ANGELICA CILLI

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Ai suoi tratti - Quasirosso

"Ma ricordi quando riuscivi a farti una foto senza filtri strani o lenti che distorcessero tutto in automatico? Una foto di te, proprio com'eri, che fosse buona persino per i documenti. Bei tempi, era così comodo... però tu ora, Phil, non saresti servito a nulla. Quindi meglio così, no? Lo dico sempre, qui, ai nuovi arrivati. Solo che non potete ricordare... e allora ve lo ricordo io."
Così viene accolto Phil, neoimpiegato comunale nell'ufficio ID portrait.
In un futuro non troppo lontano in cui le intelligenze artificiali hanno alterato la stessa percezione visiva, sorpassando la fotografia, non resta che affidarsi a carta e grafite per ritrovare l'oggettività dei tratti identitari di un qualsiasi individuo. Di questo è incaricato Phil come ritrattista per passaporti, carte d'identità o patenti. Ma esiste davvero un'oggettività dei tratti identitari di una persona?
Tutto sembra suggerire piuttosto il contrario.
Le biografie di autoriconoscimento, da allegare alla documentazione, che Phil raccoglie, lasciano emergere le più variegate personalità degli effigiati, lungi dall'impersonalità dei moduli anagrafici.
Impegnati poi, insieme a Phil, nella ricerca dell'identità di una curiosa signora dalla frangetta grigia, scopriamo che le sue identità posso essere molteplici, in base ai punti di vista di chi l'ha conosciuta. Non resta che chiederci se la nostra identità sia una o multiforme, fatta di ricordi, punti di vista e sovrapposizioni. Ci risponde Quasirosso quando, con il suo tratto, decostruisce facce, occhi, labbra, mani e polmoni. Pezzi d'identità da ricomporre liberamente.
Sarà l'intelligenza artificiale ad aver distorto la rappresentazione della realtà o non è piuttosto la nostra memoria e sensibilità a determinare le caratteristiche molteplici e dissimili di una persona?
Tante domande in questo fumetto che, mentre presenta ipotesi plausibili di scenari futuri (la new AI art, il codice di relazione fra umani e intelligenze artificiali), ci fa riflettere con poeticità.

Extraterrestre alla pari - Bianca Pitzorno

Questo romanzo per bambini contiene una lucida riflessione sui ruoli di genere, attualissima a distanza di decenni dalla sua scrittura. Bianca Pitzorno mette in scena le convenzioni sociali - per lo più luoghi comuni ancora vigenti - che si accompagnano al sesso biologico nella società terrestre.
Per l'extraterrestre Mo, proveniente dal lontano pianeta Deneb, il genere, maschile o femminile che sia, non predetermina alcun ruolo sociale. Scoprirà a sue spese che sul pianeta Terra non è affatto così.
La partitura della storia è perfetta, in un bilanciamento equilibrato che restituisce al lettore tutte le contraddizioni sociali dell'essere uomo o donna nelle società contemporanee. La suspense è dietro l'angolo quando un cambiamento drastico sconvolgerà l'ormai tranquilla vita dell'extraterrestre nella sua famiglia adottiva, esattamente a metà romanzo. Mo scopre infatti di non essere un bambino, come si era supposto sulla base di uno sconclusionato test psicologico, ma bensì una ragazzina, in virtù delle ben più attendibili analisi cromosomiche. È un cambiamento che inizialmente Mo non percepisce affatto. Nella sua testa nulla potrà mutare nelle relazioni con la famiglia adottiva: è sempre Mo, un essere dotato di una personalità autonoma, a prescindere che sia un lui o una lei. E invece non è affatto così: il lettore ne è ben consapevole in virtù dello stesso linguaggio. Rimane infatti subito spiazzato dal cambiamento di accordo. Se fino ad allora era stato abituato ad un accordo al maschile, drasticamente vede mutare l'accordo al femminile. È il linguaggio stesso che anticipa il sostanziale mutamento di ruolo sociale che subirà il protagonista di lì a poco.
Mo si trova così ingabbiato negli stereotipi di genere che umiliano e prostrano le donne in primis in una società, quale quella terrestre, essenzialmente maschilista.
Bianca Pitzorno scrisse questo romanzo a metà degli anni '70 dopo la lettura del saggio Dalla parte delle bambine. L'intuizione geniale è quella di smascherare gli stereotipi legati al sesso biologico e derivanti da condizionamenti sociali, attraverso le domande ingenue, perché assolutamente naïf, prive di qualsiasi preconcetto culturale, di un extraterrestre.
Ci si potrebbe chiedere quale sia l'attualità di un romanzo scritto negli anni '70, riflesso di una condizione femminile ben più stereotipata di quella attuale. In realtà molti di questi stereotipi, introiettati, sono ancora vigenti e operano nelle società contemporanee in una maniera ben più subdola perché inconscia. Sono gli stereotipi interiorizzati che frustrano le aspirazioni e ambizioni professionali di Anna, rinchiudendola nel ruolo ben accettato di figlia, di moglie e di madre. La Pitzorno è poi in anticipo sui tempi anche in virtù di un altro aspetto del suo romanzo: la sua embrionale riflessione sul ruolo del linguaggio nella costruzione della parità di genere. Al giorno d'oggi il dibattito sull'uso dell'asterisco, della schwa, delle perifrasi neutre è di estrema attualità. La Pitzorno si rendeva già conto di questa impossibilità della lingua italiana di esprimere il genere neutro e la risolve a volte con il troncamento (vd. p. 51) a volte con la ripetizione pronominale (vd. p. 183). A metà degli anni '70 credo che la Pitzorno abbia tracciato un primo esempio di scrittura inclusiva ante litteram.

