene consumato l'omicidio di un regista tedesco giunto in città per girare un film e di cui si occuperà la protagonista, Kati Hirschel.

Kati è di origine tedesca e ha vissuto a Istanbul nei primi sette e negli ultimi tredici anni della sua vita. Proprietaria dell'unica libreria di gialli presente a Istanbul, Kati è una persona molto modesta, tanto nel vestire quando nel vivere in generale. Si accontenta del té che beve nella caffetteria sotto casa con l'amico Yilmaz e di qualche nuovo abito se proprio deve uscire la sera con l'amica Lale.

Ho gradito solo alcuni colpi di scena che, mano a mano, conducono alla risoluzione dell'omicidio. ma avrei preferito un finale meno frettoloso, soprattutto più originale. Nel portare a galla i moventi e i veri colpevoli, Esmahan Aykol crea una sottotrama fatta di pestaggi, corruzione e interessi economici, abbastanza esagerata e insufficiente rispetto ad un caso che poteva essere più agghiacciante di quel che si è poi rivelato.
Non è questo il solo difetto della storia, a mio avviso. Il personaggio di Kati è antipatico, egoista e lunatico: non sembra voler davvero bene ai suoi amici, che cerca solo quando ne ha un urgente bisogno, e non affronta mai una crescita vera e propria.

In poche parole: lettura piacevole e incalzante fino a metà libro, dopodiché il finale e la risoluzione dell'omicidio vengono sacrificati in nome della fretta e della banalità.

Storia di un corpo - Daniel Pennac

"Storia di un corpo" è, a mio avviso, una delle idee più geniali che siano mai venute in mente a uno scrittore.
Il libro prende la forma di un rigorosissimo diario scritto da un uomo nell'arco della sua vita, a partire dall'adolescenza fino a pochi giorni prima della morte. Il defunto farà in modo che il diario della sua esistenza "corporea" venga consegnato alla figlia maggiore il giorno stesso del suo funerale.
Passano così tante sensazioni e vicende per queste pagine che è difficile esprimersi sulla sua bellezza e sul suo grado di coinvolgimento (certamente molto alto). È un piccolo capolavoro della letteratura mondiale contemporanea, che lascerà il segno anche nelle prossime generazioni, perché in questa cronaca della corporeità di un uomo qualunque si nascondono, in realtà, anche preziosi riferimenti alla storia novecentesca, soprattutto nel modo in cui è stata condotta l'educazione dei giovani o combattuta la seconda guerra mondiale.

Di seguito la mia citazione preferita:
"Piangendo si fa molta più acqua che pisciando, ci si pulisce infinitamente meglio che tuffandosi nel lago più puro, si posa il fardello dello spirito sul marciapiede del binario d'arrivo. Una volta che l'anima si è liquefatta, si può celebrare il ricongiungimento con il corpo".

La ragazza di Bube - Carlo Cassola

Resoconto struggente di quella che è stata (purtroppo) la normalità per molti italiani e per molte italiane durante gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale.
Una storia non solo identitaria ma anche di perseveranza, qui incarnata dalla protagonista che, paziente e fedele, accetta la cruda realtà dei fatti in nome dell'amore che ne guida l'esistenza.
Un piccolo capolavoro reso magnificamente dall'omonimo film diretto da Luigi Comencini e interpretato dalla grandissima Claudia Cardinale.

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