DANIELA PANICARI

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Il giovane Holden - Jerome David Salinger

IL GIOVANE HOLDEN
J.D. SALINGER
Holden, giovane rampollo di un'agiata famiglia dell'alta borghesia newyorkese, riesce a farsi espellere per l'ennesima volta dalla prestigiosa scuola Pencey.
In realtà Holden è un giovane e arrabbiato diciassettenne e la sua rabbia distorce tutte le sue percezioni, inquina i suoi rapporti, avvelena i suoi affetti, mina la sua stabilità. Il suo dolore nutre il suo squilibrio quando beve fino a perdere i sensi, quando fuma smodatamente, quando finisce nelle dispute e si invischia nelle risse, quando insulta e ferisce in nome di una verità che aborre l'ipocrisia.
La sua è un'anima sofferente come quella di innumerevoli altri ragazzi e come quella schiera di uomini che, come lui e prima di lui, hanno cercato di uscire dall'adolescenza senza farsi troppo male, hanno cercato il loro codice di interpretazione della vita annaspando e spesso perdendosi. Ma per uscire dal dolore non ci sono scorciatoie né sconti: il prezzo che si paga è marchiato a fuoco sulla pelle di ognuno.
Lo stile del racconto riflette quel modo di esprimersi informale, colloquiale e talvolta gergale di un adolescente senza tempo. Le sue imprecazioni, il suo intercalare è tutto inframezzato dall'ossessiva ripetizione dei versi di una canzoncina, "The catcher in the rye", che costituisce il titolo originale dell'opera.
Holden nel ripetere mentalmente i versi della filastrocca, fraintende, non casulamente, le parole e si identifica in un fantomatico e pseudo eroe salvifico che "acchiappa al volo i bambini", prima che questi cadano in un dirupo.
In realtà i versi della canzone prevedono uno scenario del tutto differente che si svolge in un campo di segale e molto meno apocalittico. Inoltre le parole della canzone, come è già stato osservato, possono essere anche riferite ad espressioni gergali tipiche del baseball.
Anche questo riferimento non sembra casuale se si considera che Holden porta sempre con sé, nelle varie scuole che, in fondo, segnano le tappe delle sue fasi evolutive, proprio il guanto da baseball di suo fratello Allie morto anzitempo, che ha lasciato un vuoto incolmabile in seno alla famiglia.
Nel tenttivo di recuperare un bandolo nella matassa dei simboli disseminati nell'opera viene da pensare anche all'etimo del nome del protagonista, Holden, che rimanda al verbo "hold"(held/held) che in inglese significa proprio tenere, trattenere.
Ritorna il concetto dell' "afferrare" che, a questo punto, sembra ineludibile e che, come una traccia sotterranea e come un filo rosso, percorre l'intero racconto.
Infatti, tornando alle vicende del ragazzo nei due giorni seguenti il suo abbandono della scuola, attraverso le strade di una New York pre natalizia, nei suoi infimi hotel, nei suoi sordidi club, incontrando oscure figure e inaspettate anime pure, il giovane decide che per uscire dallo squallore morale che lo circonda, per dare voce alla sua autenticità e voltare definitivamente le spalle alla tormentosa ipocrisia di cui è costretto ad essere testimone, non ha altra alternativa che rifugiarsi ai bordi di un bosco, lontano da casa, evitare ogni contatto con il genere umano e farsi dimenticare da tutti.
Sembra quasi una "revolte" alla Camus, ma Holden non è un estraniato al sentire come Meursault (Lo Straniero). Holden ha diciassette anni ed è, al contrario, arrabbiato a causa del troppo sentire. La sua empatia con ogni forma di vita senziente è sconfinata tanto da chiedersi dove vadano le anatre di Central Park in inverno, e prima di andare vorrà vedere per l'ultima volta la sorellina Phoebe.
In quell'ultimo incontro Holden scoprirà che il suo karma è stato segnato da un eterno fuggire, ma il suo dharma sarà quello di afferrare al volo e salvare chi balla sull'orlo del precipizio e diventare un giovane uomo dopo aver nuotato nella palude delle sue e delle altrui miserie.
Un libro entra nel novero dei classici quando le sue parole, le sue idee e il suo sentire riescono a sfidare le leggi del tempo e fanno dire ad ognuno, in qualsiasi momento e a qualsiasi latitudine: è stato scritto per me.

