MARCELLO SPOLVERATO

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Serotonina - Michel Houellebecq

Houellebecq è un autore che si legge a prescindere, ma se finora non vi piaceva questo libro non vi farà cambiare idea. Torna a livelli decisamente migliori rispetto a Sottomissione. Manca forse l’effetto sorpresa, più o meno si sa già dove vuole andare a parare, ma i passaggi da ricordare sono parecchi. All’interno ha alcuni tra i momenti più cupi di sempre.
Il protagonista è Florent-Claude Labrouste. Fa l’agronomo e detesta il suo nome. È un altro dei suoi personaggi simbolo e alter ego: mezza età, bianco, borghese, incapace di stringere relazioni, senza parenti né amici. Prende un antidepressivo, il Captorix, che come effetto secondario causa impotenza.
Ci sono un paio di linee narrative: nella prima Labrouste ci racconta delle donne con cui è stato e con cui ha fatto sesso. In particolare Kate, Claire e Camille, il suo più grande amore. Sembra un po’ una resa dei conti. Nella seconda ritrova Aymeric, suo vecchio amico dai tempi dell’Università. È qui che si manifestano i segni di un’apocalisse, personale e sociale, in cui gli eventi precipitano.
Bulimia sessuale e misoginia ci stanno sempre? Sì, ci stanno. Anche se da un lato Houellebecq è più pacato, dall’altro è tutto ancorato alla memoria più che al presente, visti anche i problemini di cui sopra. Ci sono momenti in cui, in un panorama aridissimo e piacevolmente deprimente, Houellebecq inserisce considerazioni sul sesso che fanno sorridere per quanto sono decontestualizzate, fuorvianti, perfette.
È un romanzo che mette insieme, come al solito, parecchie cose: insoddisfazione, declino della società occidentale, globalizzazione. Suicidi, pedofilia, gang bang con animali. Depressione, psicofarmaci, impotenza. Solitudine. E il fatto che una parte sostanziale del libro sia ambientata tra il 25 e il 31 dicembre non fa che amplificarne il senso di vuoto, di impossibilità di trovare un via d’uscita.
Può anche essere visto come un romanzo d’amore, che alla fine Camille pare Laura o Beatrice per come ne è infatuato il nostro Florent-Claude. Però ok, non prendete l’accostamento troppo alla lettera.
Abrasivo. [78/100]

Il grande Gatsby - Francis Scott Fitzgerald

La storia celeberrima e infelice di Gatsby, divenuto ricchissimo ma tormentato dall'amore per Daisy, che non ha saputo aspettarlo sposando Tom. Per riconquistarla Gatsby compra una villa nella Long Island degli anni Venti, dove dà feste epiche.
La voce narrante è Nick Carraway, cugino di Daisy, testimone e complice di un amore impossibile e soprattutto del tramonto di quella parte di sogno americano.
Il manifesto di un'epoca e una scrittura che, a distanza di un secolo, non invecchia per niente.
[84/100]

Archivio dei bambini perduti - Valeria Luiselli

Lei e lui. Entrambi si occupano di creare documentari sonori, registrare voci e rumori e poi assemblarli in modo da raccontare una storia. Una sorta di etnomusicologi del paesaggio, con l’obiettivo di "organizzare l’eccedenza di suoni generati dalla presenza umana nel mondo".
Ora, su una vecchia Volvo, lasciano New York per andare in Arizona. Assieme a loro i due figli, di cui conosciamo i nomi immaginari: Piuma Veloce e Memphis. Lui insegue un progetto utopico: registrare gli echi degli Apache nel deserto. Lei vuole documentare l’emergenza al confine meridionale, ovvero una marea di bambini, provenienti da El Salvador, Guatemala, Honduras, che attraversano il Messico e cercano di entrare negli Stati Uniti. Da soli, in treno o a piedi. Bambini senza documenti, stranieri, profughi. Molti di loro finiranno in centri di detenzione, in attesa. Altri scompariranno.

Nella sua costruzione, Luiselli - che è stata interprete volontaria al tribunale di New York e si esprime con cognizione - prende spunto/ragiona su/ha a che fare con molte fonti, testuali e non: I Diari di Sontag, Appalachian Spring di Copland, Il Signore delle mosche, Hiroshima Mon Amour, Il paesaggio sonoro di R. Murray Schafer, Space Oddity e un libretto rosso pieno di polaroid che parla di bambini perduti. Ne esce un romanzo notevole e complesso, che si muove almeno su tre piani: racconto di viaggio negli Stati Uniti più lontani dalle immagini da cartolina, la fragilità di una coppia al capolinea, la crisi sociale. Un racconto che si muove nel tempo e soprattutto nello spazio, perché sono i luoghi geografici a scrivere e farci immergere in questa storia famigliare.