American born chinese - Gene Luen Yang

"È facile diventare qualunque cosa tu desideri ... se sei disposto a rinunciare alla tua anima..." questo è il segreto che la nonnina, moglie dell'erborista, rivela a Jin Wang, mentre fa i conti sul suo abaco. E lui rinuncerà davvero a una parte di sé per diventare la maschera del perfetto ragazzo americano. Ma ne sarà valsa in fondo la pena?
Questa graphic novel parla a tutti i ragazzi di prima o seconda generazione, e consegna loro un messaggio che solo la maturità fa acquisire, con l'accettazione del sé, comprensivo di quelle anime culturalmente così diverse ma unite.

La mia vita postuma - storia e colori Hubert, disegni Zanzim

Si può parlare di "morti viventi" con una delicatezza e ironia tutta francese. Hubert usa l'espediente narrativo dei "non morti" - a cui Zanzim conferisce un'efficace carnagione verdognola o violacea - ma in realtà apre una riflessione sul posto da riservare agli anziani in una società che li percepisce spesso come un peso, sul loro diritto a ritagliarsi spazio "nell'isola felice della vecchia". Tra misteri e dimenticanze, ci racconta di un amore granitico, in grado di sopravvivere agli errori e ai rancori, in un contesto cittadino invece in rapida evoluzione, sotto la minaccia dell'abuso e della speculazione edilizia.

La copertina fosforescente, che si illumina sul comodino, è stupenda!

The game - [a cura di] Alessandro Baricco

Adattare l'idea del corposo pamphlet di Baricco al pubblico dei nativi digitali era necessario. Sara Beltrame ci riesce, con un formato accattivante grazie anche alle illustrazioni di Tommaso Vidus Rosin, che traduce in immagini le icastiche formule del testo: le isole digitali, ognuna con una propria superstrada cibernetica; la civiltà millennial degli uomini-tastiera-schermo con la loro peculiare postura; gli imbuti e i rubinetti per catalizzare suoni e immagini digitalizzati; i PC ripiegabili in smartphone; l'arcipelago delle App nel Mare dello Store; l'andare a scuola senza zaino con iCloud.
La Rivoluzione digitale è necessaria ed ineluttabile, dato che ha la stessa fluidità e forza travolgente dell'acqua. Non possiamo contrastare la forza dirompente di una cultura partecipativa, in cui l'informazione è finalmente democratizzata. Possiamo solo osservarne le criticità per migliorare il "Game", ovvero il nuovo modo di vivere che caratterizza il XXI secolo. I partecipanti del "Game" vivono nell'era dei desideri a portata di un click, dove ogni informazione viaggia alla velocità della luce grazie alla ragnatela globale del web, cercano il senso delle cose soffermandosi sulla superficie dei concetti, scambiano le loro identità nel luogo non-luogo del Web, ed esperiscono giornalmente il concetto di post-esperienza. Sono i ragazzi, ovvero i nativi digitali, a cui questo libro essenzialmente si rivolge, nella sua nuova edizione paperback. A loro vuole fornire delle mappe essenziali d'informazioni per riflettere non solo sulla storia e sul senso della rivoluzione digitale, ma anche sulle potenzialità future di tali innovazioni.