Lo straniero

LO STRANIERO - Albert Camus
Albert Camus ci regala questo capolavoro del Novecento con uno stile essenziale, con una scrittura scarna, fluida e apparentemente semplice, la stessa semplicità di un'etoile che nel gesto netto e nel volteggio pulito cela lo sforzo, la tensione muscolare, la sofferenza dei tendini, l'adrenalina della paura e della prova.
Sotto il cielo di Algeri, terso e abbacinante come uno specchio, fra gli aliti della brezza marina si consuma la tragedia di un uomo che, sospeso fra cielo e terra, obnubilato da una caldo torrido e feroce, uccide. Uccide senza un motivo, e senza un perché darà un nuovo corso alla sua vita mediocre, cambierà il segno della sua indifferenza e del suo pavido senso di colpa, dalla sua anaffettività per essere lanciato nel panorama sconosciuto di un irremissibile peccato, nella ruota karmica dell'eterna espiazione.
Meursault è il protagonista e già nell'etimo del suo nome c'è il preludio di un destino segnato da una predestinazione, dall'ombra della morte se non addirittura dell'omicidio (meurtre).
Meursault è un uomo senza passioni e senza sogni. Come ogni essere umano, avverte un inspiegabile eppur presente senso di colpa per eventi assolutamente al di fuori del suo potere decisionale: la morte di sua madre, i giorni di congedi dal lavoro richiesti, la sua indifferenza al funerale.
Ma quel senso di colpa strisciante e inafferrabile, a cui non sa dare una connotazione è, in realtà, legato alla consapevolezza della sua anaffettività, al suo sentirsi responsabile per non riuscire a sentire niente per nessuno.
Anche le sue relazioni sociali sono senza spessore, fatte di incontri che non arrivano mai ad una vera condivisione. Maria e Raymond sono casuali compagni di vita che potrebbero essere sostiuiti con chiunque altro.
Così trascorre la prima parte dell'opera: fra un bagno in mare e incombenze in ufficio, fra bevute e domeniche passate alla finestra.
Diciotto giorni scanditi da frasi brevi, lapidarie e monotone che si susseguono come gocce di un'improvvisa pioggia estiva, che lambiscono lussureggianti macchie latifoglie, come i rintocchi di un flebile orologio di sottofondo.
Vediamo la realtà dagli occhi di Meursault, la percepiamo dalle sue descrizioni che sono tanto più precise e puntuali quanto più distante è il suo cuore, il suo sentire. Ogni tanto qualche lirismo denso e destabilizzante, come un bagliore di un improvviso risveglio notturno, poi di nuovo l'oblio del cuore.
Lo scorrere di episodi, aneddoti, gesti, espressioni e parole ci rendono l'essenza di un mondo che rotea attorno all'indifferenza di un uomo malato di alienazione.
Lentamente, come una sfera che procede su un piano inclinato, la vicenda si avvicina ad un climax che segnerà il cambio di rotta, nella sua vita e nel ritmo del romanzo stesso.
Nella seconda parte, che copre un arco di tempo di undici mesi, la tensione gradualmente aumenta, il tutto alla luce di un sole che veglia, vigila, controlla, fissa col suo occhio spietato e inappellabile la vita di chi si affanna sotto di lui, sul palcoscenico del mondo come una marionette ignare e proterve.
"Quatre coups brefs que je frappais sur la porte du malheur", è così che Meursault finisce per trasformare quel senso di colpa in delitto, in frattura definitiva: un filo che si spezza nel patto di alleanza con l'Infinito.
Eppure quel gesto segnerà proprio il varco attraverso cui potrà contattare la sua solitudine, la sua estraneità al mondo e, a suo modo, il suo sentire, forse per la prima volta nella vita.
"There is a crack in everything, that's how the light gets in" (L. Cohen)

Il faraone - Riccardo Luraschi

La vita di un grigio commercialista, Bertelli, che conosce solo la seduzione dei numeri e della loro prevedibilità, si intreccia con le vicende del magnate delle comunicazioni televisive, con le sue beghe familiari, con i suoi vizi e con i suoi eccessi, nonché con la sua spavalda e sfrontata scesa in campo nello spietato ring della politica italiana.
Bertelli è un timido dottore commercialista la cui ritrosìa rasenta quasi la pavidità, eppure la sua abilità professionale gli permetterà di diventare il braccio destro del tycoon brianzolo: Leo Maspero, che gli intimi chiamano "il faraone".
E' la storia privata di un travet bocconiano che incrocia le ambizioni spavalde di un vincente che, quasi incoscientemente, sfida le regole politiche di un intero Paese tentando la scalata alla Presidenza del Consiglio dietro cui si individuano facilmente i riferimenti al recente passato storico d'Italia.
I personaggi vengono dettagliatamente descritti con linguaggio sapiente e dotto. Le loro caratteristiche fisiche riflettono le loro connotazioni morali e le loro fragilità psicotiche. Con dovizia di particolari e un vocabolario forbito, scivolano davanti ai nostri occhi le miserie di una classe sociale di parvenu e di arrampicatori sociali, caricature di un'umanità che si agita forsennata su una pista circense rincorrendo il fascio momentaneo di un occhio di bue, alla ricerca di un minimo di visibilità che possa in qualche modo confermare la loro esistenza che ben poco ha di eroico e che piuttosto ricorda l'antica Commedia dell'Arte.