La prima metà è tra le cose migliori lette/uscite quest’anno. A tratti Luiselli scrive così bene da creare momenti dalla carica stupefacente. Cede qualcosa nella seconda parte, con il cambio della voce narrante e la sperimentazione più estrema (vedi le 24 pagine consecutive senza un punto) riuscita solo in parte.
Resta in ogni caso uno dei libri del 2019. E alla fine è proprio per lavori come questo che discutere di libri continua a sembrarmi qualcosa di eccitante.
[78/100]

Milkman - Anna Burns

Non assomiglia a nulla che abbia letto di recente. È un libro che fa del non detto il suo stile. È quasi del tutto privo di nomi propri, sia di luoghi che di persone. Potenzialmente è anche un romanzo storico, ma senza riferimenti a fatti storici riconoscibili. Pur se ambientato a Belfast negli anni ’70 - la Belfast delle sommosse nei distretti, delle autobombe, delle sparizioni - a tratti sembra di leggere una distopia, per l’idea di società chiusa, per il clima di sospetto, odio e sorveglianza collettiva. Una società in cui tutti tengono i pensieri personali chiusi nella propria mente, per non rischiare di sembrare né troppo luminosi né troppo tristi.

In questo clima di terrore assurdo e claustrofobico si fronteggiano rinnegatori-dello-Stato e difensori-dello-Stato. Ci sono gli inaccettabili, ovvero persone con abitudini ritenute troppo strane, e poi ci sono sorella-di-mezzo e forse-fidanzato che non sono coinvolti politicamente ma si trovano giocoforza invischiati. Lei perché legge-mentre-cammina e questo è considerato un atto sovversivo, la distoglie dalla realtà, la rende debole. E inoltre perché si sparge la voce che abbia una storia con il Lattaio, un rinnegatore parecchio più grande di lei. Forse-fidanzato perché tiene in casa il sovralimentatore di una Bentley e ai rinnegatori-dello-Stato questa cosa non piace per niente.

Nel mezzo ci sono diverse storie da ricordare: ballerini che lasciano tutto per diventare famosi in TV, la vista del tramonto, sorella di ragazza delle pastiglie, Peggy e l’uomo che non amava nessuna.
La struttura si muove spesso per moduli di tre parti: azione / (lunga) parentesi ad un altro momento temporale accompagnata da riflessioni / ritorno all’azione con una diversa consapevolezza.

Libro politico. Manifesto del non conformismo a favore della diversità. Qua è là c’è anche dell’ironia, ma resta un’opera cupa. Non è sempre di facile lettura, anche per via della scelta di non nominare esplicitamente quasi nulla. Talvolta si ripete, quasi che i concetti dovessero rimanere lì impressi all’infinito. Non è un libro che può piacere a chiunque.
Nota all’edizione Keller: copertina folk-romance, peccato non si sia mantenuta quella originale; 14 pareri entusiastici urlati tra copertina, quarta e risvolti mi sembrano un po’ troppi; font migliorabile, da alleggerire.
Incipit calamita.
Booker Prize 2018.
[76/100]

La vita bugiarda degli adulti - Elena Ferrante

Per chi ha già letto qualcosa di suo, l’immaginario geografico e sentimentale è simile. Anche la prosa nervosa e affilata è la stessa. I personaggi, ovviamente, in buona parte detestabili.
Per me si piazza un pochino sotto L’Amica Geniale (di cui finora ho letto solo il primo volume), ma resta uno di quei libri da cui non ti scolli.
Forse non sorprende, sempre che ce ne fosse bisogno, ma in linea di massima non credo deluderà.
[74/100]

Il passato - Alan Pauls

Prequel: Rímini e Sofía si conoscono da adolescenti, a scuola. Iniziano una relazione nel 1976 - l’inizio della dittatura militare in Argentina - che terminerà nel 1989 - caduta del muro di Berlino. È un lungo periodo in cui si isolano dagli amici e vivono in una bolla protettiva da cui dipendono l'amore, la sicurezza e, in definitiva, la sopravvivenza. Si percepisce infatti che isolandosi sono fuggiti dalla Storia e si sono salvati.

Il romanzo inizia seguendo da vicino il progetto di Rímini che intraprende un percorso di autodistruzione per diluire l'effetto del passato nel presente. Esce dalla bolla e decide di iniziare una vita nuova, fatta del lavoro frenetico come traduttore, del sesso con Vera, dell’uso ossessivo di cocaina. Riempie la ricerca di libertà con altre dipendenze.
Sofía invece rimane ferma dov’è, nell’intento di contenere i ricordi e allontanare l’oblio. Inizialmente insiste nel rivedere insieme le migliaia di foto che condividono, e quindi nel rivangare il passato portando in primo piano un conflitto di politiche della memoria. Sofía appare nella vita di Rímini come uno spettro e si trasforma in breve da parte debole a presenza inquietante.
Nel mezzo c’è un universo fatto di storie nella storia: la pensione Liselotte a Monaco, La biografia di Jeremy Riltse, artista immaginario che unisce e appassiona Rímini e Sofía, la lunga ripresa del film di Truffaut, Adele H – Una storia d’amore e il racconto della maestra, la signorina Sanz, che è di una bellezza fuori dal mondo.