Bellezza - Kerascoët & Hubert

In questa stupenda fiaba a fumetti, Hubert attinge al sostrato del patrimonio favolistico europeo (Cenerentola, Il principe ranocchio, La bella addormentata nel bosco e altri spunti), oltre che mitologico (Elena di Troia, Narciso), per consegnarci una storia avvincente e profonda, del tutto originale, che ruota proprio attorno al tema della bellezza, assurta a valore assoluto.
Baccalà, brutto anatroccolo bistrattato dall'intero villaggio, non si fa sfuggire l'occasione di ottenere la tanto sospirata bellezza, quando l'infingarda fata Mab le offre un desiderio da esaudire. Da questo infido dono, scaturiranno gelosie e invidie, sciagure, morti, follia, distruzione, e perfino una guerra!
Nel travolgente concatenarsi di catastrofi, seguiamo le ambizioni e aspirazioni della vanagloriosa protagonista, a cui piuttosto si oppongono "modelli alternativi", che alla fragile bellezza hanno preferito coltivare una più duratura intelligenza. Non a caso la redenzione dell'eroina non può che avvenire tramite la figlia, baciata dai doni della perspicacia, della modestia e del "fascino discreto".
Come nelle più classiche fiabe, Hubert ci consegna il suo insegnamento proprio sul finale: la bellezza assoluta non esiste. Anche la fata Mab non può cambiare lo stato oggettivo delle cose, la natura. Può solo modificare la percezione soggettiva. E così, grazie al suo incantesimo, nella percezione di tutti Bellezza diventa l'incarnazione di un concetto astratto e assoluto. Ma cosa può succedere quando i valori, su cui si fondava questa percezione, mutano?! Può accadere che l'imperatore di un regno lontano sconfessi infine la "bellezza incarnata"!!
Per concludere, le tavole dei due illustratori francesi, accompagnano perfettamente la fiaba di Hubert con la linea sinuosa e seducente del disegno. Nella fatale nudità di Bellezza, echeggiano le veneri di Urbino e le illustrazioni di Beardsley. E ci sono anche lontani parenti dei mostri di Goya "generati dal sonno della ragione" ad accompagnare la rovinosa scalata di Bellezza. La scelta dell'edizione in bianco e nero è perfetta, permettendo al color oro di esaltare alcuni dettagli o alternativamente di lumeggiare i volumi, conferendo maggior profondità al fiabesco paesaggio.