Resta con me - Elizabeth Strout

RESTA CON ME - Elisabeth Strout
In questo romanzo la Strout conduce il lettore nella realtà della provincia americana degli anni '50, che può facilmente rappresentare un microcosmo comune a molte latitudini. Lo fa con una scrittura elegante, fluida e precisa in cui le scene, i personaggi, i gesti, i colori e perfino gli odori appaiono vividi e schizzano fuori dalla pagina per acquisire una tridimensionalità realistica e assolutamente verosimile.
Tyler Caskey è il ministro di culto della chiesa congregazionalista di una sperduta cittadina nel Maine, nel nord degli Stati Uniti, e "Resta con me" è il titolo di un canto liturgico che si ripete mentalmente durante le stazioni della via crucis di un'esistenza duramente messa alla prova.
Tyler Caskey è un uomo possente e corpulento con un enorme cuore, una disponibilità smisurata, un senso di responsabilità incrollabile e un'umiltà difficilmente eguagliabile.
Ha sposato Lauren, florida ed esuberante come l'estate, dai capelli rosso fuoco e dal corpo sinuoso, le cui movenze sono un interminabile inno alla vita. Lauren ama la vita e dalla vita si fa amare.
Tyler e Lauren: due anime diverse e perfettamente complementari; rigoroso e sobrio lui, gaudente e dionisiaca lei, ligio e parco lui, volubile e frivola lei. Eppure, pur guardandosi da poli opposti, si amano.
Fonderanno la loro famiglia, insieme alle figliolette Katherine e Jeanne, a West Annet, un oscuro e freddo villaggio del Maine in una fatiscente e maleodorante fattoria, distante anni luce dai fasti e dai lussi della casa bostoniana di lei.
Quando una malattia impietosa ghermisce la bella Lauren, la "ragazza dell'estate" conosce la sua fragilità. Intraprende una lotta furibonda e impari contro un destino implacabile. Rabbiosa e disperata a momenti non vorrebbe morire, in altri momenti non desiderebbe altro.
La morte di Lauren sembra segnare un "turning point" nella vita di questa famiglia che viene minata fin dalle fondamenta da un sisma emotivo che sembra aver lasciato solo macerie. Jeanne verrà affidata alla nonna paterna, presente e responsibile quanto taglente e invadente. Katherine si chiuderà in un mutusmo impenetrabile.
Tyler inizierà la lenta discesa verso gli inferi di un dolore insanabile, verso una consapevolezza di sentimenti e risentimenti che, come fiumi carsici, strisciavano sotto i suoi piedi e di cui ora vedrà l'orrore di un'oscurità paralizzante.
Cercherà un appiglio nel continuo salmodiare di mantra biblici, nelle parole del suo vecchio professore di teologia, nello sguardo liquido e smeraldino della domestica, ma quello che troverà è solo la freddezza sarcastica di una comunità miope, la distanza affettiva di sua madre e l'aggressività verbale di chi non sa accettare la propria miseria umana.
La vita lo mette di fronte a prove che sembrano insostenibili: la perdita dell'amore di una vita, una figlia schiacciata da un dolore insostenibile, un degrado umano che pian piano lo vince, un disastro economico che quasi sconfina nell'indigenza, l'incapacità di riuscire a sentire la voce di un Dio che sembra chiedere il prezzo di una primitiva felicità, il dovere di sostenere le miserie e le debolezze degli altri e sentire di non averne la forza, i sensi di colpa per i gesti e per le omissioni, lo spirito vitale che pian piano si affievolisce trasformandolo in un gigante d'argilla pronto alla resa.
Il paesaggio brullo e ghiacciato fa da contrappunto ad una vicenda in cui non sembrano esserci vie d'uscita, in cui Tyler Caskey sembra una quercia che viene abbattuta a colpi d'ascia. Quando l'ultimo colpo viene inferto, quando l'ultima fibra viene lacerata è l'umanità tutta che piomberà nel lutto."Resta con me" è quello che si avrebbe voglia di dirgli, quando ormai anche l'ultima pagina è stata letta.