Da buon sudamericano, Alan Pauls non ha il dono della sintesi.
In diversi momenti sembra di sentire la voce off di un film, con la continua messa a fuoco sui pensieri di Rímini.
Pauls dà particolare interesse all'uso variegato e ricco del linguaggio. Mette in campo una quotidianità fisica quanto visionaria. Usa perlopiù periodi lunghi a creare un’architettura solida, strutturata, coerente.
Il passato è un romanzo che riflette sulla natura totalizzante, i limiti, i punti di forza e di debolezza dell'amore. Un libro-mondo, un’enciclopedia di sentimenti e stati d’animo, con la giusta dose di inquietudine e tormento.
Un tour de force per maratoneti insonni. [77/100]

Svegliami a mezzanotte - Fuani Marino

Un po’ per via dell’inflazione del memoir, un po’ perché non conoscevo l’autrice, non avevo grandi aspettative.
Mi sbagliavo.
È ricco di riflessioni e riferimenti (Didion, Fisher, Franzen, Laing, Plath…), fa pensare e l’impressione è che sia molto vero, con i filtri ridotti all’osso. Scrittura senza cedimenti, senza parole di troppo.
Non facile, ma parecchio consigliato.
File under: disturbi psichici, depressione, suicidio.
[76/100]

Il colibrì - Sandro Veronesi

Romanzo famigliare sul dolore, sulla forza delle relazioni umane, sulla luce del tempo nuovo.
Per "La Lettura" è IL libro del 2019.
Per me ha un suo senso, ma resta abbastanza sotto le aspettative.
[69/100]

PS: esplicitare i “debiti”, alla fine, mi sembra un’ottima cosa. In diversi romanzi inizia a trovare spazio questa specie di biblio/filmografia commentata. La trovo necessaria perchè è la miglior forma di ringraziamento, perché è un atto di modestia, perché tutto si trasforma. Perché siamo delle spugne, non delle bolle.

La simmetria dei desideri - Eshkol Nevo

Libro che tiene a distanza le mezze misure, o appassiona o tende a irritare. Finché leggevo ho cambiato più volte parere. Alla fine mi girano in testa più i punti negativi che altro: diversi passaggi dalla scrittura un po’ banale, in generale lo stile abbastanza piatto; la noia che accompagna la nascita dell’associazione; il triangolo improbabile tra Yaara, Yuval e Churchill; la costruzione un po’ forzata e “piaciona” della trama; il rapporto tra Israele e i territori palestinesi occupati che rimane fin troppo sullo sfondo; il compiacimento dell’amicizia; la divisione schematica dei ruoli.
Buona l’idea di partenza, gli intermezzi filosofici, i riferimenti alla solitudine del protagonista, ma un po’ troppo poco.
Inamidato.
[62/100]

Transiti - Rachel Cusk

Da Atene (Resoconto) ci si sposta a Londra. Resta invece inalterata la non-struttura delle ultime produzioni di Rachel Cusk: nessuno sviluppo e poco a che fare con l’idea classica di romanzo. Anche qui ci si muove attraverso singoli quadri fatti di incontri che si succedono; nel mezzo la ristrutturazione problematica della casa appena acquistata. In buona parte persone che hanno più dubbi che certezze. Molte separazioni, volute o forzate.
Manca l’effetto sorpresa, tutto è resto rimane notevole.
[77/100]

Onori

Anche qui la voce narrante è Faye. Anche qui si parla di figli, divorzi, letteratura. E anche qui, come in Resoconto, l’inizio è ambientato su un aereo.
La scrittura è sempre ottima e, anche se inizia a girarmi qualche dubbio in testa, la trilogia di Rachel Cusk resta per me un punto di riferimento nella narrativa di questi anni.
Però, dopo tre libri fatti con lo stampino, sono curioso di vedere dove andrà a parare adesso.
[76/100]

Resoconto - Rachel Cusk

A leggere in giro, dopo "Resoconto" l’idea che avevamo del romanzo non sarà più la stessa. Si esagera, ovvio. Ciò non toglie che questo sia un gioiellino e che faccia a meno di un bel po’ di cose finora date per scontato.
La prima a cui ho pensato è che manca il concetto classico di azione/reazione. Leggere di “qualcosa” e immaginare che porterà a “qualcos’altro”, in modo tale che il romanzo abbia un suo movimento. È una mancanza almeno inizialmente spaesante.
Manca la caratterizzazione della protagonista.
Manca un inizio che metta in luce un obiettivo o quello che dovrebbe essere il motore della storia. Sappiamo solo che chi parla sta per prendere un aereo per Atene, dove terrà un seminario di scrittura.
Manca una struttura. Quasi sempre un romanzo è fatto di momenti basilari di trama a cui se ne aggiungono altri di congiunzione, in cui prendono vita i personaggi secondari. In Resoconto l’impressione è che esistano quasi esclusivamente i secondi, in capitoli dilatati e ricchi.
Manca uno svolgimento e, manco a dirlo, un finale.