Il grande mare dei Sargassi - Jean Rhys

Questo libro non è un prequel di Jane Eyre. Brilla autonomamente come un capolavoro letterario a sé stante. Jean Rhys, autrice britannica nata in una di quelle isole lambite dal grande Mare dei Sargassi, vi scende a compromessi con se stessa, con la personale formazione culturale e letteraria, con la propria esistenza d'emarginata in una società in cui un "marcato accento caraibico" era capace di frantumarne i sogni di una sospirata carriera teatrale, relegandola in quel "demi-monde" parigino dove il "diverso" non dava troppo nell'occhio, anzi affascinava. Educata a Londra, scopre e legge Jane Eyre, nella prosa tersa rigovernata da Charlotte Bronte. Eppure non riesce ad identificarsi con quelle eroine così "british", così modeste, contenute, remissive di fronte all'universo maschile, che nel mondo vittoriano costituiva l'approdo rassicurante e luminoso di una "caccia al marito" magistralmente raffigurata dalla collega Jane Austen. Per Jean Rhys, al contrario figlia dei ruggenti anni '20, quella società patriarcale in fondo "può essere un mondo molto ostile e crudele verso una donna." (p. 160) Antoinette è dunque il frutto letterario del femminismo di quegli anni: un personaggio femminile permeato da una necessità d'espressione straripante che la porta a non nascondere le proprie emozioni e passioni dietro al velo del perbenismo. Questa stessa intensità d'animo riverbera nello scenario caraibico, sullo sfondo delle case coloniche di Coulibri e Granbois, là dove si consumano rancori atavici, odi paterni e pregiudizi di civiltà. In un'epoca di studi postcoloniali Jean Rhys s'interroga sulla difficile condizione identitaria dei creoli all'indomani dell'abolizione della schiavitù in Giamaica (1834-38). Antoinette ammira il suo quadro preferito appeso in casa dal padre, latifondista caduto in rovina, "La figlia del mugnaio, una deliziosa ragazza inglese coi riccioli bruni, gli occhi azzurri e un vestito molto scollato". Poi volge lo sguardo al di là della tovaglia, a sua madre "così indiscutibilmente non inglese" (p. 29), una bellezza difforme e antinomica. Martinicana, giovane e vedova, la madre di Antoinette non è ammessa nei ranghi dei "bianchi", inglesi, né in quelli dei "neri", poiché le signore giamaicane non l'avrebbero mai vista di buon occhio, come Jean Rhys puntualizza fin dall'incipit del suo romanzo. Antoinette cresce quindi in un vuoto d'identità, in bilico tra due mondi al tramonto di un'epoca, quella schiavista. Il meticciato la esclude da entrambi i consorzi etnici: è una "blatta bianca" per i neri, ex schiavi, ed una "negra bianca" per gli inglesi, ex coloni (vd. p. 18). Questo spaesamento razziale suscita in Antoinette una profonda inquietudine che ne plasma la personalità fin da bambina. Spirito tormentato ed inquieto, Antoinette idealizza la madrepatria, un'Inghilterra elevata a "terra dei sogni", ma allo stesso tempo ama visceralmente la sua terra natía, selvaggia, afosa e opprimente quasi da togliere il respiro. Grazie alla focalizzazione sui due protagonisti che spezza il ritmo della narrazione e lo divide secondo una duplice prospettiva, Jean Rhys ci restituisce la forza del contrasto tra due caratteri: Antoinette ha un temperamento debordante di spiritualismo e immaginazione, una psiche in sintonia con l'intensità del paesaggio caraibico, divergente da quella del giovane marito inglese, figlio cadetto in cerca di dote che, insorto contro il dispotismo paterno, auspica fallacemente di conquistare la propria indipendenza in quello che si rivelerà per lui un falso paradiso. Se le Indie Occidentali appariranno al "colono britannico" come un ambiente asfissiante dall'influsso malsano a causa di quel cielo accecante, per quella vegetazione soffocante, per il profumo intenso e stordente di quei fiori così colorati a tal punto da renderlo febbricitante, l'Inghilterra al pari si dimostrerà una terra fredda, gelida, grigia e brumosa per un'Antoinette ormai prosciugata di tutte le energie vitali. Viene da chiedersi quale sia per Jean Rhys la terra del sogno e quale la terra del rimorso.
Antoinette ripercorrerà dunque il destino di follia della madre, quella donna rigogliosa ma "leggera come il fiore del cotone su un filo di brezza" (p. 23). In una società patriarcale, dove l'identità di Antoinette è continuamente ridefinita (prima Cosway poi Mason e infine Bertha), il matrimonio è ancora necessario alla definizione sociale della donna, ma non costituisce più l'approdo felice dell'epoca vittoriana. Dopo un'infanzia inquieta, Antoinette sembra difatti trovare un'atona pace in quel convento che ci viene descritto con tutte le candide gamme della luce più afosa e intensa. A strappare Antoinette da questa utopia tutta al femminile interverrà proprio il matrimonio, che la allontana dal suo rifugio "luogo di sole e di morte" (p. 48). Dall'atonia del sentimento Antoinette passa alla sua completa esplosione, deflagrando di fronte all'indifferenza del marito. A quel punto la magia e la stregoneria obeah non saranno altro che un modo per esorcizzare il Negativo di un mondo tutto al maschile che vorrebbe arginare le femminilità devianti con l'etichetta della pazzia, segregandole e celandole in soffitta. È così che Antoinette - come dice Oreste del Buono - si riduce "all'ombra labile e confusa di un personaggio minore dello straordinario romano che è Jane Eyre", alla "madwoman in the attic". Ciononostante questo libro non corre affatto il rischio di far odiare l'eroe del grande romanzo di Charlotte Bronte, perché in definitiva sia Antoinette che il suo giovane marito, così crudele e spietato nei suoi confronti, non sono che vittime. Vittime del pregiudizio, di quell'atteggiamento di cecità che impedisce di comprendere davvero l'altro, di accettate il diverso e quindi si trasforma in bramosia di annientamento, di sottomissione delle creature più deboli. Quello che sconcerta e sgomenta in tutto il romanzo è infatti la completa mancanza di pietas, "pietà come un neonato nudo che cavalca la bufera" (p. 147). Tutti i protagonisti delle vicende non sono in grado di relazionarsi con il diverso se non "come l'uragano toccherà quell'albero -lo farà a pezzi" (p. 148): Tia scaglia la sua pietra seghettata sull'amica d'infanzia con il volto stravolto dalla maschera del rancore verso il "padrone bianco", il fratellastro di Antoinette vendica il rigetto paterno insinuando il pregiudizio contro la sorella, unica figlia legittima, ed infine il giovane inglese non capisce affatto quella donna straripante di un fascino esotico oscuro, che giunge ad odiare con tutto se stesso. In conclusione, il meticciato è la condizione d'instabilità e di pregiudizio a cui è condannata Antoinette, come Jean, e per questo anche la scrittura non poteva che risultare ibrida, un'inglese contaminato da francese e patois; una struttura sintattica e grammaticale ridotta all'osso come nelle lingue pidgin.
Jean Rhys ci insegna con maestria che non c'è mai un solo modo per raccontare una storia, che i personaggi non sono mai esseri bidimensionali perché in fondo la narrazione è sempre un atto parziale, pregno di un retroterra culturale, sociale e autoriale.