Le notti bianche - Fëdor Dostoevskij

LE NOTTI BIANCHE
Una scrittura struggente e incisiva, in questo famoso racconto di un giovane Dostoevskij, in cui l'anima viene messa a nudo con delicata spietatezza, dove il dolore viene lentamente svelato, dove si avverte un sospiro trattenuto, dove ci raggiunge il battito di un cuore in apprensione, una parola sospesa, un sentimento inespresso eppur debordante.
Chi è questa incosistente figura che si aggira per le vie di una Pietroburgo pervasa dai profumi di una primavera imminente?
Nessuno lo sa. Forse neanche lo stesso Dostoevskij che pure gli ha dato la vita, ma che si limita a chiamarlo "sognatore".
La vicenda si dipana attraverso quattro notti calde e complici, lungo l'argine di un fiume mentre quasi tutti i signori borghesi della città si apprestano a trasferirsi alla dacia.
La vita del nostro sognatore si nutre delle esistenze degli altri, crea con loro legami immaginari; s'inganna con un'inesistente identificazione, senza mai scambiare parola con anima viva.
Non ha amici, non ha conoscenti, non ha obiettivi; solo il desiderio di essere, almeno per una volta, visto e riconosciuto, di sentir restituita, solo per una volta, l'immagine di sé stesso senza esser costretto a rifugiarsi nel suo mondo ideale e nelle sue chimere.
E' per tutti un'ombra anonima che si aggira per la città come un ectoplasma evanenscente, osserva e ricorda le abitudini di ognuno, mentre nessuno si accorge di lui. Un saluto appena accennato di un gentiluomo incrociato per caso, basta a riscaldarlo e a dargli l'illusione di un'amicizia.
Eppure lui vede tutto, conosce le abitudini di tutti e di tutti percepisce gli stati d'animo, intuisce le emozioni e gli affanni, avverte le ombre e ne respira la luce. La fusione col mondo è totale e dolorosamente empatica tanto che nei suoi sogni parla con alberi e palazzi.
Nella vacuità della vita di quest'uomo che non si concede neanche il lusso di un'aspettativa, entra improvvisamente e casualmente Nasten'ka: una meteora dalle fattezze armoniche e l'animo in tumulto.
Nasten'ka è una giovane diciassettenne che si strugge d'amore e di nostalgia per un uomo che, un anno prima, le aveva fatto una promessa dandole appuntamento proprio lungo l'argine di quel fiume. Da un anno aspetta il suo ritorno da Mosca, affinché lui la faccia diventare sua moglie e la liberi da un'oscura esistenza condivisa con la nonna semicieca.
Per tre notti il nostro sognatore la ascolta, la sostiene, la consola, la aiuta diventando, suo malgrado, vittima di un innamoramento senza speranza, le cui spire lo avvolgono lentamente ed inesorabilmente in un abbraccio mortifero.
Tanto più lui si dispera nel suo amore non ricambiato, tanto più Nasten'ka lo tortura mettendo a nudo il suo sentimento per l'altro. Dopo tre notti passate in un'attesa estenuante, Nasten'ka si convince di essere stata ormai dimenticata. Lentamente la ragazza comprende il valore di chi non l'ha mai abbandonata, di chi l'ha supportata nel dolore e nella disperazione alleviandone la sofferenza. La ragazza, mutando in un baleno il corso della vicenda, gli dice che in realtà è lui la persona adatta per lei, la persona giusta per dare forma e senso al suo futuro.
Il nostro sognatore crede di toccare il cielo con un dito e la asseconda in tutte le sue richieste, prostrandosi in un'abnegazione senza più rimedio. Lei lo illude e lui si illude che forse, finalmente, la vita si sia accorta di lui, che forse, per una volta, la malasorte abbia voltato lo sguardo.
Alla quarta notte il suo sogno si infrange e la realtà lo acceca spietata. Il giovane uomo si presenta all'appuntamento mantenendo fede alla sua antica promessa scaraventandolo di nuovo nella sua antica solitudine.
Tutto il tempo del mondo sembra già passato e la candela della vita sembra ormai, già del tutto consumata, ma il dolore non basterà per fargli rinnegare quei palpiti durati solo il tempo di un lampo nell'oscurità. Il suo pensiero torna con gratitudine ad una giovane e diafana diciassettenne che, anche solo per una notte, ha dato un senso ai suoi giorni.
Se a qualcuno è toccato nella vita di ringraziare chi gli ha procurato sofferenza, si può dire che sia stato appena sfiorato dall'alito della santità.