È scritto in prima persona ma la protagonista non dice nulla di sé. Tutto il romanzo è fatto di incontri e conversazioni, con vecchi amici o sconosciuti. Lei (Faye) interviene raramente, più che altro ascolta e fa da cassa di risonanza, è un registratore acceso a catturare parole, attento ma non-giudicante.
Ed è notevole la quantità di storie che questo libro contiene: quelle del vicino, di Ryan, Paniotis, Angeliki, Melete, Anne e degli studenti del seminario. Ognuno con una sua forma di precarietà/instabilità.
In molte sono presenti figli e matrimoni fallimentari in sequenza, che evidenziano un “prima” e un “dopo” nelle vite di chi parla.
Alla fine mi sembra un libro che indaga il mondo reale e ingarbugliato delle relazioni umane, il modo che abbiamo di rielaborare il vissuto, tra armature che saltano e momenti da salvare.
Il mare e il caldo estivo di Atene sono ben presenti e rendono l’atmosfera ovattata. Molto consigliato.
[78/100]

Notturno cileno - Roberto Bolaño

C’è tutto Bolaño nella notte di delirio di Sebastián Urrutia Lacroix - prete, critico letterario e membro dell'Opus Dei - condensato in 100 pagine: le progressioni illuminanti, le frasi brevissime alternate ai momenti dilatati, i polisìndeti e le ripetizioni ossessive, i personaggi reali inseriti in una storia di fantasia, le situazioni surreali, la violenza (qui solo sfiorata) e la sconfitta, le forme dinamiche che ingannano spazio e tempo.

Mette insieme Pablo Neruda, Ernst Jünger, un pittore guatemalteco che guarda tutto il tempo Parigi dalla sua mansarda, un calzolaio che vuole rendere omaggio agli eroi del suo popolo, i piccioni che cacano sulle chiese d’Europa, i preti falconieri, il regime cileno, Pinochet che studia il marxismo, le feste tra intellettuali con gli interrogatori e le torture nei seminterrati.

"C'è soluzione a questo?"
Splendido.
[80/100]

Quello che ho amato - Siri Hustvedt

Molta New York, molta arte, molto dolore, un po’ di thriller. Ha qualcosa a che vedere con Una vita come tante e Il Cardellino (entrambi successivi). Scrittura ben confezionata, senza passi falsi, ma penalizzata da troppi dettagli. Inoltre la descrizione immersiva di opere d’arte immaginarie è un lavoro mentale un po’ frustrante.
Nella trama ci sono due momenti-terremoto, in effetti abbastanza inaspettati visto che il protagonista, Leo, sta narrando in prima persona. Un po’ come se un amico mi raccontasse che è innamoratissimo di una tizia, e quante ne hanno fatte insieme, quanta gioia, e via così per un’ora. E poi dal nulla mi dicesse che lei l’ha mollato e ora è depresso. Ovvio che ti lascia secco, ma se sapeva già che andava a finire così, che era tutto quell’entusiasmo?
Storia discreta fino a metà, poi bah.
Finale iper diluito.
[65/100]

Tre donne

Saggio sui generis diviso in tre parti, che si legge come un romanzo. O, meglio, come tre racconti lunghi basati sulle storie di Maggie, Lina e Sloane. Tutte e tre con qualcosa da scontare, con una punizione/cicatrice con cui dover fare i conti.
C’è chi al liceo ha avuto una relazione con un insegnante, chi sta con un marito che non la bacia da anni e desidera il ragazzo che frequentava da adolescente, chi fa sesso con altre persone (anche) per compiacere il suo compagno.
Il fatto che si sottolineino gli 8 anni di ricerche e le interviste a parenti, amici, colleghi, può essere un pò fuorviante rispetto a quello che si ha tra le mani. Che è qualcosa di molto libero, che non dà risposte, non svela segreti, non trae conclusioni, non è rappresentativo.
Il risultato è appassionante, molto ben scritto, ed è in generale una lettura splendida per come affronta temi come desiderio, potere, violenza, percezione del proprio corpo, disuguaglianza di genere.
L’ossessione di Lina per Aidan è per me il pezzo migliore, estremamente vera, caratterizzante, disperata.
[76/100]

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