La ragazza del '58 (Memoria di ragazza - Annie Ernaux)

Cos'è l'IO?
Per Annie Ernaux esiste nella coscienza degli Altri, in tutte quelle "coscienze imbrigliate tra loro" in un momento puntuale che è "quell'estate precisa" del '58, trascorsa in un campo estivo sull'Orne. E quest'IO si oggettivizza nel giudizio, o piuttosto nel pregiudizio, di "quegli altri che valutavano i gesti, i comportamenti, il potere seduttivo dei corpi, del suo corpo. Che la giudicavano e la respingevano" (p. 18).
Cosa resta di quell' Io oggettivizzato in un solo momento puntuale, che è quell'estate del '58??
Annie Ernaux pare ossessionata da questa domanda, come se l'esistenza stessa di quella "ragazza del '58" dipendesse proprio da questo, dal ricordo degli Altri. "Definitivamente dimenticata dagli altri, fusi nella società francese o altrove nel mondo, sposati, divorziati, solitari [...]. Irriconoscibili" (p. 18). Come irriconoscibile è lei, la donna Annie Ernaux, che non è più la "ragazza di S", ma che, in un momento puntuale di quell'estate del '58, eppure lo è stata. L'unico modo efficace per dare di nuovo concretezza a quella ragazza è scrivere di Lei. Quel viso adolescente in una foto del '58, è quello di "un'estranea che mi ha lasciato la sua memoria in eredità" (p. 26). Non è più lei la ragazza goffa e impacciata, desiderosa di sfuggire all'apprensione materna, colpevole ai suoi occhi di un certo bigottismo cattolico e provinciale. La ragazza alla ricerca spasmodica del riconoscimento degli Altri, ma piena di insicurezze "di lingua e di modi". Quella ragazza sognatrice che, come tutti gli adolescenti, è in conflitto con il suo IO ("Non ha un io determinato, ma diversi <io> che passano da un libro all'altro. p. 38). Se inizialmente l'oggettivazione del proprio IO, le viene dall'identificazione con i personaggi letterari che animano la monotonia della sua vita in provincia, successivamente sarà invece l'adeguamento alla moda, al modo di fare e di parlare, fino all'allineamento con la logica spietata del gruppo, di quegli "Altri" della colonia, che crede suoi simili, e di cui anela il riconoscimento, e dunque la legittimazione. Perfino nella scoperta del sesso, nell'esplorazione del proprio desiderio, la "ragazza del '58" si lascia determinare dagli Altri: "Non è il bene, non è il male, ma qualcosa tra lo sconforto e la consolazione procurata da un corpo sostitutivo, dallo stesso desiderio maschile in un altro corpo" (p. 77). Ed è proprio con questa ragazza del '58 che Annie Ernaux vuole fare i conti, scendendo a patti con la vergogna di essere stata quella ragazza ... Un'adolescente fragile, che si adegua al giudizio degli Altri, che la motteggiando "Annie-cordiale Annie-cor-di-maiale" , fino a diventare lei stessa carnefice e complice. La ragazza del '58 brama indipendenza e libertà, ma non ha ancora letto Simone de Beauvoir, e finisce complice della logica maschile. Tutto il resto della sua giovinezza passa proprio nel tentativo di redimere se stessa, di cancellare quella "ragazza di S", di diventare un'altra. Ma "quella ragazza del 58" in definitiva è pur sempre parte irriducibile del suo IO ("questa ragazza non è me, ma è reale in me. Una sorta di presenza reale" p. 27) Annie Ernaux, a distanza di decenni, vuole fare i conti proprio con questa parte di sé... E lo fa con l'unico mezzo in grado di preservare la memoria di un IO oggettivizzato esclusivamente nella coscienza degli Altri in quell'estate del '58, ovvero la scrittura.
" Il ricordo di ciò che ho scritto già si cancella. Non so cosa sia questo testo. Persino quello che inseguivo scrivendo il libro si è dissolto" (p. 235) Questo libro è infatti un memoriale, ma anche uno strumento di scavo interiore, costellato di riflessioni sul valore della scrittura e sul suo significato. La ragazza del '58 potrà non risultare particolarmente simpatica al lettore, nella sua spasmodica ricerca di accettazione, ma lei è in noi e noi in lei.

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