Tre piani - Eshkol Nevo

I tre piani di un condominio borghese, in un quartiere residenziale di Gerusalemme, sono abitati da famiglie che vivono esistenze apparentemente limpide come il cielo che avvolge la città.
I personaggi scivolano languidamente e agilmente nella vita con un'apparente naturalezza, con un'allure elegante ed elitaria eppure, con lo scorrere delle pagine, si rivelano sempre più incapaci di aderire alla vita .
I coniugi del primo piano, Arnon e Ayelet, saltellano fra benessere e desideri, fra impegni professionali ed intimità rubate alla quotidianità, grazie alla disponibilità di due anziani condomini che si offrono di fare da baby sitter .
Tutto scorre immutabile fin quando il tarlo di un probabile abuso s'insinua nella mente di Arnon. Quell'ossessione si incunea subdolamente in una crepa della sua mente fino a deflagrare prepotentemente. Cerca con qualsiasi mezzo, più o meno lecito e più o meno etico, una risposta al suo assillo, ai sibilllini silenzi di sua figlia: che cosa le è accaduto durante quel pomeriggio in cui è scomparsa con il suo anziano dirimpettaio?
Al secondo piano Hani scandisce la sua vita fra ritmi delle attività dei bambini, sogni, illusioni, ricordi, sessioni ginniche e desideri incoffessabili.
Scrive una lettera ad un'ignara amica d'infanzia, ma soprattutto a se stessa: racconta fatti, confessioni ed esperienze ballando sul limitare della realtà e di illusioni oniriche.
Con un piede nell'emozione di un vissuto desiderato ed un piede nel terrore della follia di aver immaginato tutto e aver dato corpo solo ad un desiderio, avanza a tentoni nel racconto cercando di mettere a tacere voci di fantomatici barbagianni e cercando di fugare l'incubo di veder minato il suo equilibrio mentale.
Il terzo piano rappresenta, forse, l'ultimo stadio ascensionale in cui confluiscono gli elementi dei piani sottostanti, per essere finalmente affrontati con consapevolezza crescente e per essere metabolizzati fino all'approdo di un nuovo sé.
Lì vive Dvora, una donna di sessantasei anni, vedova di Michael. I due hanno condiviso oltre trent'anni della loro vita in una sorta di gioco simbiotico, condividendo sia l'ambito professionale nella magistratura sia una forte e reciproca fisicità.
La mancanza di Michael le sembra tanto insostenibile quanto ineluttabile. Si illude di continuare a mantenere un contatto con il marito attraverso i messaggi incisi su un nastro di una vecchia segreteria telefonica.
Coincidenze, casualità e inspiegabili avvenimenti congiureranno per metterla di fronte a sé stessa, di fronte al crollo delle sue certezze e all'irremissibilità delle sue colpe. Spietata giudice di se stessa, non si concederà sconti ma al tempo stesso non si negherà quell'ultima occasione di riscatto.
Le varie tranche de vie sono presentate al lettore attraverso gli occhi degli stessi protagonisti che, in lunghe confessioni, improbabili ed estenuanti lettere o semplicemente attraverso inascoltate tracce audio su antelucane segreterie, mettono a nudo le loro anime, presentando le loro fragilità, le loro mancanze, i loro peccati e le loro paure.
Tutto è raccontato con lucidità e senza ipocrite ricerche di giustificazioni. Racconti che fuoriescono incontrollati e irrefrenabili, in un fluido flusso di coscienza quasi privo di punteggiatura.
La stessa connotazione geografica viene appena accennata con tratti leggeri ma sufficienti per visualizzare una Gerusalemme borghese, una Tel Aviv vivace e anarchica, uno sconfinato deserto israeliano torrido e metafisico, dove convivono l'ordine costituito e la provocatoria sovversione sociale, l'agente dei servizi dai molti e incoffessabili segreti e l'asociale che trova un barlume di pace sotto la canicola sferzante del deserto, la pacifista visionaria e il soldato.
In Tre Piani si è voluto vedere la segmentazione freudiana della psiche umana: l'Es, l'istinto, l'Ego, il sociale e il Super Io, l'ordine morale e giuridico. Si può legittimamente ipotizzare che i personaggi, gli inquilini dei vari piani, rappresentino proprio le caratteristiche della netta separazione della personalità umana, ma a mano a mano che si prosegue nella narrazione le connotazioni iniziali, risultano strette e scivolano via dai corpi dei personaggi come abiti ormai consunti, lasciando intravedere, in molti di loro, la convivenza di tutti gli elementi, quello istintivo e quello razionale, quello onirico e quello regimentato dalle consuetudinbi sociali. In loro coesistono le caratteristiche dell'intera umanità, comprese le più aberranti, e, non ultima, un'insaziabile sete di speranza.

Medea - Christa Wolf

La Medea di Christa Wolf si riallaccia ad una tradizione minoritaria e anti euclidea e ce la descrive vittima di un potere nutrito di rabbia e livore, che le addebita colpe e atrocità mai commesse di cui altri sono colpevoli.
Nel romanzo si rifà ad un mito pre-ellenico, in cui uomini e déi erano vittime di una sete di potere inarrestabile e insaziabile. Le voci dei protagonisti di una tragedia cupa e truce si alternano e ognuno ci offre la sua prospettiva: Giasone, suo sposo, Agameda, sua allieva e infida accusatrice, Acamante, astronomo e mente occulta del potere reale, Leuco, astronomo e impotente testimone di un a tragedia annunciata e Glauce, disperata figlia del re di Corinto e della regina Merope.
La Medea della Wolf lascia la selvaggia terra della Colchide e con Giasone, che lei ha aiutato nella conquista del Vello d'oro, prende il mare a bordo della nave Argo insieme a un manipolo di fedelissimi.
Dopo varie peripezie approdano a Corinto, ricca ed opulenta quanto fragile ed insidiosa. La società dell'evoluta Corinto, il suo apparato regale, i depositari delle antiche sapienze astronomiche e la sua prosperosa economia nascondono infatti un orribile misfatto, un imperdonabile crimine: il sacrificio umano di una bambina, la principessa Ifinoe.
In questo panorama si innesta Medea, una donna indomita e selvaggia che non ha mai perso il contatto con la sua anima né con la sua natura viscerale e istintiva, una donna che non teme di sfidare gli déi quando le loro pretese si fanno disumane.
Medea, seguendo il filo dipanato dal suo istinto che non si è fatto obnubilare dai fasti della corona, scopre la verità. Scopre i resti della piccola Ifinoe. La verità emergerà dai suoi gesti, dai suoi sguardi e dalle sue attenzioni verso il debole, il fragile e l'annientato, come la giovane Glauce.
Sarà questo l'inizio della sua fine, la macchina dei potenti si attiva aiutata e dai suoi nemici: Presbo e Adameda. Tutto si organizza ad arte per metterla a tacere e con un sapiente gioco di manipolazioni vengono create prove, costruite testimnonianze e aizzate folle.
Crimini e poteri le vengono attribuiti mentre lei continua pervicacemente, ostinatamente, beffardamente, incoscientemente e insolentemente sulla strada della verità.
Cerca, scava, chiede, indaga e cura come è nella sua natura. La paura di morire lapidata non riesce a fermarla, anzi la rende beffarda e per questo potente.
La Wolf narra questa civiltà sconfinata al limitare del tempo con la potenza evocatrice di un bardo in un profluvio di parole inarrestabili come l'impeto dell'onda di un fiume.
Il lettore la segue, corre dietro a suoni, percepisce odori ora acri ora soavi, ode suoni ora cullanti ora terribili, e poi sussurri, grida, mutismi eloquenti e sguardi penetranti come lame.
L'antichità e il mito scivolano davanti agli occhi eppure sembra che non siano passati millenni, talvolta tutto sembra reale, troppo reale, tutto appare così vicino, troppo vicino, tanto prossimo da non riuscire a sopportare l'odore del sangue che scorre, le urla di vittime, le ferite delle ingiustizie.
Medea capelli di lana, pelle bruna e occhi grigio-verdi striati. Medea che ipnotizza con lo sguardo dorato e le sopracciglia unite, verrà riconosciuta colpevole di tutti quei misfatti che ancora oggi paga grazie ad un immaginario collettivo nutrito dalla menzogna dei codardi che l'hanno voluta capace di uccidere suo fratello Apsirto prima, e dei suoi figli poi.
La Wolf, così come Carcino di Agrigento e Robert Graves, cercherà di renderle giustizia, cercherà, come la stessa Medea aveva fatto a Corinto, di far emergere una verità che le renda un'integrità perduta.
Ciononostante nulla potrà cancellare la condanna a cui sarà sottoposta per millenni e che ancora sta scontando: l'esilio e la lapidazione dei suoi due gemelli: Medeo e Ferete.
Medea, sarai per tutti e per sempre la selvaggia, la strega, l'assassina, l'infanticida a dispetto della verità.
Oh, Medea pagherai la tua incoscienza, la tua temerarietà col dolore. Sarà un dolore che non conoscerà il lenimento del tempo e ogni giorno sarà come il primo giorno, la ferita sanguinerà di sangue vivo come pelle appena incisa, come arto appena reciso, come lama appena affondata.
Ti addormenterai con l'illusione di un sonno d'oblìo e nel sogno rivivrai l'incubo che ti accompagna nelle ore di veglia. Ogni alba sarà presaga di disperazione e non ci sarà alito di vento che ti potrà allontanare dall'abisso. Vivrai nell'illusione di un domani pietoso che non arriverà mai.
La tua voce ha attraversato, inudita, i millenni e il tuo ricordo ancora ci turba. Maliarda e spaventevole ci incuti il terrore di essere annichiliti dal tuo sguardo, di essere incatenati dal potere della tua mente.
Euripide è riuscito ad esautorare il tuo potere, ma chi non ti ha temuta ti ha potuto guardare negli occhi, ha potuto ascoltare la tua voce, ha potuto raccogliere la tua disperazione e ha cercato di lenire il tuo strazio.
Nel 1957 Christa Wolf ti ha consegnato a noi con una prospettiva nuova. Salpiamo con te verso un viaggio che, comunque vada, non ci lascerà mai più come eravamo.

L'isola di Arturo - Elsa Morante

L'ISOLA DI ARTURO
Si è già detto: romanzo di formazione. Il passaggio di un giovanissimo adolescente dall'infanzia all'età adulta, un passaggio elaborato e laborioso recitato su un palcoscenico meraviglioso e mitico: l'isola di Procida.
L'isola si stende morbida e indolente sulle acque oscure e misteriose di un mare indifferente e potentissimo, lambita da flutti, ora cantilenanti, ora minacciosi. È viva e pulsante "come un delfino", selvaggia e a tratti terribile.
Mai, salvo verso la fine, prima del sorprendente epilogo, il lettore viene accompagnato nel cuore dell'isola, all'interno della fortezza antica. Nel momento in cui Arturo si addentra nel labirinto di vie, sottopassi, erte e spianate, si avverte un brulichìo di presenze, il cui sentore arriva vago e indistinto. Si odono rumori, voci, richiami e sembra di attraversare un panorama surreale e metafisico.
Un alone di mistero e di improbabilità avvolge tutta la vita di Arturo che viene introdotto nel mare della vita grazie alla morte di sua madre, e la sua vicenda assume i contorni del racconto mitologico. Viene allevato con latte di capra dal balio Silvestro e cresce in una quasi totale e assoluta solitudine sopravvivendo in una natura impervia e inospitale.
Si potrebbe obiettare che tutto risulti poco credibile o affatto convincente, ma l'obiettivo della Morante non è un resoconto realistico. La veridicità dei luoghi, le loro connotazioni morfologiche e la precisione topografica fanno solo da contrappunto allo scandaglio psicologico di un'anima: vero scopo dell'autrice.
La vicenda copre un arco di tempo di circa due anni e, con ogni probabilità, si tratta degli ultimi anni della seconda guerra mondiale. Tuttavia la collocazione temporale è vaga e anch'essa sembra più mitica che reale.
Protagonista assoluto e voce narrante del romanzo è Arturo, un adolescente che passa con disinvoltura da misogine e bieche dichiarazioni a lirici afflati con l'Universo e con le sue leggi insondabili.
In balia dei marosi emotivi, annaspa fra subitanee e talvolta contrapposte emozioni. Ora amante appassionato eppur pudico, ora volgare protervo e scostante, ora selvaggio e ferino abitatore di anfratti, ora anima dolce e idilliaca capace di avventurarsi in declamazioni oratorie e in voli pindarici della fantasia.
Quello che lo anima è un indomito istinto vitale che lo fa rimanere aggrappato all'esistenza al di là di ogni pronostico, ma ciò che lo arde e lo pervade è l'amore appassionato e mai ricambiato per suo padre.
Come ogni bambino e ogni adolescente la figura paterna è idealizzata e innalzata al pari di un eroe invincibile e ineguagliabile: passa il tempo in attesa di ogni suo ritorno e struggendosi per ogni sua partenza. Malgrado l'indifferenza, la rudezza dei modi, malgrado la sua distanza affettiva, malgrado le umiliazioni subite, le derisioni a cui viene esposto e la deprivazione di ogni manifestazione di affetto, il suo amore rimane granitico, incrollabile, questuante. Ogni volta che la realtà lo colpisce con lo schiaffo del rifiuto e dell'abbandono, Arturo distoglie lo sguardo. Si aggrappa alla sua fede incrollabile e si prostra in adorazione come difronte a un Dio tragico e indifferente, che lo ignora pur conoscendolo profondamente.
Quando alla fine anche l'ultimo velo cade, Arturo beve il calice amaro della rinuncia definitiva più per orgoglio che per consapevolezza. Suo padre, Wilhelm Gerace, bellissimo sangue misto per metà teutonico e per metà partenopeo, è in realtà la patetica "parodia" di un uomo mosso solo dalle sue viscere, che poco ha a che fare con la nobiltà e la superiorità che gli ha voluto attribuire il figlio, è una rinuncia dolorosa e insanabile ma che non potrà far altro che accettare.
Grande assente del romanzo è la madre di Arturo, e con lei mancherà per sempre l'unico amore certo della vita. Giovanissima muore nel darlo alla luce lasciandogli in eredità uno struggimento e una nostalgia imperituri. Anche lei entra in un'aura mitica e la sua unica foto viene conservata e protetta come una reliquia.
Nel romanzo figure ed entità, per aspetti diversi, sembrano sostituirla. La Casa dei Guaglioni, vecchia dimora patrizia, come un enorme grembo lo protegge e gli regala una sicurezza e una sponda salvifica nella condizione di abbandono in cui si trova.
In parte la funzione materna viene svolta da Nuziatella, la sua giovanissima matrigna che ha imparato dalle donne della sua famiglia l'arte dell'accoglienza del cuore, del calore e dell'accudimento. Lo accudisce, lo sostiene e lo consola come farebbe una madre. Lo culla con le parole raccontandogli della sua casa dove, in una miseria inconsapevole e in un'atmosfera gonfia di odori e sapori, si può entrare nell'onda calda di una famiglia che conosce solo il codice del cuore.
Anche l'isola di Procida è per lui come una madre. Il legame che lo unisce alla sua terra è viscerale e, alla fine, il dolore nel lasciarla gli parrà insostenibile. La quotidianità è scandita dall'avvicendarsi ritmato di usi e rituali. Il tempo della trasformazione, invece, scorre sotterraneo e apparentemente immutabile, ma alla fine Arturo salperà verso la vita.
La Morante avvince e convince con arte stilistica, crudezza ed empatia al tempo stesso. Offre un quadro pittorico vivido e realistico di un luogo che diventa il luogo di un'anima, in cui ogni elemento è se stesso e la metafora di un simbolo.
L'isola di Arturo è sia Procida sia l'isola che non c'è, fluttuante su quel tempo crudele che è l'infanzia quando si affaccia all'adolescenza, bellissima solo nei ricordi.

La cura Schopenhauer - Irvin D. Yalom

Una San Francisco moderna, pluriculturale e pluriclassista fa da sfondo al romanzo La cura Schopenhauer di Irvin Yalom.
L'autore, scrittore e pschiatra statunitense, con uno stile fluido ma dettagliato, accompagna il lettore in una caleidoscopica indagine psicologica di personalità dalle plurime sfaccettature. Si insinua nelle vite dei suoi personaggi, narrandone i dolori e i fallimenti con una lucidità mai disgiunta da un'empatia profonda e sincera.
Julius, protagonista del romanzo, nonché psicoterapeuta di lunga esperienza e di affinate abilità, è il trait d'union fra i sei componenti del gruppo di psicoterapia che segue da anni, e a cui si aggregherà Philip, un suo vecchio paziente.
Dopo una vita dedicata alla cura dell'anima, durante un check up di routine, scopre che la morte, corteggiatrice paziente ma irremovibile di ognuno, lo sta aspettando alla fine di un ultimo anno di "buona salute". Un melanoma maligno, infiltrato di soppiatto fra i suoi tessuti, ha ordito una trama segreta e letale all'interno del suo corpo ignaro. Il capolinea è vicino.
Nel ripercorrere a ritroso le tappe della sua vita con la memoria arriva a Philip, un uomo affetto da un disturbo ossessivo compulsivo.
Decide di ricontattarlo e l'incontro fra i due è la conferma del suo fallimento. A ciò si aggiunge un cinismo e un disprezzo non celato da parte di Philip il quale dichiara, senza mezzi termini, che l'unico ad averlo aiutato è stato il suo incontro intellettuale con il pensiero di Shopenhauer.
I due stipulano un accordo che permetterà ad entrambi di trarre un vantaggio. Inizia così il viaggio, fianco a fianco, di due uomini che cercano, ognuno a suo modo, una via d'uscita dalla sofferenza.
Si uniscono al percorso i sei componenti del gruppo di terapia. Ognuno di loro darà voce a rabbie represse, dolori indimenticabili, peccati irremissibili e miserie inconffessabili. Ogni personaggio ha una storia che potrebbe essere la nostra storia, un fallimento che potrebbe essere il nostro fallimento.
I capitoli si snodano e si alternano, in una sorta di paso doble, alla descrizione della biografia di Schopenhauer.
Yalom ci accompagna gradualmente, con disinvoltura e naturalezza attraverso l'ordine di pensiero che influenzò maggiromente l'intellighentia europea del suo secolo e di quelli a venire.
L'Europa avrebbe sentito, di lì in poi, la sua anima aleggiare a lungo negli scritti letterari, nelle speculazioni filosofiche e nell'indagine psicoanalitica. Yalom in quest'avventura iniziatica, ci sostiene e ci fa penetrare, con garbo e gentilezza, nei meandri intellettuali di filosofi come Kant, Nietzsche, Sartre e Camus. Ciò che prima appariva astruso e inarrivabile è lì, a portata di mano, fluido come il lento scorrere del fiume della conoscenza.
Al contempo Yalom ci conduce attraverso i fatti, gli aneddoti e le esperienze di vita dello stesso Schopenhauer. Ci descrive i dettagli della sua quotidianità, le coloriture dei suoi incontri, la durezza dei suoi scontri, ci parla della sua prosa ineffabile e del suo cinismo miserrimo, del suo ineluttabile pessimismo e del suo disperato e mai confessato bisogno d'amore, il suo rapporto con i genitori che, in maniera opposta, hanno permesso e determinato la sua grandezza.
L'identificazione fra Schopenhauer e Philip diventa così forte che a fatica si riesce a distinguere dove finisca il pensiero dell'uno e dove inizi l'esperienza di vita dell'altro. Tuttavia, dopo una vita trascorsa nel disprezzo di coloro i quali non riusciva a conquistare con l'amore, Schopenhauer assaporerà la gioia della fama e del riconoscimento culturale, anche e soprattutto grazie all'unico seguace che gli rimarrà fedele fino alla fine: Julius Frauenstadt.
L'identificazione è completa: Philip/Shpenahuer troverà in Julius /Julius Frauenstadt la porta verso la vita.
Un libro da leggere, da rileggere, da avere e da cui farsi possedere.
Buon viaggio.

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